I lettori chiedono: quale origine ha lo Stato del Vaticano?

Scritto per la rivista NON CREDO – rubrica Disputationes Laiche n.26

 

Fino a metà ‘800 lo Stato della Chiesa era consolidato. Il Papa esercitava il diritto temporale e spirituale su gran parte dell’Emilia, sulle Marche, sull’Umbria e sul Lazio, una superficie oltre i 40.000 km2. Poi i governi liberali di Cavour  rovesciarono l’alleanza tradizionale  dei Savoia con la Chiesa. Da un lato  abolirono il potere temporale ecclesiastico in Piemonte e affidarono alla Corona l’istruzione pubblica, dall’altro favorirono consultazioni popolari in varie  zone sull’aderire al Regno d’Italia. In questo modo, aderirono (con partecipazione e maggioranze molto alte) l’Emilia, le Marche, l’Umbria.  All’epoca di Porta Pia (20 settembre 1870) lo Stato della Chiesa era ridotto a 12.000 km2.  Quindici giorni dopo (2 ottobre 1870) il plebiscito nel Lazio (cui parteciparono l’80% degli elettori dando una maggioranza del 98,8%) ridusse il controllo fisico del Papa ai Palazzi Apostolici in Roma.

 

La legge delle Guarentigie

Il Regno d’Italia riconobbe subito al Papa il libero esercizio spirituale, insieme riservandosi  una  legge apposita. Il Papa Pio IX  emanò un’enciclica per dichiarare nulla l’occupazione dei territori della Santa Sede, denunciò di essere prigioniero ed impedito nell’esercizio del magistero libero e sicuro,  concludendo con il riaffermare ed estendere la scomunica  degli usurpatori a cominciare dal Re d’Italia.

Mesi dopo, a marzo del 1871 fu votata l’uguaglianza di tutte le religioni nella libertà di culto e a maggio fu votata la legge delle Guarentigie. Il Regno d’Italia riconosceva  al Pontefice ogni prerogativa spirituale, una indennità annua uguale a quella del bilancio dello Stato della Chiesa, il controllo dei palazzi apostolici, Vaticano e Lateranense, con le pertinenze, nonché il complesso  di Castel Gandolfo, il tutto, inclusi  musei e collezioni, esente da tasse ed espropriazioni. Inoltre la forza pubblica non poteva entrare in quei luoghi né compiere perquisizioni in Congregazioni meramente spirituali. In sintesi la legge delle Guarentigie, nell’ottica del separatismo cavouriano, dava piena libertà spirituale al Papa e alla sua Chiesa nel territorio italiano e riconosceva al Pontefice la proprietà  di un’ampia zona in Roma  per una sua residenza adeguata al ruolo. Passarono pochi giorni e l’enciclica Ubi Nos confermò l’indissolubile congiunzione tra potere spirituale e potere temporale, anch’esso divino quale garanzia di indipendenza.

La linea separatista non era accettata dai cattolici (cui era vietato di partecipare alla  politica) e non aveva vita facile neppure in campo laico per gli attacchi anticlericali dei conservatori e della sinistra (a gennaio ‘73 si accordarono per escludere la Teologia dalle Università, consegnando alla Chiesa il monopolio degli studi religiosi, che esiste tuttora). Il contrasto più pubblicizzato era la non partecipazione alla politica ma sotto covava un’altra questione in prospettiva più importante, cioè ridare al Papa il perduto stato internazionale. Nell’autunno 1872, nella fase di preparazione a Parigi della Conferenza per la definizione del metro, il Governo si pose il problema dell’eventuale partecipazione, in rappresentanza del Vaticano, del gesuita Secchi, grande astronomo direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano. Il Ministro degli Esteri Visconti Venosta disse no: “Il Governo del Re non può esporsi a dover firmare accordi con un suddito proprio, il quale stipulerebbe a nome di un’autorità che non ha ai nostri occhi alcuna esistenza di diritto né di fatto”.

 

La contrapposizione cinquantennale

Per quasi cinque decenni, la disputa tra  Regno d’Italia e Chiesa fu su questi due aspetti. Dei due, quello del rifiuto della politica era il più dibattuto, soprattutto nel mondo cattolico fuori dalla  gerarchia, tanto che sul tema partecipazione vi furono in tutto il periodo significative associazioni nazionali di opposte tendenze, dalla vita travagliata.  Comunque il superamento pratico della non partecipazione venne accelerato dal progressivo irrobustirsi del  Regno, dall’introduzione di riforme (come la decisiva legge sul suffragio universale maschile fatta da Giolitti nel 1912) e dalla nomina a Papa di Pio X. Nel decennio del suo pontificato (1903-1914), cambiò la posizione dei predecessori. Non cercò più di ottenere l’appoggio internazionale per influire sulla condizione di fatto della Chiesa all’interno del diritto italiano (il che equivaleva al defilarsi sul divieto di partecipazione politica dei cattolici, divieto che non a caso dopo 50 anni venne tolto al termine della prima guerra mondiale). Si prefisse di riuscire ad ottenere l’appoggio delle nazioni perché il ruolo del Vaticano fosse riconosciuto nell’ambito del diritto internazionale liberandolo così da ogni soggezione dei singoli stati.

