La sentenza rimasta nel cassetto

Finora non si è parlato abbastanza di una lettera al Presidente della Repubblica inviata in questi giorni dagli stessi 24 cittadini (a cominciare da Aldo Bozzi, Claudio Tani, Giuseppe Bozzi, Dario Migliavacca Bossi, Domenico Gallo, Giuseppe Porqueddu, Felice Besostri) che chiesero l’incostituzionalità della attuale legge elettorale sancita dalla Corte Costituzionale, sentenza 1/2014.

La lettera è assai significativa perché esprime un dato di fatto innegabile (la sentenza è tuttora elusa) e perché formula tre preoccupazioni. La prima è che la legislatura prosegue con i parlamentari proclamati dal Ministero degli Interni, mentre l’art. 66 della Costituzione attribuisce la convalida degli eletti alle Camere. Addirittura, molti parlamentari decaduti per vari motivi ben oltre il deposito della sentenza di quella sentenza, sono stati sostituiti con lo stesso elenco trasmesso dal Ministero dell’Interno nel marzo 2013, compilato sulla base delle tre norme dichiarate incostituzionali nel gennaio 2014, il che è in sicura violazione dell’art. 136 della Costituzione. Non si capisce (ma si può immaginare) perché i due presidenti Grasso e Boldrini non abbiano mai risposto all’invito ad adempiere rivolto loro  nell’ottobre 2014 dagli stessi cittadini.

La seconda preoccupazione dei 24 cittadini è che il Parlamento ponga mano addirittura a ben quarantadue articoli della Costituzione, presentati a pacchetto e inaugurando una prassi a tappe forzate inaccettabile, che tocca anche i regolamenti parlamentari, distorti per finalità che appartengono soltanto allo spirito di intolleranza verso la Carta fondamentale. Perciò, nella lettera al Presidente, si sottolinea che un processo di riforma costituzionale di tale portata presuppone l’opera di assemblee effettivamente rappresentative e non di assemblee tuttora risultanti dalla legge dichiarata incostituzionale (concetto ribadito dalla Cassazione con la sentenza 8878/2014). Ed infatti è difficilmente contestabile che oggi non c’è una  legittimazione democratica a mettere mano alla Carta Costituzionale.

La terza preoccupazione è che, non avendo ancora i partiti natura pubblica, non sia possibile corrispondere all’auspicio espresso al momento dell’elezione dal Presidente Mattarella, (“… il pensiero va soprattutto e innanzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini”) se  gli italiani non saranno chiamati alle urne per esprimere liberamente il loro voto. E’ il solo modo di impedire che, facendo la progettata riforma della Costituzione, sia soppressa la sovranità del cittadini.

Queste tre preoccupazioni della lettera al Presidente della Repubblica toccano aspetti decisivi delle regole di convivenza.  Può trascurarli solo la politica  del declamare in assenza di progetti centrati sulla libertà del cittadino. Continuare così sarebbe però pericoloso per la prospettiva di ripresa del paese: i nodi trascurati verrebbero presto al pettine.

 

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