Ora, comportarsi da laici per esserlo

Quanto avvenuto nella Chiesa lunedì 11 febbraio e mercoledì 13 marzo, impone una riflessione a chi da al termine laico un significato coerente: il diritto per ogni cittadino di poter praticare liberamente il  senso critico nei rapporti con sé stesso e con gli altri.

La rinuncia di Benedetto XVI lunedì 11 febbraio ha espresso la scelta, rilevante perché di un teologo, che la fede non può prescindere dal mondo fisico e con ciò ha spinto a desacralizzare la Curia. L’elezione in un giorno del Cardinale Bergoglio mercoledì 13 marzo,  ha espresso la conseguente volontà della Chiesa Universale di dare un taglio alla concezione sacrale della Curia quale epifania del potere papale. E numerosi  atti di Francesco, nel primo mese da Vescovo di Roma, indicano la precisa determinazione di seguire il sogno di una Chiesa povera, vicina ai poveri, capace di colloquiare con il Sultano (come predicava il Santo di Assisi) e al contempo fermissima nel riaffermare la fede (come ha sostenuto Benedetto XVI e come vuole la tradizione dei gesuiti).

Oggi, questa frugalità nella Chiesa non è più un modo di dire. Già preconizzata dall’alienazione della sede della diocesi di Boston da parte dell’allora entrante cardinale francescano O’Malley per indennizzare le vittime dei preti pedofili, ora si è tradotta nell’atto di Francesco di non tollerare neppure la presenza ad una cerimonia del vecchio cardinale bostoniano che aveva coperto i pedofili.   Ovviamente l’irruzione di una simile frugalità nella Città del Vaticano, è cosa che riguarda quello Stato, riguarda l’intero mondo curiale, visibilmente attonito, riguarda i cattolici chiusi, usi ad esibire la scelta religiosa come un titolo di potere mondano, riguarda i credenti cattolici sinceramente convinti e sollecitati ad una vita più coerente. Tuttavia questa frugalità di Francesco investe pure la logica  del residuo  potere temporale, di cui il Vescovo di Roma pare incline a spogliarsi. E per tale tramite finirà, necessariamente, per riflettersi anche sul mondo laico.

Potere temporale addio. Lo spogliarsi della Chiesa del residuo potere temporale sottolinea quanto siano obsoleti i vecchi slogans anticlericali. Pensati nell’ottocento quando il potere temporale era ancora una realtà voluta dalla Chiesa come teoria di indipendenza, erano proseguiti decenni dopo quando la Chiesa continuò a fare del potere temporale una questione di ossequio alla sua sacralità religiosa. Ma dopo il Concilio Vaticano II, è divenuto progressivamente chiaro che nella Chiesa le pulsioni temporalistiche si restringevano per propria maturazione (non solo per la cresciuta consapevolezza tra i cittadini  che la religiosità è una libera scelta individuale che non pesa sul dare regole al convivere). Oggi, con Francesco, questo processo sta per compiersi, spostando l’attenzione dal governo curiale alla predicazione della fede (l’avvio è il gruppo sinodale di 8 cardinali nominato mentre Non Credo è in stampa). Così  i laici sono di fronte ad una sfida nuova.

I laici non devono più battersi interloquendo con la Chiesa né sentirsi suoi perseguitati. Prima di tutto per il motivo che non la linea della Chiesa ma  la pratica del metodo laico  trova piena conferma sperimentale nei fatti della convivenza e nello svilupparsi delle società civili. Non solo questa conferma è un risultato inoppugnabile, anche in Italia, ma ne è una riprova anche il senso della rinuncia di Benedetto XVI, cioè il riconoscere che neppure la fede può prescindere dal mondo fisico. Non è la fede che governa il mondo, ma la libertà umana, immersa nel tempo fisico, che governa mediante il confliggere critico tra individui diversi secondo regole democratiche. Dunque, essendo vincenti nel clima e nei costumi civili, i laici non debbono conservare una mentalità da perdenti. Inoltre, in Italia esistono problemi di rilievo in materia religiosa, ma tutti sul piano delle strutture istituzionali, ancora improntate al privilegio di un culto e non ad una chiara separazione Stato religioni. E qui i laici non possono annoverare la Chiesa tra gli avversari, pena contraddire il loro voler fondare la convivenza di cittadini diversi sulla libertà religiosa di ciascuno. Forti avversari dei laici esistono, ma sono quei cittadini che vogliono fare della fede la fonte legislativa. In Italia sono quelli che chiamo i cattolici chiusi.