 

Manovre delle diplomazie

Una simile impostazione, mutando il tipo di richiesta,  era innovativa ma restava estranea alla logica della separazione Stato Chiesa, stella polare del Regno da oltre mezzo secolo. Appunto per questo il governo Salandra, quando a fine aprile 1915 fece stipulare a Londra un patto segretissimo con la Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia, Russia) per l’eventuale entrata in guerra al suo fianco ribaltando l’alleanza con gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria) vigente da oltre un trentennio, inserì un articolo apposito con cui i contraenti si impegnavano per il futuro a non ammettere al tavolo della pace un rappresentante della Santa Sede.

Non mi soffermo sull’importante Patto Segreto di Londra ­ stipulato su impulso della Corona, con l’accordo degli altri gradi dell’esercito, all’insaputa del Parlamento a maggioranza giolittiana neutralista – che in pratica fu l’inizio della fine delle istituzioni liberali, portando un mese dopo all’entrata in guerra dell’Italia e causando anni dopo, per la sua segretezza non accettata dagli USA, gli scarsi risultati al tavolo della pace degli italiani, pur vincitori. Proseguo piuttosto rilevando che la linea internazionalista degli ultimi due pontefici (confermata da Benedetto XV ad agosto 1916 dicendo di non credere utile alla Santa Sede il ritorno al governo materiale di uno Stato per quanto piccolo) non era al fondo accettata nella Curia.

Essa continuò a manovrare per  avere un territorio e sembrò riuscirvi presto. Il 1° giugno 1919, nel corso della conferenza di pace  a Parigi cui il Vaticano non partecipava, vi fu un colloquio tra un emissario del Segretario di Stato, Cardinale Gasparri, e il Presidente del Consiglio Orlando. Secondo ripetute dichiarazioni dello stesso Orlando nel corso dei decenni successivi, venne trovato un accordo sul riconoscere alla Chiesa  la sovranità su una zona poco più ampia dei luoghi di residenza del Pontefice (sufficiente per consentire l’ingresso del Vaticano nell’allora nascente Società delle Nazioni), sulla quale l’Italia avrebbe esercitato giustizia penale e civile. Orlando si ripromise di presentare l’accordo al Re e al governo appena rientrato in Italia. Quando una settimana dopo lo fece, vi fu una forte contrarietà dei giolittiani per  il sostanziale abbandono del separatismo e Orlando si dimise il 15 giugno.

 

La Segreteria di Stato alla ricerca dell’interlocutore

In quegli anni,  la sola importante novità fu la forte crescita delle rappresentanze internazionali presso la Santa Sede, conseguente l’apprezzamento della neutralità di Benedetto XV contrario alla guerra.  Tuttavia, ancor prima della morte improvvisa di Benedetto XV nel gennaio 1922 e dell’arrivo di Pio XI, in una situazione italiana da anni tesissima nei rapporti economico sociali, il Cardinale Gasparri aveva continuato a tessere la sua tela politica per dare un territorio alla Santa Sede. Manteneva a distanza il Partito Popolare di don Sturzo, cresciuto dopo la nascita nel 1919, proprio sul punto  del rappresentare gli interessi della Chiesa, e per il resto teneva contatti diretti e frequenti con diversi esponenti politici di ogni posizione, tenendo fisso l’obiettivo. Il problema suo e delle alte gerarchie era di non trovare il politico adatto. Ad un tratto, nel giro di qualche mese, si profilò l’uomo della provvidenza.

 

Le trattative Mussolini  Cardinal Gasparri

I contatti iniziarono a gennaio ’23 con la richiesta al nuovo Presidente del Consiglio Mussolini di salvare il Banco di Roma, proprietà vaticana, e proseguirono con l’intervento del Segretario di Stato, chiesto da Mussolini, sul Partito Popolare di Sturzo schieratosi al Congresso contro il governo e contro la legge Acerbo (per Mussolini  essenziale strumento elettorale), al fine di costringere Sturzo alle dimissioni a luglio. Dal 1924 i contatti si infittirono. Mussolini faceva una politica su materie gradite al Vaticano, tipo cappellani nell’esercito, crocifisso nelle scuole e nelle aule di giustizia, legge contro la massoneria, riconoscimento civile di festività religiose, raddoppio della congrua, accresciuto rispetto  per la gerarchia ecclesiale. Era il sintomo della logica ristretta che guidava Mussolini.  Lui, antico anticlericale, leader di una sinistra vociante e a capo dell’interventismo bellico contro le tesi neutraliste anche di Benedetto XV, ora, per esigenze di  potere, voleva usare la Chiesa come grande appoggio all’Italia fascista; la logica della Chiesa aveva l’obiettivo più ampio  di creare  condizioni stabili per assicurarsi un indiscutibile ruolo pubblico in Italia e nel mondo.  Mussolini adoperava il bastone e la carota pensando di irrobustirsi nel potere dando privilegi di propria iniziativa, la Chiesa puntava con fermezza ai suoi principi incassando i privilegi senza farsi deviare.

