L’Europa di Renzi

Martedì 30 in Albania Renzi ha detto: “Dobbiamo allargare le porte della grande casa europea. O l’Europa si allarga o perde una grande occasione”. Ma l’UE non ha un numero ridotto di abitanti o una bassa densità per kmq (ha il 60% di cittadini in più degli USA  ed una densità 3,4 volte maggiore); quindi il messaggio è che l’Europa è tanto più importante quanto più persone e territori include. Assuefarsi a questo messaggio,  significa non vedere la realtà, rifiutando lo spirito europeo profondo e  i bisogni attuali dell’UE.

Lo spirito europeo fu costruire nuove istituzioni passo a passo    cominciando da alcuni ambiti e fondandole sulla libera iniziativa di cittadini diversi. In quasi un sessantennio – a differenza dell’ONU, nata un decennio prima, però mai evoluta come governo democratico – lo spirito europeo ha irrobustito gli ambiti iniziali, li ha ampliati, ha accolto altri paesi rispettosi dei principi e dei modi di funzionamento, ha creato un’area di pace stabile, di benessere e di unità circoscritta ma condivisa.

Nei ’90 balenò il sogno di allargarsi a prescindere dalle condizioni interne ed esterne. Per fortuna, l’UE adottò regole preventive per evitare l’ingresso di Stati sprovvisti delle condizioni per la laica convivenza europea. Sono servite per la Turchia, aspirante membro UE, che, in tutti gli anni 2000, è via via arretrata sui diritti civili ed ha ripristinato con grandi suffragi elettorali il tradizionalismo religioso islamico.

Dire “o l’Europa si allarga o perde una grande occasione” vuol dire non capire che lo spirito europeo non è  il potere che aspira ad imporsi (per poi scoppiare come la rana del favolista Fedro). Lo spirito europeo è affrontare i problemi con il conflitto secondo le regole tra i progetti di tutti i suoi cittadini misurandoli nella realtà. Oggi il problema cardine dell’Europa è attivare una risposta alla stagnazione economica in cui l’ha sospinta la crisi mondiale (sommandosi al burocratismo interno) e che innesca la disperazione antipolitica. Non è una risposta contrapporre le frasi fatte su austerità e crescita, su politica degli eletti e società civile dei cittadini.

L’Europa si vivifica con la diversità degli Stati ed ampliando gli aspetti comuni del proprio metodo sperimentato, ben diverso dalle  ideologie.  Ovunque, l’austerità non può essere dirigismo di classe né dei ricchi né dei poveri e la crescita non può prescindere dall’innovare nel produrre e nel lavorare. Ovunque, la politica deve fornire progetti contrapposti di idee e di gestione per scegliere quelli più adatti a non escludere stabilmente alcuno dai processi economici e lavorativi, facendo funzionare al meglio i rispettivi meccanismi istituzionali. Ovunque, i cittadini devono riscattarsi dall’inclinazione a comportarsi da sudditi di un potere e imparare dai risultati delle politiche di volta in volta adottate.

In Italia, per competere dobbiamo riprendere lo spirito europeo. Dunque ridurre drasticamente il debito pubblico accumulato fonte di gravi disfunzioni. Continuando a crescere in valore assoluto fino a quasi 2.200 miliardi, il debito comporta un esborso annuo vicino al 10% del PIL per interessi e abbassamento ventennale concordato con l’UE. Questi 150 miliardi circa assorbono ogni risorsa per ridurre di molti punti la pressione fiscale, cioè la precondizione della ripresa. La drastica riduzione del debito dovrà farsi in Italia, per i due terzi con l’uso del patrimonio pubblico (esistono proposte per un grande fondo apposito) e per un terzo con il contributo proporzionale di ciascun cittadino. Un atto del genere è la scossa indispensabile per mettere a posto il funzionamento dei conti italiani e ribadire che, essendo tutti responsabili del dissesto – chi ha governato male e chi lo  ha consentito per gretti egoismi –, tutti partecipano a colmarlo.

E’ urgente smettere di governare con le frasi fatte,  abbandonando le scenografie illusorie per costruire la realtà del convivere tra liberi cittadini.

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