Il crocifisso negli edifici pubblici

Scritto per la rubrica Disputatione laiche della rivista NON CREDO, n.30

 

Il problema del crocifisso negli uffici pubblici  è emblematico del come curare un’istituzione laica.  Un impegno continuo per renderla adeguata all’esigenza di neutralità istituzionale.

Oggi ad uno stato giuridico definito, corrisponde un’attuazione problematica. Nel 1800, all’epoca della lotta al potere temporale, il crocifisso era ritenuto  un arredo scolastico non ecclesiale che non intaccava il separatismo tra lo Stato e la sua religione. Passarono i decenni, i cattolici si mantenevano ai margini della vita pubblica e così il governo fascista volle sanare i rapporti Stato Chiesa: per disciplinare il crocifisso nelle aule scolastiche varò un’ordinanza nel tardo 1923 più due Regi Decreti nel 1924 e nel 1928 e per le aule di giustizia una circolare nel 1926. L’intento politico venne poi inquadrato con il Concordato del 1929.

L’impianto della Costituzione – nonostante la stortura dell’art. 7 – parve dare  più attenzione alla libertà religiosa ma non avviò una pratica diffusa. Solo la prima sentenza della Corte Costituzionale nel ‘56 sancì che la Costituzione prevale sulle leggi antecedenti. Quindi dalla fine anni ’60, si battagliò sul divorzio prima e poi sull’aborto, pur senza arrivare ad un approccio politico separatista. Tanto che, quando sotto la spinta papale avviata dal Concilio Vaticano II,  Craxi rivide il Concordato superando le resistenze delle strutture ministeriali, non ebbe il coraggio politico di cogliere le novità conciliari (ove i documenti non parlano di concordati) e così il Concordato ‘84 taglia i rami secchi di quello  1929 (la religione di Stato) restando  alla logica concordataria  per la convivenza religiosa.

Da qui è emersa l’ambiguità del caso crocifisso. Infatti nel Concordato non ci sono norme al riguardo per nessun ufficio pubblico, e, sparita la religione di Stato, la già richiamata libertà di religione nella Costituzione pareva inibire ogni privilegio religioso. Ma non fu così, perché i cattolici chiusi, collocati  nei gangli dello Stato, hanno sfornato nel tempo interpretazioni causidiche, in modo da privilegiare i loro interessi. All’inizio 1988, il ministro dell’Istruzione Galloni (prima fila DC), invece di imboccare per la scuola la strada coerente con la libertà di religione costituzionale, ritenne (come se la Costituzione non fosse chiara) di chiedere un parere al Consiglio di Stato.

Il Consiglio di  Stato lo espresse restando fuori del tempo e contraddicendo evidenze giuridiche. Di fatti, partì asserendo che il crocifisso è un valore universale, indipendente da una specifica confessione religiosa. Poi sostenne che le norme  sul crocifisso non erano abrogate (essendo precedenti il 1929) e finse di  dimenticare che la rimozione dell’art.1 del Trattato del 1929 implicava l’applicare il residuo impianto Costituzionale che le rende incompatibili con la libertà religiosa degli scolari. Come anni dopo scrisse la Corte Costituzionale Tedesca, è profanare la croce non considerarla un segno di culto di uno specifico credo… la croce nelle aule scolastiche rappresenta il contenuto di fede che simboleggia e propaga lo stesso.

Un colpo ai cattolici chiusi venne nel 1989 dalla sentenza 203 della Corte Costituzionale  che sancì la laicità istituzionale nell’insegnamento, seppure incline al comunitarismo religioso. Ciò cambiò il clima. In campo legislativo vi furono due leggi, la 430/1991 e la 297/1994, che, negli articoli sull’arredo scolastico, rimossero ogni riferimento al crocifisso e dettero una prospettiva culturale diversa.  Nel 1994 vi fu anche il caso di uno scrutatore di Cuneo che non volle esercitare il proprio ufficio in stanze con il crocifisso (di qui una causa penale con condanna all’inizio, vari gradi di giudizio, rinvii ed assoluzione finale in Cassazione nel 2000). Tuttavia il vergognoso parere del Consiglio di Stato è restato la linea istituzionale effettiva e ha guidato i comportamenti pubblici sostanziali. Il Ministro dell’Istruzione Berlinguer (DS)  con la legge 59/1997 e poi il Regolamento 275/1999  normò il principio di autonomia nella scuola distinguendo in modo traballante tra scuola pubblica e privata. E nel 2002 il Ministro dell’Istruzione Moratti (Forza Italia) emanò una direttiva per introdurre il crocifisso nelle scuole. Quando nell’ottobre 2003 un’ordinanza del Tribunale dell’Aquila sancì la rimozione del crocifisso, quasi per sanarne lo scandalo intervenne il Presidente Ciampi, sostenendo che il crocifisso era l’unità italiana (per questo, come esponente dei liberali, ebbi con lui un vivace scambio polemico).

A fine 2004 i laici fautori dell’applicazione costituzionale portarono il problema alla Suprema Corte. E la Corte, ribadendo un principio opinabile ma assodato, stabilì che la materia è disciplinata da regolamenti, i quali non sono di competenza sua bensì dei tribunali ordinari o  del TAR (vista la competenza scolastica ora attribuita alle regioni). Prontamente, nel marzo 2005, il TAR del Veneto stabilì che il crocifisso in classe ha una valenza formativa, sia come il simbolo della identità italiana sia quale simbolo della stessa laicità dello Stato. Tali stupefacenti contorcimenti  mentali – confermati dal solito Consiglio di Stato – sono funzionali alla linea dei cattolici chiusi asserragliati nel propagandare una sociologia tradizionalista secondo cui nella convivenza deve prevalere non la legge scelta oggi dai cittadini bensì gli usi popolari in vigore da secoli.

In queste condizioni, anche l’iniziativa negli stessi mesi del giudice Tosti a Camerino di non tenere udienze in aule ove fosse affisso il crocifisso, suscitò molto clamore e lunghe vicende penali (con assoluzione, Cassazione 2012), però comportò anche la radiazione del giudice dalla Magistratura (gennaio 2009), a conferma che il CSM è un organo dedito al conformismo più che all’esercizio del diritto dei cittadini.

Infine va ricordato il tentativo presso la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo. In questo caso prima fu accolta la domanda di rimozione, poi (marzo 2011) si è confermato che l’affissione del crocifisso è nei margini  discrezionali dell’Italia, che farebbe bene a decidersi (“la Corte rileva che il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione hanno opinioni divergenti in proposito e che la Corte costituzionale non abbia statuito un indirizzo“).

Le vicende sul crocifisso nei pubblici uffici rendono chiaro che in Italia esiste un groviglio normativo usato quale scappatoia dai cattolici chiusi, che si appellano alla sociologia religiosa del culto cattolico. Da ciò dobbiamo concludere che non imporre un simbolo religioso migliora la convivenza tra diversi ma che è arduo ottenerlo puntando sul rispetto formale della Costituzione. Perché il guaio sta proprio nell’art. 7, che non è separatista.  Del resto, la non imposizione del crocifisso è una logica vivente  non assicurabile da un modello statico. Necessita di soggetti attivi impegnati in quotidiane scelte politiche di libertà del cittadino.  Senza nostalgie tardo razionaliste, specie nell’epoca del pimpante conformismo scoutistico renziano.

 

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