La Cassazione e l’esenzione ICI per le parificate cattoliche

Il Tirreno  ha dato il giusto rilievo alle sentenze della Cassazione secondo cui l’esenzione ICI non spetta alle scuole parificate religiose. Ed ha  anche dato una pagina alle vibrate proteste del mondo delle paritarie cattoliche e di uomini di governo e politici cattolici chiusi. Perché non resti l’impressione che le sentenze siano un ghiribizzo dei giudici, desidero replicare a tutte le posizioni pubblicate per riaffermare che la Cassazione ha solo applicato la legge che regola la convivenza tra diversi.

Innazitutto le due sentenze non sono una novità. Già la norma ICI del 1992 era chiara e non esentava le attività non di culto. Le paritarie cattoliche ricorsero e già nel 2004 la Cassazione sancì che anche le congregazioni religiose devono pagare l’Ici per le attività commerciali. Allora la lobby paritaria ottenne, dal Berlusconi III e dal Prodi II, la riformulazione della norma ICI, e il decreto Bersani-Visco allargò l’esenzione  alle attività miste. Però l’Europa minacciava sanzioni per i vantaggi fiscali che violavano i Trattati, rilevati ancora dalla Cassazione, quasi 5 anni fa, siccome la minore tassazione è un aiuto di stato. Allora, a primavera 2012, il governo Monti varò una legge accettabile per l’Europa, cioè che l’esenzione riguarda le modalità  non  commerciali, sennò l’immobile paga l’IMU chiunque ne sia il proprietario. E’ proprio la legge applicata oggi dalla Cassazione e dunque è inesatto affermare, come è scritto sul Tirreno, che ha lasciato intatti i privilegi fiscali della Chiesa.

Nella pagina di critiche alle sentenze, si ventila  la tesi ardita che non sarebbe commerciale un’attività  in cui i corrispettivi non coprono i costi di gestione (così tutte le attività economicamente disastrate sarebbero esentate IMU). Soprattutto – ed è molto grave che lo faccia il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi – si sostiene  la tesi che l’esenzione IMU deve esserci per le scuole parificate come c’è per le pubbliche.

Infatti, le scuole parificate rientrano nella libertà costituzionale di impresa nel settore educativo ma non in una libertà di insegnamento privato a carico dello Stato, che non c’è e non ci deve essere. Il percorso educativo privato è ammesso ma non con il contributo spese di tutti gli altri. Altrimenti la convivenza salterebbe e si avrebbe l’integralismo multiculturale tra ghetti invece del pluralismo liberale. Una scuola è parificata quando la sua gestione privata segue programmi e regole dello Stato. Essa non esprime la privata libertà di insegnamento, bensì una scelta di impresa nel settore educativo. Del resto, se la parificata è gratuita già esiste l’esenzione IMU per gli usi culturali. Insomma  la concorrenza d’impresa non va violata.

Per tutto ciò, il Sottosegretario Toccafondi ha detto cose istituzionalmente surreali.  Specie oggi, le istituzioni non devono finanziare le scelte dei convincimenti privati. La crescita del sistema si fa con prodotti e servizi validi, non  con  la droga dei privilegi

 

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