L’epoca del Presidente Mattarella

 

 

Commento sul periodico on line  LAICI.IT  ad un articolo del Direttore VIttorio Lussana

Caro Direttore,

il tuo articolo sull’elezione del Presidente Mattarella – “E’ già qualcosa” – ha di sicuro un titolo felice. Di certo è già qualcosa che in quattro votazioni i grandi elettori abbiano saputo compiere una scelta (tra l’altro di una persona esperta in politica e in dottrina costituzionale, sobria nel parlare e coerente nelle proprie convinzioni cattoliche di rito democristiano). Poi le tesi che sostieni sono riflessioni talvolta di area talvolta realistiche e nel complesso un contributo utile al dibattito che dovrà aprirsi sul nuovo stato di cose. Però, proprio in vista di tale dibattito, nutro  dubbi sulle righe conclusive dell’articolo.

Riconosco che qui fai un’affermazione importante (“l’elezione di Sergio Mattarella non cambierà la Storia”) ma ciò confligge con la frase successiva sul merito che avrebbe questa elezione di configurare la possibilità di una nuova sintesi strategica e politica tra le culture riformiste finora divise. Infatti, tale nuova configurazione richiederebbe un forte cambiamento dell’impostazione seguita da anni. Mentre l’elezione di Mattarella è stata rapida solo perché si è proseguito nella vecchia via, uniformandosi ai desideri del potere leaderistico prevalente evitando di impegnarsi su progetti di regole in prospettiva diverse.

Nel centro sinistra, ognuno ha agito pensando solo alle proprie posizioni. SEL contro il patto del Nazareno e contro il programma del governo; la minoranza PD contro l’interpretazione renziana del patto del Nazareno e per rafforzare le richieste di modifica alle principali riforme in corso;  il NCD di Alfano e l’area popolare contro la possibilità di perdere il posto al tavolo del governo (se non acquiescenti) anche a costo di perdere  di coerenza nel proprio disegno; Renzi e la sua corte per ricompattare al momento il PD con il sogno di sanare la ferita dei franchi tiratori del 2013, anche al prezzo di incrementare il trasformismo inaugurando una terza maggioranza. Dal canto suo, Forza Italia si è talmente fissata sulla mistica del Nazareno e delle sue briciole di potere da mostrarsi sprovveduta e da farsi raggirare anche sulle trattative tattiche. Nessuno ha indicato nuove piattaforme di convergenza a proposito del da farsi per il paese.

In ciò sta la mancanza del cambiamento e il segno della conservazione. L’elezione di Mattarella è  una cappa conservatrice in termini politici. Che non muta per il carattere della persona eletta, molto dignitosa ma di costante fede conservatrice (confermata nel discorso al parlamento in cui i richiami alla comunità hanno sovrastato quelli alla libertà). Si dimise da Ministro tentando di impedire l’approvazione della legge Mammì che toglieva il monopolio alla RAI; promosse una legge elettorale che modificò il sistema secondo le  indicazioni decise dai cittadini, ma senza abbandonare il proporzionale ed evitando il pieno maggioritario di collegio che davvero fa scegliere i cittadini; più di recente si batté fino in fondo per evitare l’ingresso nel PPE di Forza Italia, che sottraeva alla Margherita il monopolio dei rapporti con i popolar conservatori europei.

All’Italia non servono le cappe conservatrici del disastro in cui si trova. Nè servono le mitiche sintesi soffocatrici delle diversità individuali e culturali. Serve la  convergenza tra diversi su un progetto magari limitato che attivi il cambiamento non parolaio. Eppure Renzi continua con le sole parole. Dice “vedete che la vicenda quirinalizia non rientrava nel Nazareno”, rassicurando da un lato l’ossessione antiberlusconiana e dall’altro dando a Berlusconi il messaggio di voler fare come prima (quando i numeri di Forza Italia sono stati determinanti in più occasioni su riforme costituzionali ed elettorali). Dice che ora si è messo il turbo alle riforme (confondendo la sua spregiudicatezza con i numeri in parlamento) ma i contenuti non hanno un disegno se non la momentanea convenienza tattica. Con le parole si promette speranza, ma la speranza di oggi acuisce le difficoltà di domani quando non seguono i fatti che migliorano la vita quotidiana.

Per avviare un progetto magari limitato di cambiamento, non servono sintesi, è indispensabile la rappresentanza politica e parlamentare di una formazione caratterizzata dalle idee e dai comportamenti laici e liberali, che storicamente lavorano al cambiamento, di continuo e in modo fisiologico, attraverso le scelte concrete e le verifiche delle cose. Tale formazione non si costruisce sventolando figure che non hanno mai rappresentato l’impostazione dei laici impegnati a convergere bensì di quelli fedeli a simboli sempre uguali a sé stessi nel solipsismo. Del resto la metodologia individuale non è la politica dei grandi personaggi che pensano a far prevalere un individuo ma il puntare sempre a regole di convivenza imperniate sullo stare ai fatti e sulle esigenze quotidiane del cittadino. Non solo i principi ma i fatti dicono che i laici non possono volere e praticare il leaderismo. Così come i fatti hanno provato il fallimento sia di chi ha sognato  Forza Italia, nella prima e nella seconda maniera estranea alla mentalità laica, sia di chi ha concepito il PD quale indistinzione culturale, portando ad annegare i principi laici liberali e privando il paese del contributo della sinistra alternativo ai conservatori. Vogliamo prenderne atto tutti e darci una mossa per costruire tale formazione? Non confondendo il realismo con piccole convenienze asfittiche che consegnano il paese al leader di turno?

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