A proposito della legge uguale per tutti

Scambio su Italialaica.it con Paolo Bonetti

Caro Bonetti,

senza dubbio, per battere Berlusconi sul piano politico, non si può pensare  ad un accordo di potere con il PDL. Si devono indicare proposte per affrontare i problemi del paese scelti come prioritari. Perciò diviene preoccupante considerare le larghe intese  un periodo di spartizione di potere e non un’occasione obbligata per convergere tra diversi su temi indifferibili. La riforma della giustizia deve  ridurre drasticamente la durata dei processi e riportare il suo esercizio nell’alveo delle norme scelte dalla sovranità dei cittadini lontano dalla deriva  di  magistrati corporativamente creativi. Mi riferisco al Tribunale dell’Aquila (che si inventa la stregoneria dei terremoti prevedibili), di quello di Taranto (che cerca di anteporre sé stesso alle leggi ambientali varate in Parlamento), di quello di Palermo (che  tenta pervicacemente di riscrivere norme costituzionali). Se non si interviene su tali squilibri magistratura parlamento, la convivenza decade e si lascia a Berlusconi la possibilità di farsi bello su temi  in realtà estranei alla sua proposta politica. Quanto a Napolitano, credo che la tua perplessità dovrebbe tener conto della situazione oggettiva. Senza dubbio sarebbe stata un’altra la linea di Einaudi, un grande liberale di formazione e di comportamenti (lasciò la tessera PLI il giorno dell’elezione per riprenderla il giorno dopo il termine del settennato),  però va considerato che a quell’epoca la nostra Repubblica parlamentare aveva dei parlamentari autonomi  e non dei figuranti senza volontà. Come ho scritto, la democrazia è la ragione (dei cittadini) che non si stanca di combattere.

Paolo Bonetti, venerdì 9 agosto 2013

Caro Morelli,
sono d’accordo con te che Berlusconi va combattuto e battuto sul piano politico, in un libero confronto elettorale. Ma se la sinistra vuole vincere questo confronto, deve smettere di cercare a tutti costi un qualche accordo con il Pdl, nella speranza di mantenere comunque una certa fetta di potere. La mia preoccupazione è che il tentativo di salvataggio giudiziario del cavaliere serva a una certa parte della sinistra per continuare in una politica compromissoria sterile di risultati utili a noi cittadini. E sono anche preoccupato perché dal Quirinale giungono segnali che fanno temere il peggio. Mi auguro che non sia così, ma alcuni interventi del presidente della Repubblica (come quello sulla riforma della giustizia, che certamente di una riforma ha bisogno, ma non nel senso auspicato dal Pdl) mi lasciano molto perplesso. Come mi lascia perplesso, la sua volontà di tenere in piedi il governo Letta ad ogni costo, anche usando la minaccia delle sue dimissioni. Lasciami dire che un Einaudi non si sarebbe mai comportato in questo modo e che noi, fino a prova contraria, continuiamo ad essere una repubblica parlamentare.

Raffaello Morelli, venerdì 9 agosto 2013

Caro Bonetti,

in riferimento alla Tua nota, concordo  circa la assoluta necessità che qualsiasi cittadino rispetti  la legge e che non siano opportuni i tentativi ex post di aggirare questo principio (il criterio dell’amnistia alla Togliatti ha già fatto danni). Solo che non basta dirlo in chiave di commento. Allora, ho rivolto l’invito a Berlusconi  per ribadire che, dal versante degli italiani, il percorso giudiziario è chiuso e che perciò lui dovrebbe dimettersi da senatore e consegnarsi in carcere, così da separare i suoi destini personali da quello della sua proposta politica, che lui intende continuare a sostenere.

Il problema non è infatti chiedersi se per miracolo  Berlusconi  accoglierà l’invito, il problema politico  è che i cittadini non berlusconiani, in applicazione della sentenza, si comportino in coerenza alla chiusura della vicenda giudiziaria (che ha condannato Berlusconi ma non per questo gli toglie i diritti civili per intero e una volta per tutte). I cittadini non berlusconiani devono applicarsi alle questioni incombenti sul paese e non fissarsi ancora sul caso Berlusconi, almeno se vogliono batterne la politica. Altrimenti, non soltanto farebbero marcire la situazione del paese ma alimenterebbero il sospetto di non avere altra idea che battere Berlusconi per via giudiziaria e non con il voto (il che ha sempre favorito Berlusconi, consentendogli di atteggiarsi a martire e di mantenersi a galla). Non è una questione di lana caprina. L’ossessione antiberlusconiana è una malattia palpabile, che alligna nella sinistra, offuscandone le capacità propositive ed impedendole di vincere.