Illuminante la lettera di Pio XI al Segretario di Stato del  febbraio 1926. Confermava che la restituzione del maltolto – come definiva  i privilegi  unilaterali di Mussolini – non avrebbe indotto la Santa Sede ad accettare un nuovo assetto in Italia deciso da altri senza una formale trattativa; trattativa che presupponeva riconoscere alla  Santa Sede una personalità statuale,   e quindi l’attribuzione di un territorio sovrano.  Dopo alcune settimane Mussolini accettò  l’impostazione del Papa, per cui la sovranità territoriale divenne la pregiudiziale della conciliazione. In seguito  il Papa aggiunse la necessità, nel caso la trattativa territoriale e finanziaria proseguisse, di una revisione della politica ecclesiastica italiana tramite la stipula di un concordato.

Le trattative, cominciate nell’estate ’26, durarono circa trenta mesi ai massimi livelli. Per l’Italia il Consigliere di Stato Barone, scelto dal Guardasigilli Rocco, e  per il Vaticano il fratello maggiore Pacelli (il minore Eugenio, già potente Nunzio in Germania, sarà dal 1929 Cardinale, nel 1930 Segretario di Stato e nel 1939 Papa Pio XII) scelto dal Cardinale Gasparri. Nelle ultime settimane subentrarono anche il Guardasigilli e lo stesso Mussolini. Senza addentrarsi nei dettagli, si può sintetizzare affermando che, con i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), il Vaticano la spuntò su tutta la linea, ottenendo perfino più della richiesta iniziale.

 

I tre documenti dei Patti Lateranensi

Il Trattato, riaffermata la religione cattolica quale sola religione dello Stato, assegna un territorio di 44 ettari (assai ristretto eppure più vasto dei pochi Palazzi Apostolici) che consentì il sorgere dello Stato del Vaticano ed un esercizio effettivo della giurisdizione su un territorio e sui suoi abitanti, oltre su altre Basiliche in territorio italiano. La Convenzione Finanziaria stabilì il versamento del Regno d’Italia al Vaticano di contanti per 750 milioni di lire e di titoli di Stato per un miliardo (versamento con cui il Papa dichiarò chiuso il contenzioso pluridecennale).

Già questi due documenti, figli dell’ossessione mussoliniana per il Risorgimento, hanno creato l’intreccio della doppia sovranità Italia Città del Vaticano e intaccato il principio di separazione.  Principio travolto dal terzo documento, il Concordato, che definisce i rapporti religiosi tra la Chiesa Cattolica e lo Stato, scambiando l’ossequio formale al Regno con una serie impressionante di privilegi in materie fondamentali della vita quotidiana. Non a caso Pio XI pretese fosse aggiunto che, in sede di ratifica definitiva dei Patti,  il rispetto riguardava “non solo il Trattato negli irrevocabili reciproci riconoscimenti di sovranità e nella definitiva eliminazione della questione romana, ma anche il Concordato nelle sue alte finalità tendenti a regolare le condizioni della religione e della Chiesa in Italia”.

 

I decenni della Repubblica

Così nacque lo Stato del Vaticano e dilagò il clericalismo. Fu una scelta politica antiseparatista, che confondeva il realismo con lo snobbare la libertà dei cittadini e con l’arrendevolezza nel trattare. Situazione analoga alla Costituente 18 anni dopo. Sull’art.7  Togliatti ripeté l’errore di Mussolini (usare i cattolici per dare credibilità  alla propria politica) al prezzo di favorire la Repubblica confessionale di Dossetti. Poco meglio andò nel 1984. Craxi – illuso di far appoggiare dai cattolici il proprio disegno di potere – accettò la revisione del Concordato cui da anni mirava il Papato, scambiando l’abrogazione della religione di stato e della congrua col non imboccare la strada del Concilio Vaticano II (che non parla di Concordati) e con il dare l’8 per mille, un privilegio ben più di peso della congrua. Nelle tre  occasioni, il dissenso  fu solo dei liberali, che non accettarono i Patti (“una rottura dell’equilibrio che si era stabilito”) , poi l’inclusione in Costituzione (“stridente errore logico e scandalo giuridico”) e poi il nuovo Concordato (“in una democrazia libera, la Chiesa non ha bisogno di Concordati”). Oggi la battaglia politica dei laici non è sullo Stato della Chiesa, ma sulla commistione tra criteri religiosi e scelte civili. Il Concordato inquina la convivenza tra cittadini diversi e confligge con la neutralità istituzionale.  La libertà di culto non c’entra con i privilegi pattizi.

 

 

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