Dopo i sei eccidi di Parigi

Scritto per la rivista NON CREDO n. 40, rubrica Disputationes

I sei eccidi dell’ISIS hanno suscitato la reazione militare della Francia assistita dall’UE in base al Trattato di Lisbona (anche se in Italia si finge di esservi estranei). E in Europa i governanti hanno adottato urgenti provvedimenti di protezione civile, coerenti con i valori della libera convivenza e non estranei all’apertura e all’accoglienza nel rigoroso rispetto delle regole che ci diamo. Dubito tuttavia che tutto ciò esaurisca il problema e colga  il senso profondo degli eccidi.

I sei eccidi non hanno provato solo la volontà dell’ISIS di fondare il nuovo stato sull’integralismo islamico con la violenza a danno dei civili infedeli tramite l’arma della morte gloriosa dei militanti. Fanno anche vedere un meditato disegno contro di noi e dovrebbero indurre l’occidente e i musulmani non fondamentalisti ad abbandonare un abito mentale indossato da decenni. L’abito della convinzione che migliorare la convivenza dipenda dal riconoscersi nei principi dell’autorità comunitaria che predica l’uguaglianza indistinta nelle relazioni interindividuali  e che indica il mito della pace quale strumento di per sé risolutivo.

La cosa è ora impellente poiché la capacità espansiva dell’ISIS si è estesa oltre l’ambito d’origine ed è divenuta globale. Fin dall’inizio  il suo propellente è stato l’uso della religione come cemento di potere esasperato  in termini di fondamentalismo. Solo che all’inizio le opinioni pubbliche occidentali lo ritenevano un fenomeno dell’Asia Minore da trascurare.  Ben presto quella capacità è stata moltiplicata dal sopravvenire di due fattori esterni. Uno è stato il grande rafforzamento delle comunicazioni nel far vedere le notizie e nei rapporti interpersonali via internet  (inesistenti 25 anni fa), il che ha moltiplicato l’impatto sui cittadini del mondo. L’altro è stata la mentalità con cui l’occidente si è mosso nei teatri delle agitazioni musulmane (Iraq, Libia, Siria), una mentalità convinta che quegli interventi servissero a riportare l’ordine locale senza influire sulla convivenza interna dei paesi che li fanno  ed incapace di considerare che ormai i sommovimenti indotti in un dato teatro producono influenze dappertutto.

Con il concorso di tali due fattori, l’uso del fondamentalismo religioso come cemento di potere è divenuto una “bandiera nera” che attiva ovunque impetuose mobilitazioni nel segno dell’utopia del riscattarsi, in termini fondamentalisti, da condizioni di vita insoddisfacenti. La bandiera nera dell’ISIS è molto pericolosa sotto due aspetti. Fa regredire il confronto per governare la convivenza a scontro di potere tra nemici mortali e usa come unico tema discriminante una concezione religiosa totalitaria in nome del proprio Dio (“guerra santa contro laicità e democrazia” grida sul suo telefonino il terrorista capo dei sei eccidi). Tutto ciò inocula il virus della regressione civile, rifiutando sia la politica delle idee e dei progetti dei cittadini, sia la separazione tra credo religioso e regole di convivenza, sia il valore di quanto la nostra cultura produce con fatica da secoli per migliorare le condizioni della società, e cioè il valorizzare la diversità individuale dei cittadini e il loro scegliere tramite il conflitto democratico.

Essendo questa la situazione, la risposta militare, anche se tecnicamente ottimale (e non lo sarà se non affronta il tema dei finanziamenti sotto banco all’ISIS fatti da alleati dell’occidente), serve a spengere il focolaio dell’infezione e a scompaginarne le reti territoriali odierne, ma non cura il virus della regressione civile già diffuso nel mondo dalla bandiera nera, che, tramite predicatori della disinformazione, continuerà a vivere a lungo. Questa è l’insidia più velenosa e persistente dell’ISIS. E non può essere sventata indossando il solito abito mentale, della comunità, dell’uguaglianza indistinta, della pace risolutiva, della sicurezza non scalfibile e delle solari certezze.

