In ricordo della liberazione di Firenze

Settanta anni fa, nella prima metà di agosto del 1944, Firenze fu liberata dalle truppe alleate con il robusto concorso del comando militare del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale. L’11 agosto all’alba, il CTLN diramò l’ordine di attacco finale nella zona di riva destra dell’Arno e la stessa mattina, mentre in moltissime strade continuavano fitti scontri a fuoco con i tedeschi, insediò a Palazzo Vecchio, insieme alla Giunta composta dagli esponenti dei cinque partiti suoi membri (DC, PCI, Pd’Azione, PLI, PSI), il primo Sindaco di Firenze democratica, Gaetano Pieraccini, medico e storico deputato socialista, messo  al confino dal fascismo.

Prendo spunto da questo doveroso ricordo, non per una ulteriore celebrazione di allora, ma per richiamare un episodio che delinea il clima di quelle settimane e induce alla riflessione anche oggi. Sette giorni prima dell’attacco del CTLN ­– come descrive in dettaglio il diario di una esponente di rilievo della città nella riva destra, Bianca Geddes da Filicaia – i fascisti fiorentini che negli ultimi giorni avevano lasciato Firenze in massa, dal Sindaco Dainelli, a tutti i gerarchi del PNF locali e nazionali, ai feroci sbirri del maggiore Carità, organizzarono il lancio aereo di un diluvio di volantini sulla città dal seguente tenore:

“Noi ritorneremo. Dio punisca i traditori! Fra poco l’Inghilterra  non sopporterà più l’effetto delle armi tedesche. Soltanto poca gente sa quando e dove saranno utilizzate le armi ancora sconosciute. Fra breve tempo noi sferreremo l’offensiva e sarà in quel momento che gli Italiani fedeli alla patria saranno compensati, sarà in quel momento che i traditori avranno la risposta che si meritano…. Fra breve tempo noi ritorneremo. Sarà solamente allora che l’Europa avrà la sua vittoria e che noi tutti  saremo sicuri del nostro avvenire sul nostro libero suolo. Dio punirà i traditori e ricompenserà i fedeli e i costanti.”

E’ un testo illuminante sull’esaltazione onirica della mentalità fascista: a parte le specifiche politiche, resta sempre estranea alla realtà. Si crogiola nel suo mondo, concepito come destino divino ineludibile che non da spazi al libero agire di ogni cittadino fuori della fedeltà ai capi e al loro gruppo. I fatti della vita non contano. Non contano ragioni e dubbi. Conta solo drogarsi delle proprie teorie passatiste incuranti del tempo.

Anche da qui si può vedere  il senso più profondo della liberazione, fiorentina e non solo.  Non è il sostituire un’esaltazione con un mito, ma il voler imboccare la faticosa strada del confronto civile tra individui diversi  in carne ed ossa, tra le loro idee e i loro progetti, misurando in seguito i risultati di quanto scelto e correggendosi. Lungo quella strada si deve camminare ancora oggi. Non dimenticando mai che la convivenza tra diversi, nonostante la retorica affabulatrice cerchi tuttora di nasconderlo, si costruisce passo  passo e non può avere punti di arrivo definitivi.

 

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