In piccolo, un riscontro  si trova nelle considerazioni di Giustino Carabelli. Prima suppone che io non abbia scritto a Berlusconi (evidentemente ritenendolo irraggiungibile o indegno di contatti), poi gioca  sul termine “raggiungere” dando ad intendere che io abbia l’intenzione di passare ai berluscones (“che lo faccia”), poi si inventa che io mi sia rivolto “da liberale ad un liberale alla Berlusconi” (a differenza della vulgata di sinistra, scrivo da anni che Berlusconi non è mai stato un liberale), infine afferma gongolando che la mia lettera sarebbe la prova che liberale non coincide con laico (mostrando di non capire che i liberali sono di sicuro laici mentre i laici, se non sono liberali come ad esempio il vecchio PCI, finiscono per essere anticlericali in modo sterile ed anacronistico) e che i liberali si confondono con il peggior potere della destra non liberale (frase tanto gratuita ed infondata da  commentarsi da sola).

Alla luce di tutto ciò, la mia lettera è un gesto concreto per contribuire ad impedire che le fantasticherie alla Carabelli segnino i comportamenti dei cittadini non berlusconiani. Va scongiurata la dissennata politica priva di progetti salvo quello di battere Berlusconi per via giudiziaria. Questa è la strada più sicura per darla vinta ai conservatori che non vogliono mai cambiare  appunto per conservare i loro privilegi diffusi nelle leggi e nella pubblica amministrazione. Per battere la politica dei privilegi, occorre trattare i problemi per quel che sono, non riducendoli alla persona del condannato Berlusconi. Che, anche se non ci piace, conserva un folto seguito, irriducibile a colpi di sentenze. Del resto, in democrazia sono decisive le scelte dei cittadini. E perché queste scelte siano positive per la convivenza, è indispensabile che la ragione non si stanchi di combattere (per usare un detto famoso).

Paolo Bonetti, giovedì 7 agosto 2103

Caro Morelli, a questo mondo tutto è possibile, specialmente quando si tratta di politica, ma che Berlusconi sia capace di separare le sue faccende personali da quelle del paese mi pare un evento talmente miracoloso che da laico che non crede nei miracoli non riesco neppure a ipotizzarlo. Che poi si dimetta spontaneamente da senatore e addirittura accetti di consegnarsi alla giustizia andando in carcere, come pare abbia detto ad alcuni intimi, anche questo mi appare assai poco credibile. A meno che non voglia compiere questi gesti per attribuirsi l’aureola del martire: già qualcuno dei suoi lo ha chiamato “martire della libertà” come Gobetti e Rosselli, tanto per capirci. Tutto da ridere. Quello che lo Stato italiano deve fare, senza ambigui tentativi di metterlo in salvo perché continui a far danni, è semplicemente eseguire la sentenza secondo le procedure che si applicano nei confronti di ogni cittadino condannato in via definitiva per un qualche reato. Il rispetto, in ogni circostanza, della legge uguale per tutti è il fondamento dello Stato di diritto, si tratti del re di Prussia o di un semplice mugnaio, per ricordare un esempio storico famoso.

Raffaello Morelli, giovedì 7 agosto 2013
Caro Bonetti,
sulla medesima materia da Te trattata dello stato delle cose italiane dopo la sentenza in Cassazione su Berlusconi, sabato 3 agosto nel pomeriggio (e cioè molto prima l’incredibile intervista del Presidente Esposito) ho inviato una lettera aperta allo stesso Senatore, che ti riporto di seguito (NdA vedere al giorno 3 agosto 2013 ). Mi pare che con quella sentenza sia giunto a conclusione il percorso giudiziario e che sia interesse del solo Berlusconi (al contrario degli italiani) continuare a mantenerlo confuso con le questioni politiche. Di qui l’invito che gli formulo nella lettera, per sgombrare il campo dal suo problema e consentire ai partiti di discutere nel merito dei problemi operativi del paese avviando le riforme. Naturalmente nell’ottica di realizzare il possibile con gli attori che i cittadini hanno inviato sul palcoscenico delle istituzioni e dai quali mi pare del tutto improduttivo cercare di prescindere.

