Il governo tra avversari

L’articolo di una figura di punta della sinistra, Lucia Annunziata, esprime l’attitudine ormai là radicata di vedere gli avvenimenti senza coglierne le dinamiche.

L’Annunziata parla dell’assemblea del PD a Roma e del comizio di Berlusconi a Brescia nella prospettiva del ritiro del Governo in Toscana. Emerge subito che non riesce a capacitarsi di come il governo di pacificazione non eviti che Berlusconi manifesti contro i giudici (le sembra un atto piuttosto eversivo). Precisa che la vera novità è la presenza a Brescia dei tre ministri Alfano, Lupi e Quagliarello, che fatica a inquadrare nel governo di larghe intese. Tanto da scrivere che la differenza tra Alfano e Letta, tra PDL e PD, è che  il “PDL sostiene posizioni che non sono parte del governo in cui siede, e il PD ha evitato accuratamente di prendere atto di questo distacco”.

A parte che è inesatto – Epifani ha criticato la presenza dei ministri a Brescia – l’Annunziata annota che l’accaduto è “una sorta di teoria della convivenza morganatica. Il governo delle larghe intese si configura infatti come la vita di quegli uomini che hanno una doppia famiglia: una vita parallela fra due case, in cui tutti sanno ma in cui ciascuno sceglie o si illude di scegliere la finzione di un amore”. E, appunto non cogliendo il senso degli avvenimenti, conclude: “forse davvero la politica ci dimostrera’ che si puo’ convivere bene anche non condividendo quasi nulla“.

E’ palese l’incredulità che un governo non abbia un legame simbiotico con il partito (o i partiti) di cui è espressione. Nel profondo significa illudersi che un governo sia tutto il volere di tutti e non solo il patto parziale di una maggioranza di cittadini che restano individualmente diversi. Questa stortura è venuta fuori poiché il risultato delle elezioni non consente nessun governo di quel tipo. Ciò ha folgorato il PD e il mondo della sinistra. Dover riconoscere che il governo non incarna un sogno ma  fa (solo) quanto concordato. Per il resto ogni partito sostiene le sue tesi.

Sarà bene che la sinistra si chiarisca le ragioni dell’ennesima  mancata vittoria e si dia un progetto politico alternativo a quello di Berlusconi (cosa molto diversa dal volerlo battere e basta). E lo faccia non considerando il governo un governo amico, ma aiutando il governo a realizzare i punti su cui anch’essa  lo ha fatto nascere. Non sono rinviabili proprio perché non banali.  Lavorare per un’Europa più attenta alla crescita e più democratica (sì al voto diretto nel 2014 del Presidente UE), decidere riforme costituzionali che superino il bicameralismo perfetto, affidino ai cittadini la scelta dei parlamentari, taglino i costi della politica compreso il finanziamento ai partiti. E da subito agire con atti emblematici in materia di fisco e di ammortizzatori  (per  l’emergenza sociale) e abbassare le aliquote fiscali e quindi rilanciare la produttività, il che significa bonificare la palude burocratica e tagliare il debito pubblico tramite alienazioni di beni statali ed una patrimoniale di scopo (mai sul reddito) cui far contribuire in proporzione tutti i cittadini.

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