Valori non negoziabili e criterio sperimentale

Quando una religione proclama non negoziabili certi valori, tutti i laici replicano che il dubbio è essenziale in campo civile ma troppi ne fanno uno slogan senza approfondire le conseguenze. Il dubbio laico non è fine a sé stesso. E’ il metodo del cittadino per praticare la propria diversità nel mondo. Quindi è inseparabile dallo sperimentare in partenza, dall’esercitare lo spirito critico, dal progettare nuove proposte, dallo sperimentare i risultati dell’applicarle. E ricominciare. Se non agisce così, non è un dubbio laico, è un vezzo teorico.

In questo quadro, affermare che i valori non sono negoziabili equivale a rifiutare i fatti e la sperimentazione. E’ ovvio, i laici non contestano il diritto delle religioni di sostenere i valori in cui credono, anzi garantiscono quel diritto. Però operano in ogni modo utile, a cominciare dal costruire istituzioni adeguate ai tempi, per evitare che altri cittadini, credenti o non, in nome del loro credo o di prassi tradizionali, impongano a tutti i loro valori come regole per convivere, comprimendo la diversità talvolta annullandola. Insomma, affidarsi al giudizio dei fatti nel tempo, significa che ogni valore è rinunciabile rispetto al riscontro sperimentale. Sul punto, le sfide alla laicità sono quotidiane.

Faccio tre esempi. La differenza del genere maschile da quello femminile ai fini riproduttivi è un dato di fatto sperimentale. Ma, per tutto il resto, le caratteristiche individuali avviluppano la sessualità biologica in una selva di complicati intrecci differenti, che non consentono una teoria impiantata sul genere immutabile. Eppure la teoria del genere immutabile è sostenuta dai tradizionalisti religiosi, non solo per impedire a chiunque di sostenere l’omosessualità o di praticarla, ma addirittura per dedurre che maschi e femmine sarebbero per natura differenti in ogni tipo di rapporti, da quelli affettivi, a quelli educativi, a quelli sociali, a quelli legali, a quelli intellettivi e così via. E concludere che impostare la scuola per formare individui adulti, uomini e donne, reciprocamente rispettosi e responsabili sarebbe distruggere antiche tradizioni e minare la coesione sociale. Anche avere concezioni irrealistiche è legittimo, ma, in ambito civile, non deve servire a mettere in forse l’evolversi della vita nel tempo. Il che avviene quando a scuola si impedisce di parlare dell’omosessualità allo scopo di combattere la violenza omofoba oppure quando si rifiuta la realtà dei rapporti affettivi nelle copie di fatto.

Secondo esempio. I tradizionalisti del genere immutabile sono radicati in Europa, specie in Francia ed in Italia. Ma li argina il clima politico culturale più o meno sensibile (a seconda dei paesi) alle impostazioni laiche. Non è così in un paese a cavallo tra l’Europa  e l’Asia come la Turchia. Qui la laicità introdotta da Ataturk  un secolo fa rovesciando l’impero ottomano, negli ultimi anni è sottoposta ai crescenti attacchi del partito islamico dell’attuale Presidente Erdogan.  L’offensiva è a tutto campo  (in questi giorni  ha reintrodotto nelle scuole superiori lo studio del turco  ottomano scritto in caratteri arabi aboliti da Ataturk passando ai caratteri latini), ma una delle manifestazioni più chiare di tradizionalismo religioso è stato un discorso sul tema “Donne e giustizia”. Comprende parole impressionanti. “La nostra religione ha definito il posto delle donne nella società: la maternità… Porre donne e uomini sullo stesso piano è contro natura ….La loro costituzione è differente. Perché alle donne non è richiesto di fare lo stesso lavoro degli uomini, come nei regimi comunisti. Mentre le madri godono di una posizione alta, che solo loro possono raggiungere… Non si può spiegare questo alle femministe. Loro non accettano la maternità“. Tali parole – che oggi contrastano la diversità nel profondo, ai limiti del fondamentalismo – sono state pronunciate dall’uomo di stato turco che ha un elevatissimo consenso elettorale. Concetti di nuovo legittimi. Peraltro escludono che questa Turchia entri in Europa, perché entrando ne stravolgerebbe lo spirito sperimentale della struttura laica. I laici non possono stare a guardare per quieto vivere.

Terzo esempio. I laici  europei non possono far finta di niente  sulla questione ISIS, il califfato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi  di recente  dopo un decennio che lo ha reso lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (l’antico progetto della Grande Siria, estesa a nord della Penisola Araba fino alla Turchia, confinante ad ovest con l’Egitto e a est  fino ai confini dell’Iran) con acronimo derivato. I laici non possono stare a guardare perché la laicità è toccata dalla questione ISIS  molto più di quanto appaia al primo impatto. Pare un episodio del terrorismo politico tra Stati, visto che l’ISIS teorizza la guerra totale contro l’Occidente e nell’Islam, condotta dal nuovo Stato a struttura totalitaria con metodi così spietati da indurre a prenderne le distanze perfino Al Qaeda.  Ma nell’ISIS il terrorismo non è episodico bensì intrinseco al fondamentalismo religioso che è alla base della sua volontà di potere e della attenta gestione di quanto posseduto (vedi strategia di sfruttamento dei giacimenti petroliferi conquistati). Non a caso il Califfato è stato definito dal suo Consiglio della Shura “il sogno che vive nelle profondità di ogni credente musulmano di tutto il mondo”, vale a dire un’ispirazione strettamente connessa all’utopia della purificazione musulmana (nel caso a vocazione sunnita) che si traduce nell’estrema brutalità dell’agire.

Nel meccanismo dell’ISIS si manifesta ancora una volta l’antico rifiuto della diversità individuale con la sua coda di valori non negoziabili. Si manifesta oggi in modi assai diretti e terroristici (del resto anche le manifestazioni in epoche passate sono state assai violente, pur coinvolgendo realtà diverse, come la Chiesa cattolica e gli stati europei) ma non è che,  manifestandosi in modo meno brusco, quel rifiuto e quella coda sarebbero meno pericolosi dal punto di vista civile. Non per caso il nucleo dell’ISIS è formato sì da alcune migliaia di personaggi di quei territori asiatici ma anche da molti cittadini europei, spesso neppure islamici per nascita. Il motore dell’ISIS non è una bega locale bensì la concezione  di un mondo eterno nella divinità, tesa ad organizzarsi in suo nome, a compenetrare integralmente il disegno attribuitole e a ridurre l’individualità civile all’esprimere questa compenetrazione.  Concludendo, la vicenda ISIS conferma che l’abbandono del metodo sperimentale finisce per condurre  al fanatismo nella convivenza.

 

Questa voce è stata pubblicata in argomento Politico, argomento Separatismo, LIBRI, OPUSCOLI e TESTI NON BREVI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.