Invece di rifugiarsi in un anticlericalismo praticamente innocuo – cui ora finiranno per mancare anche gli argomenti sul potere mondano della Chiesa –  i laici sarà bene si impegnino presto a battersi per applicare nelle istituzioni la propria impostazione fondata sulla centralità del cittadino. Ciò significa non confondere la libertà religiosa con i privilegi in chiave religiosa, tanto meno ad una sola confessione. Ed è urgente farlo.  Di queste tematiche non hanno parlato in campagna elettorale né i principali gruppi politici né i presunti nuovi del M5S (percorsi da pulsioni fondamentaliste), proprio perché sono temi che rompono davvero il conformismo di potere cui si vuole ancorare la politica. Ed il nuovo parlamento minaccia di seguire la strada del precedente nel praticare le impostazioni concordatarie. Basti pensare a quanto ha detto nel discorso di investitura il neo Presidente della Camera, Laura Boldrini ( “Anche i protagonisti della vita spirituale e religiosa ci spronano ad osare di più”), che schiera la Camera tra  chi vuole affidare  alla fede un ruolo propulsivo nelle scelte legislative, con ciò ribaltando la visione laica.

Con l’avvento del nuovo Vescovo di Roma, i laici dovranno rifuggire gli slogan strumentali contro la Chiesa, lo scervellarsi se la gerarchia è o no vicina alle speranze di rinnovamento civile e insieme il praticare convenienze elettoralistiche verso il voto cattolico. Dovranno invece  impegnarsi con fermezza e coerenza per modellare le leggi italiane sui principi della neutralità istituzionale in materia religiosa. Perché è su questo punto che verte la sfida civile per confrontare nei fatti le differenti proposte sui problemi quotidiani. C’è tanto da fare e oggi la strada non sono gli anatemi anticlericali e le contorte ipocrisie tattiche bensì il far maturare tra i cittadini, credenti e non credenti, la spinta di programmi laici chiari. Del resto, una differenza essenziale tra l’impostazione religiosa e quella laica sta  sul come si pratica la partecipazione. Per la religione cattolica la partecipazione è pura testimonianza di fede, i cui indirizzi sono riservati alla Chiesa e per essa al Papa, ai cardinali e ai vescovi.  Per i laici, la partecipazione è discutere per decidere quali regole dare al concreto convivere tra cittadini diversi.

Temi di partecipazione laica. Sono almeno due i temi più immediati su cui sollecitare la partecipazione  laica dei cittadini per arrivare a decidere. Quello dei servizi pubblici e quello dell’otto per mille. I servizi pubblici, dall’istruzione agli ambulatori, vanno svolti nel rispetto della laicità istituzionale che esclude privilegi per un solo culto. Si pensi all’insegnamento della religione cattolica  (da sostituire con la storia delle religioni), all’esposizione di un solo simbolo religioso nelle aule (che andrà progressivamente superata), al servizio di interruzione di gravidanza (liberato da interpretazioni incostituzionali della legge 40 oppure dall’assurda scusa della libertà di coscienza, che non riguarda l’ente erogatore del servizio ma i singoli operatori, coerenti nel non eseguirla nel loro privato), all’assistenza ospedaliera e militare (che di fatto favorisce un solo culto), agli ostacoli pseudolegalistici e comunitari frapposti in svariati municipi ai cittadini che intendono formalizzare le loro volontà sul  proprio fine vita.

Poi c’è la questione 8 per mille. E’ un modo ipocrita di privilegiare i culti che hanno Intese con lo Stato, avvantaggiando soprattutto la Chiesa Cattolica. L’ipocrisia consiste nel dire che l’ammontare è scelto dai cittadini mentre in realtà scelgono solo circa il 40% dei cittadini (dei quali lo  85% opta per la Chiesa Cattolica)  e il restante 60% circa, che non ha scelto, da un gettito di 1,1 miliardi di euro, poi erogato con fondi dello Stato ai culti in proporzione alla parte delle scelte fatte. Questa ipocrisia va rimossa. Il primo passo è mobilitarsi non con rivolte fiscali (in cui prevale il rifiuto del meccanismo statale) bensì con un’esplicita azione politica per togliere poche parole dalla relativa legge  (la 222/1985, Art. 47 comma 3° ultimo periodo) e cioè le parole “In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”.  Tolte queste parole, rimane la libertà del contribuente di destinare il proprio 8 per mille ma sparisce un privilegio intollerabile per un culto con soldi pubblici.  E allo Stato resta un miliardo di euro.

Sono due concreti esempi del mobilitare i cittadini su battaglie laiche legislative separatiste che rendono effettivo convivere tra diversi con al centro il cittadino. Sarebbe un cambiamento reale.  Non si può sostenere che decidere spetta ai cittadini e poi scimmiottare anche noi laici gli affabulatori e i profeti nel rincorrere promesse fuori dalla realtà e nell’imporre agli altri le proprie scelte di vita. E’  tempo non di dirsi laici ma di praticare la laicità nel convivere.

 

 

 

 

 

 

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