 LEGGE È UGUALE PER TUTTI O NO?

di Paolo Bonetti giovedì 07 agosto 2013

La giustizia umana è sempre incerta e relativa, varia a seconda dei tempi e dei luoghi, è soggetta a tutti gli errori che gli uomini inevitabilmente commettono; ma c’è un principio che sta a fondamento dello Stato di diritto, un principio senza il quale ogni sistema giuridico diventa arbitrario e dispotico, soggetto al capriccio di chi ha il potere e lo esercita per l’esclusiva difesa dei suoi interessi e di quelli della sua parte. Questo principio è scritto a chiare lettere in tutte le aule dei nostri tribunali e ci conforta tutte le volte che, per un qualsiasi motivo, abbiamo a che fare con il sistema giudiziario: la legge è uguale per tutti. Come mi è capitato di dire in altre occasioni, la giustizia italiana ha certamente bisogno di essere riformata: è troppo lenta e farraginosa, spesso severa con i deboli e condiscendente con i forti, condizionata da interessi di casta che non riguardano solo i giudici, ma anche altre corporazioni che in essa operano, a cominciare dagli avvocati che hanno, fra l’altro, una rappresentanza parlamentare abnorme rispetto a quella di altre categorie. Ma c’è un punto sul quale non è possibile ammettere alcuna riforma, la norma fondamentale che la legge è uguale per tutti. Purtroppo nell’Italia scombinata di oggi è proprio questo principio che si vuol mettere in discussione e molti di coloro che chiedono una riforma della giustizia sembra proprio che a questo mirino. Naturalmente essi negano di voler arrivare a un simile obbrobrio, ma in realtà, con i loro comportamenti e le loro richieste, dimostrano chiaramente che è questo il vero obbiettivo che essi si propongono. Dopo anni di leggi ad personam per permettere a Silvio Berlusconi di sottrarsi alla legge comune, i suoi sostenitori pretendono adesso dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento che egli venga indebitamente sottratto alle conseguenze della condanna che la Corte di Cassazione gli ha inflitto in via definitiva per frode fiscale.
Quello che ci preoccupa, però, è l’atteggiamento di molti di coloro che dovrebbero essere fermi e rigorosi custodi della legge e della sua imparzialità. Essi dicono che stanno valutando attentamente la questione, che stanno cercando una soluzione al problema, quando in realtà tutto è già molto chiaro e non c’è materia di dubbio e di discussione. Il cittadino Silvio Berlusconi ha subito un regolare processo in ben tre gradi di giudizio, durante i quali ha fatto scendere in campo la sua batteria di abilissimi avvocati, che hanno potuto portare, in piena libertà, tutte le prove a suo discarico. Anzi, egli ha potuto usufruire, con il suo denaro, di una difesa che certamente la stragrande maggioranza dei cittadini italiani non potrebbe mai permettersi. Nonostante questo è stato condannato e adesso la sentenza deve essere eseguita come avverrebbe nei confronti di ciascuno di noi. Ma si obbietta che Berlusconi è stato votato da milioni di elettori, che egli è il leader di un partito politico che non può essere privato del suo capo neppure per un anno, che fare questo sarebbe un attentato alla democrazia e che se questo accadesse potrebbe crollare il governo che è stato messo in piedi con il sostegno determinante di Berlusconi e del suo partito. A costo di apparire ingenui e privi di senso politico, di fronte a simili argomenti la nostra reazione è quella di una semplice persona di buon senso: ma che c’entra tutto questo con l’amministrazione della giustizia? Che cosa hanno a che fare i giochi e le manovre politiche con il fatto inoppugnabile che noi ci troviamo di fronte a un condannato nei confronti del quale si tratta semplicemente di mettere in atto le norme di legge e dare esecuzione alla pena comminata non arbitrariamente, ma secondo quanto dispone il codice.
Anche questa è una questione che riguarda quella laicità dello Stato che noi ci ostiniamo a difendere nonostante le continue violazioni che essa subisce da parte delle forze politiche di destra e di sinistra. Laicità dello Stato significa anche separazione dei poteri e loro rigorosa autonomia dalle ingerenze di chi li vuol piegare a logiche ad essi del tutto estranee. Comprendiamo benissimo che la politica ha le sue esigenze, che ci sono molti, non solo nel Pdl ma anche nel Pd, che vogliono tenere a tutti i costi in piedi il debolissimo governo Letta e cercano di blindarlo, come abbiamo già scritto, con ogni sorta di ricatti. Ma sarebbe gravissimo se il capo dello Stato o il Parlamento invece di rispettare, come è loro preciso dovere, l’autonomia dell’ordine giudiziario e delle sue deliberazioni, intervenissero per modificare con un atto d’arbitrio quella che è stata la conclusione di un normale iter giudiziario. In questo caso essi offenderebbero gravemente non solo la coscienza giuridica di noi cittadini, ma anche il nostro sentimento morale che non può ammettere che ci siano due pesi e due misure quando si tratta di valutare un qualche reato e che ci siano imputati di serie A e imputati di serie B. La politica segua pure la sua strada fatta inevitabilmente di compromessi, talvolta ragionevoli e necessari e in molti altri casi inaccettabili mafiosi, ma lasci perdere la correttezza delle procedure giudiziarie. Anche perché non è il caso di abusare della nostra pazienza.

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