Per dismettere tale abito, il riferimento naturale è la cultura laica. Fondata sulla diversità individuale e il suo spirito critico,  è fisiologicamente predisposta a combattere le radici che alimentano i principi comunitari del fondamentalismo religioso. La diversità individuale e lo spirito critico sono l’unico antidoto contro ogni forma di oppressione dei cittadini. Preservare la diversità individuale, peraltro, non è un semplice concetto ma implica  seguirne i criteri per organizzare la convivenza di diversamente credenti e non credenti. Nel clima politico culturale italiano ciò significa che i laici devono impegnarsi a fondo per diffondere la consapevolezza di un dato. Siccome la convivenza civile riguarda tutti i diversi individui, è un’illusione contraddittoria far credere di poterla fondare e migliorare – oggi anche al fine di vaccinarsi dal virus della bandiera nera – con il sistema di avvolgere i cittadini nel conformismo autoritario della comunità e dei concetti irrispettosi del singolo (mondialismo, clericalismo, unità come valore, antiindividualismo, classismo, negazione spirito critico, disattenzione ai fatti, immobilismo burocratico, promesse utopiche, sminuito  rispetto delle regole pubbliche) che convergono nel contraddire la diversità dei cittadini.

Pratica questa contraddizione chi sostiene che il diffondersi del virus ISIS non va attribuito alla bandiera nera  bensì alle condizioni arretrate nelle periferie della  nostra società. Tali condizioni sono frutto di un insufficiente funzionamento dei meccanismi sociali, causato, come prova l’esperienza storica, da un’interrelazione produttiva ancora inadeguata tra i diversi cittadini. Invece di proporsi di migliorarla, non a caso il virus dell’ISIS vuole comprimerla e sostituirla con il fondamentalismo. Ma chi attribuisce la diffusione dell’ISIS alla nostra  arretratezza, pretenderebbe di progredire regredendo al conformismo comunitario già fallito alla prova. Un conformismo che ha un substrato al fondo analogo a quello estremizzato dalla bandiera nera, quando antepone teoriche soluzioni magiche alla libertà di ognuno, quando concepisce solo o l‘integrare totalizzante oppure il costruire ghetti in cui i vari credi fissano la legge; e ancora quando misura il confronto politico non sui provvedimenti concreti e sul giudicarne i risultati, bensì sulle promesse e speranze buoniste fatte da leader o gruppi di potere amicali, che ingannano con  il miraggio  di una palingenesi risolutiva, terrena o meno.

Un grave errore  del genere lo compie chi usa l’accogliere il migrante come bandiera mistica a prescindere dalle effettive condizioni in cui ciò avviene. L’accoglienza come valore senza regole è l’opposto della società aperta, fatta di regole. Elude le responsabili cautele necessarie per convivere nel rispetto dell’altro: che vanno dal controllare l’identità di chi migra verso l’UE e del perché vuol farlo (dato che la libertà di circolazione è un principio interno, non mondialista) così da ridurre al minimo il rischio di farsi penetrare dal virus, fino al tener conto delle oggettive possibilità logistiche fisiche del territorio d’ingresso, così da evitare di avere residenti con una qualità della vita inferiore al livello civile interno, e perciò potenziale fonte  di forti frizioni civili.

Su tutti questi temi, il mondo laico deve alzare la propria voce soprattutto oggi nell’Anno Santo. Per ricordare che non è la Chiesa (con la sua dimensione di speranza) ma l’istituzione laica (con il suo fare sovrano il cittadino) a rendere possibile lo svolgersi ordinato dell’Anno Santo in nome della libertà di culto che è la sicurezza possibile (né cambia i fatti Francesco quando apre le porte delle chiese ai musulmani e fa proselitismo mettendo tutti sotto l’ala ecclesiale).  Ed inoltre per sottolineare come venga dalla libertà che non si arrende, il coraggio responsabile per affrontare i rischi derivanti dalla scelta religiosa di confermare l’Anno Santo (coerente con il suo principio del martirio), data l’impossibilità di escludere che la lotta mortale dell’ISIS contro la diversità trovi nell’Anno Santo una nuova occasione di terrore.

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