La ragione, il dubbio e il tempo

Per la rivista NON CREDO

Aggiungere “dubbio”  a “ragione” nella testata allontana ancor più Non Credo dall’inazione nel mondo. Per troppi il dubbio è togliere sicurezza al conoscere e dare insicurezza morale, nel filone per cui la realtà sarebbero i modelli fissi.  Invece, negli ultimi secoli, si va capendo che si conosce riflettendo di continuo sui fatti.

A fine ‘500 Galileo avviò il metodo sperimentale; nel ‘600 Cartesio vide nel dubbio il mezzo per dedurre il vero ma accettando i concetti eterni; poi Locke indagò il processo conoscitivo dell’intelletto umano che sperimenta, chiedendo l’analisi individuale e la tolleranza religiosa. Nel ‘700, Voltaire avversò  provvidenzialismo e fatalismo dato che “solo gli imbecilli non  hanno dubbi”; Hume osservò che il dubbio invalida la metafisica e che l’esperienza soggettiva non assicura il conoscere definitivo (di qui il suo scetticismo); Kant considerò il dubbio la ragione che riflette sé stessa criticamente (non approfondendo lo sperimentare). Nel 1800, la scienza iniziò la rincorsa ancora in atto, ma insieme sbocciò il positivismo, fondato sui dati sperimentali visti come una nuova metafisica (solo ragione), quindi  chiuso al dubbio.

Le trasformazioni sulla conoscenza hanno sempre tracimato in politica. Nel ‘600, innescarono la Rivoluzione inglese, che rafforzò il Parlamento contro l’assolutismo. Nel ‘700 produssero l’Illuminismo da cui emersero la Rivoluzione americana con la Costituzione degli Stati Uniti e la Rivoluzione francese, eventi che, in nome della ragione,  imperniarono la convivenza su libertà, uguaglianza, fraternità dei cittadini. Nel 1800 dominò il contrasto tra autorità e indipendenza. Però, tra gli anglosassoni le istituzioni della libertà individuale si svilupparono in coerenza mentre nell’Europa continentale prevalsero modelli rigidi in versioni positiviste, prodromo dell’avvento nel ‘900 del totalitarismo avverso alla libertà individuale  e al dubbio.  Il totalitarismo ha imperversato nel ‘900  eppure la logica del dubbio e della ricerca hanno vinto in campo scientifico, a partire  dalle teorie della relatività e dei quanti, fondate sullo sperimentare, che hanno dato un forte impulso al conoscere e spazzato via il positivismo.  Anzi, con la falsificabilità di Popper (la scienza presuppone non l’eterno ma conoscere ciò che non si sa) e la freccia del tempo di Prigogine (l’essenza del mondo fisico non è la rigidità ma il mutare) si intravede che il dubbio è uno snodo essenziale del conoscere per valutare il già noto quando trascorre il tempo.

In Italia, cultura e politica sono indietro in tema di dubbio. Stanno nella palude del conformismo nemico del metodo individuale e, diffidando di critiche ed esperimenti, rifuggono il dubbio in modo obliquo, senza negarlo ma intendendolo come insicurezza che “motiva il dolce far niente” (diceva D’Azeglio). Così, in epoca di rapporti globalizzati, il richiamo al dubbio non celebra l’inazione ma spinge ad agire nel mondo della diversità, ove la conoscenza muta con il parametro tempo fisico.  Sarebbe bello renderlo esplicito nella testata: “la cultura della ragione e del dubbio vive nel tempo”.

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