Accettate la diversità

Vittorio Emiliani ha giustamente criticato con severità la proposta di intitolare a De Gasperi la Festa dell’Unità. Ha tratteggiato le fasi storiche dimostrando il grave errore del dare alla Festa il nome del principale nemico politico dei padri della stessa Festa che ebbero strategie contrapposte alla sua. Aggiungo che darlo sarebbe un grave errore storico ma non solo quello. Più ancora dell’ignoranza storica, c’è il problema di concepire la politica come accordi tra uguali, cancellando le differenze. In questo sta l’errore  più preoccupante del voler intitolare a De Gasperi la Festa dell’Unità. Si  continua a sognare – anzi di recente se ne da continua prova – che il governare sia frutto del conformismo di potere tra i più grossi e non capacità di fare scelte progettuali per convivere e del realizzarle davvero. Il corretto fondamento della politica è riconoscere la diversità di ciascun cittadino e la diversità dei filoni cultural politici che li inducono ad aggregarsi e poi, confliggendo, a darsi regole per stare insieme. Invece, in giro si avverte una confusione montante sul valore del confliggere democratico, che si vorrebbe eliminare portando al riconoscersi nel conformismo culturale dominante che nega  diversità,  primato dei fatti e agire al governo.

La stessa tendenza si ritrova nell’insistenza sulla questione ebraica di ambienti della sinistra gruppettara convergenti con quelli della estrema destra razzista. Vorrebbero equiparare Hamas terrorista con il governo israeliano conservatore e alla fine non accettare l’esistenza di Israele quale punto di partenza di ogni strategia democratica. Per loro, chi non accetta questa impostazione è un lobbista ebreo contrario al volere dei cittadini. Non si accorgono che per rifiutare questa impostazione non occorre essere ebrei filo israeliani, basta essere cittadini liberi fautori della diversità di ciascuno e rispettosi dei fatti. Tanto che esistono anche ebrei, come la responsabile della Piccola Gerusalemme, che non colgono quanto sia indispensabile riconoscere la diversità e scrivono sul Tirreno “non mi considero un’ebrea buona né un’ebrea cattiva, ma solo un’ebrea desiderosa di pace”, quasi che bastasse evocare la pace per imporla. Anche qui non ci si rende conto che la pace non si impone  e può solo esser frutto della libertà fondata su politiche della diversità.

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