Le iniziative di Francesco e i laici

 

Articolo scritto per la rubrica Disputationes del numero 31 della rivista NON CREDO

 

A giugno, subito dopo il viaggio in Terra Santa, Papa Francesco ha promosso in Vaticano l’incontro ribattezzato il nuovo quartetto per la pace in Medio Oriente: lo stesso Pontefice, il Presidente israeliano Shimon Peres (al termine del mandato), il Presidente palestinese Abu Mazen e il patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo. Sorvolando sul conformismo celebrativo dei media italiani e non entrando in questioni di fede, trovo opportuna una riflessione sul significato civile dell’iniziativa.

Per Francesco lo scopo dell’incontro era una preghiera religiosa per la pace.  Però è incontestabile che nel quartetto il solo fatto esclusivamente religioso era l’accomunare i cristiani, cattolici e ortodossi, voluto da Francesco nel quadro del lavoro per riparare “il peccato della separazione millenaria” (sue parole). Per il resto il quartetto è composto da due politici, un religioso e il Papa che è insieme capo religioso e capo di Stato. Una simile composizione mostra subito come l’intento dell’incontro – a parte le tre preghiere distinte recitate  senza commistioni da esponenti di ciascuna delle religioni monoteiste – corrisponda alla tradizionale pretesa del mondo cattolico non di stare nel mondo (diritto che i laici veri difendono senza tentennare) ma di avere un ruolo primario nel dirigerlo mischiando stato e religione, interessi terreni ed interessi divini.

Nonostante Francesco confermi la rottura con i tradizionalisti cattolici (“l’apostolo di Cristo non fa Crociate, non usa la fede come una bandiera, è umile, non trionfalista”), la strada indicata dall’incontro è la supremazia religiosa del pregare rispetto al decidere politico ritenuto divisivo. Dal punto di vista laico, incontrarsi per esprimere speranze condivise è utile per scongelare i rapporti ma non per trovare soluzioni concrete ai problemi. Non a caso, il linguaggio adoperato dal quartetto è pervaso da sostanziale ipocrisia, sia nell’uso di termini cui si attribuiscono significati differenti, sia nella manifesta discordanza del messaggio secondo la lingua in cui vien diffuso (il discorso di Abu Mazen aveva un testo diverso nella versione distribuita ai giornali e in quella letta in arabo).

Il mondo cattolico insiste sulla novità del pregare insieme tra avversari che si combattono. Sarà forse così in campo religioso, ma in diplomazia da secoli i nemici si parlano. In realtà, ancora una volta si è di fronte all’approccio inevitabilmente distinto tra chi nega l’esperienza storica e ripropone la vicinanza tra le religioni quale nuova strada per la storia e chi invece fa tesoro dell’esperienza e sa che veti ed ostilità reciproche sono superabili solo rinnovando le regole umane per la convivenza tra cittadini diversi immersi nei problemi dell’epoca. Il nodo è qui. La costante della vita è  la diversità, non l’unità.

Abbandonare l’idea delle crociate non basta se si continua a sostenere che il metodo di risolvere i problemi civili sarebbe quello religioso: di tutte le religioni, che hanno sì impostazioni divergenti, ma dovrebbero convergere nella supremazia del divino sullo Stato (peraltro tesi dei cattolici, non degli ebrei e dei musulmani). La questione non sta nell’alzare gli occhi al cielo, che è un bisogno umano per moltissimi insopprimibile e da garantire senza riserve da parte laica. Sta nel cogliere che “per costruire artigianalmente, ogni giorno e con coraggio, la pace” (parole di Francesco), non serve predeterminare l’armonia bensì costruire con il conflitto democratico la libertà terrena di ogni individuo, che nasce dalle regole per convivere tra diversi quotidianamente e che è una precondizione della pace.

I laici non devono deflettere da tale questione che è dirimente. Specie oggi con Francesco, che mantiene fermissima la sua fede e che altrettanto fermamente si impegna a presentarla in forme accattivanti, quindi più fuorvianti sui bisogni di libertà. Ne sono una conferma le cose dette da Francesco gli stessi giorni su argomenti chiave al periodico spagnolo La Vanguardia.

Sul fondamentalismo (“Nelle tre religioni abbiamo i gruppi fondamentalisti, piccoli in rapporto a tutto il resto. Un gruppo fondamentalista, anche se non colpisce nessuno, è violento. La struttura mentale del fondamentalismo è violenza nel nome di Dio”), sull’identità individuale (“il modo per fare veri cambiamenti è partire dall’identità. Mai si può fare un passo nella vita se non dal precedente, senza sapere da dove vengo, che nome ho, che nome culturale o religioso ho”), sulla corruzione (“il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata. Di fronte al Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell’espressione della sua salvezza”), sul sistema economico (“Siamo caduti in un peccato di idolatria  del denaro. L’economia si muove per l’affanno di avere di più e  alimenta una cultura dello scarto. Si scartano i giovani quando si limita la natalità. Si scartano anche gli anziani perché non servono più….Il pensiero unico dell’idolo del denaro,  ci toglie la ricchezza della diversità di pensiero. La globalizzazione bene intesa è una ricchezza. Una globalizzazione male intesa è quella ch e annulla le differenze”).

Tutti questi argomenti meriterebbero molte osservazioni da parte dei laici concentrati sul proprio metodo. Per migliorare la convivenza tra diversi, non basta individuare magari i nodi dell’oggi, e non impegnarsi a costruire risposte misurate sulla diversità dei cittadini. In ambito civile è mistificante (e antistorico) scagliarsi contro il pensiero unico e insieme proporre un pensiero che addirittura misura la libertà individuale sul riconoscere la verità fuori del tempo, concetto che è la più completa  forma di uniformità. L’esercizio della diversità individuale non richiede modelli prefabbricati per altri problemi ed altre epoche, pur riproposti in forme accattivanti. Per convivere, ci vuole il metodo civile non il metodo religioso, la sperimentazione dei progetti sul futuro e dei risultati conseguiti, non l’applicazione di una verità di fede eterna. Dar più spazio alla diversità è il solo strumento per riscattare la politica dal drogarsi di potere pretendendo di governare meglio la convivenza civile.

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