Il funerale Casamonica: l’ipocrisia dello scandalo conformista

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO n.38

 

Un episodio di pessimo gusto – la coreografia del funerale in Chiesa a Roma di Vittorio Casamonica – ha dato lo spunto  a tv e stampa, insieme a Prefetto e Ministro degli Interni, per battere giorni e  giorni la grancassa dell’indignazione non estetica. L’antico carro funebre di Totò, i sei cavalli neri, i manifesti inneggianti al defunto vestito da Pontefice e definito  Re di Roma, le musiche del Padrino, una dozzina di auto nere di alta cilindrata, l’elicottero che gettava petali di rosa sulla strada, vigili e carabinieri che incanalavano il traffico, umilierebbero l’impegno dello Stato nella  lotta alla criminalità organizzata: dunque sarebbe d’obbligo scovare subito i responsabili dello scempio. Non scherziamo. Il vero scempio è pensare di condurre la giusta lotta alle mafie (fatta per far rispettare le procedure di convivenza civile) mettendo tra parentesi quelle procedure,  in nome del superficiale conformismo di potere intento a  curare la sua immagine. Come si può pensare di impedire il funerale (seppure di pessimo gusto) di chi da tempo non era soggetto a gravami restrittivi individuali? Del clan Casamonica, oggi sono agli arresti il nipote e altri due familiari, specificamente autorizzati dal Tribunale ad intervenire al funerale. Non basta per bloccare il libero intento del defunto e degli eredi. E vigilare sul pessimo gusto non è competenza dello Stato. Questa campagna scandalistica  è stata un monumento all’ipocrisia conformista. Il conformismo che, più degli atti di contrasto alle mafie  secondo la legge, vuole dettare i comportamenti e si indigna se non sono rispettati, anche se è rispettata la legge, il solo obbligo nel convivere. In realtà, il conformismo comunitario si indigna per nascondere di non lottare contro le mafie nel quotidiano.

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