Una sfida sull’otto per mille



Nei giorni scorsi, la Corte dei Conti ha pubblicato la delibera 16/2014 sul tema 8 per mille. E’ un pesante giudizio negativo sulla situazione, che ripercorre quasi tutte le  critiche ai privilegi confessionali.

Nella sintesi la Corte dei Conti stigmatizza che, con il meccanismo di ripartire anche le quote di chi non si è espresso, i beneficiari ricevono più denaro dalla quota non espressa che da quella optata, rendendo irrilevante la volontà di chi non sceglie (che sono la maggioranza). I fondi destinati alle confessioni risultano ingenti  (superano ampiamente il miliardo di euro l’anno), non hanno  riscontro in altre realtà europee e sono gli unici che, nell’attuale periodo di riduzione della spesa pubblica, sono cresciuti a dismisura. Nonostante che già nel 1996 gli ambienti governativi avessero dichiarato che l’8 per mille “supera i livelli di contribuzione che alla Chiesa cattolica pervenivano sulla base dell’antico sistema”. Tra l’altro, la possibilità di accesso all’8 per mille oggi esclude molte confessioni che non hanno intese tra lo Stato (il caso più rilevante è quello dei musulmani, circa due milioni di persone).

Inoltre, scrive ancora la Corte dei Conti, manca trasparenza sulle erogazioni. Per di più, lo Stato si disinteressa alla quota di propria competenza, e ciò ha portato al drastico ridursi dei contribuenti a suo favore. Così, all’interno dell’8 per mille, si mina l’alternativa per i cittadini che, non volendo finanziare una confessione, aspirino a destinare una parte della propria imposta a finalità sociali. Ciò per  4 motivi: che lo Stato è il solo tra i fruitori 8 per mille a non sensibilizzare i cittadini con la pubblicità; che le somme destinate  allo Stato sono assai tagliate dall’uso di adoperarle per finalità perfino antitetiche alla volontà dei contribuenti; che una parte consistente delle risorse pubbliche viene veicolata verso scopi riconducibili agli interessi confessionali, seppur alternativi a quelli pubblici;  che le tipologie degli interventi indeterminate e  straordinarie hanno prodotto  erogazioni a pioggia ad enti, spesso privati.

Per tutto ciò, scrive la Corte dei Conti, la decurtazione della quota dell’8 per mille di competenza statale va eliminata. Oltretutto penalizza coloro che scelgono lo Stato e non gli optanti per le confessioni.  In conclusione, la Corte dei Conti ha disposto che le amministrazioni interessate comunichino, entro sei mesi, alla Corte e al Parlamento le misure adottate dopo la delibera 16/2014 peraltro comunicando subito, entro trenta giorni, se e perché non intendano farlo.

Questa chiara e dura delibera costituisce una sfida al Governo. Evidenzia disfunzioni gravi nella struttura giuridica e nella gestione burocratica pubblica. Se il governo Renzi vuole replicare davvero alla definizione irridente che con l’abituale franchezza  ne ha dato Crozza (lo ha definito “vanverocrazia”), dovrebbe cogliere la palla al balzo e passare dalle parole ai fatti. Basta sopprimere una riga della Legge 222/1985 (art.47, c. 3 ultimo periodo) per risolvere l’aspetto peggiore dello scandalo 8 per mille (facendo restare all’erario le quote Irpef non destinate dai cittadini con l’8 per mille) e poi dare ordine ultimativo alla burocrazia ministeriale di non derogare alla destinazione dell’8 per mille pubblico. Con rapidità, si otterrebbe di  risparmiare moltissimo e di rispettare i diritti dei cittadini nel solco della laicità istituzionale, cui ci richiama l’Europa.

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