Sull’articolo “Io vi compatisco” apparso su Laici

Un commento all’articolo di Vittorio Lussana direttore di Laici.

Caro Lussana,

mi permetto, dato il nostro buonissimo rapporto laico, di osservare che il Tuo pezzo “Io vi compatisco” appartiene alla Tua dimensione letteraria, che esprime il disappunto per questo popolo italiano che non ci piace. Sai che questo disappunto ti accomuna ai liberali, che in quasi vent’anni non sono mai stati (a differenza di alcune vergini dai sacri manti) dalla parte ‘berlusconiana’, di continuo criticata. Eppure, nonostante i ripetuti e pazienti tentativi, i liberali sono stati reiteratamente respinti dalla sinistra, proprio in quanto tali. Anche lo scorso gennaio, appunto perché indisponibili, come liberali, ad andare oltre un’alleanza elettorale (circostanza analoga a 5 anni fa, ma oggi aggravata dal quadro politico). Tuttavia, la questione reale è che da lungo tempo, nella situazione italiana, argomenti siffatti dovrebbero avere perduto la dimensione letteraria e rientrare esclusivamente nella concreta politica della convivenza. E, stando nella politica, questo tuo anatema letterario mi appare inquietante, soprattutto perché contrasta con il tuo effettivo comportarti e finisce per renderti politicamente autolesionista. Desidero motivarti in sintesi il perché. E siccome parti dall’episodio Alfano-Annunziata, parto anch’io da qui.

La reazione dell’Annunziata alla proposta Alfano di discutere con il presidente incaricato Bersani due precise richieste, è un episodio inammissibile nell’ottica laica. Ed è reso più grave dall’esperienza e dall’attitudine ragionante dell’interessata. Non penso tu possa negare che le richieste di Alfano sono ovviamente confutabili, ma rientravano totalmente nel suo ruolo di alto esponente della seconda coalizione (a un soffio dalla prima, inaspettatamente per gli invasati). Viceversa, il dichiararle “impresentabili” da parte dell’intervistatore stravolge il significato di servizio pubblico e, quindi, incide sulla struttura stessa del conflitto democratico. Che la cosa non sia avvenuta fortuitamente è dimostrato, come sai, dal fatto che l’Annunziata ha continuato a insistere nella sua tesi, mai precisando, quanto meno, che le sue parole volevano solo riferire il giudizio al riguardo di una parte del Pd. Anzi, l’Annunziata ha sottolineato che questa era la sua opinione, con ciò stesso aggravando ulteriormente l’episodio, dato che un giornalista del servizio pubblico non dovrebbe mai mettersi a dibattere con i propri ospiti sul loro stesso piano, può esclusivamente condurre le interviste con un taglio incalzante per far capire agli spettatori quali sono i temi criticati dalla parte politica avversaria, ma senza dare giudizi. L’episodio è, in sé, molto grave (oltretutto, allunga la catena dei piaceri gratuiti fatti al centrodestra, rendendo credibili le sue proteste di discriminazione e procurando voti sonanti). Peraltro, potrebbe ridursi a un infortunio personale se non rendesse trasparente la mentalità radicata e diffusa in una certa sinistra: non concepire che non vengano seguite le linee indicate dai ‘saggi’ predestinati a essere dalla parte giusta e a saper sempre cosa fare (cioè essa stessa). Non si tratta solo di una convinzione fortemente opinabile (in base all’esperienza storica), ma legittima: l’indignazione di tale sinistra è talmente forte che la spinge a non accettare la cittadinanza dei ‘diversi’ da sé, appunto perché impresentabili, così da escludere non solo alleanze organiche di Governo, ma pure la convergenza del voto in parlamento. Vorrei tu riflettessi sulla circostanza che un comportamento simile si può razionalmente adottare solo negando la realtà dei fatti. Più volte i fatti hanno dimostrato che questi italiani ‘diversi’ esistono e hanno una consistenza della stessa grandezza di quella dei ‘predestinati’. Non cambia che il tipo di diversità di questi italiani non piaccia alla sinistra e anche a noi, seppur per diversi motivi. La questione è solo se considerarla ammissibile, oppure no. Se si considera ammissibile, in una situazione parlamentare eccezionale come la presente (al Senato ci sono tre gruppi principali e nessuna ordinaria maggioranza politica possibile) occorre trovare una soluzione di Governo che concerna i punti più importanti per i cittadini su cui la convergenza possa esserci o avvenire. Per esempio, l’Europa, la riforma della legge elettorale con il doppio turno, l’abolizione del finanziamento pubblico ai Partiti, l’immediato pagamento dei debiti dello Stato verso i privati. Chi accetti questi quattro punti deve anche constatare che la strada per realizzarli è quella di un Governo il meno possibile ‘targato’, che possa avere il voto di molte forze politiche, anche se non di tutte (i ‘grillini’ non vogliono né l’Europa, né la riforma elettorale). Non trovando neppure questo accordo minimale, si arriverebbe a un altro turno elettorale con il cosiddetto ‘porcellum’, nel quale evidentemente saranno favoriti coloro che hanno le linee più fantasmagoriche nel rifiutare la politica fatta, i progetti politici di cambiamento secondo le regole piuttosto che secondo il carisma del leader (cioè sarebbero ancor più favorite le due linee più spregiudicate nell’intercettare la voglia di ‘sbaraccare’ il potere delle ‘caste’ partitiche e burocratiche, vale a dire il centrodestra e il M5S). Dunque, come vedi, insistere nel dichiarare che gli altri sono impresentabili porta in un vicolo cieco l’Italia e la stessa sinistra. E anche la dimensione letteraria del compatire, se applicata alla politica, ha esiti contrari ai desideri di chi compatisce prendendo a modello l’impresentabilità. Naturalmente, da un punto di vista logico esiste anche un’altra ipotesi per motivare in piena coerenza il giudizio di impresentabilità dato dalla sinistra sugli italiani diversi da essa: non considerare ammissibile la diversità di quegli italiani. Questa ipotesi, peraltro, appartiene a un preciso filone: quello di chi pensa seriamente a spezzare la convivenza con quei diversi anche con atti di forza, al di là del perimetro parlamentare. Perché solo allora l’attuale stallo parlamentare non sarebbe seguito da un nuovo turno elettorale a ‘porcellum immutato’ e con rabbia accresciuta. Solo che questa ricerca della prova di forza a ogni costo non è ‘neutra’. Sulla scorta della Storia, pensi davvero possa essere fruttuosa per la politica della razionalità laica? Pensi davvero che sia il modo migliore per coniugare i criteri di libertà individuale del cittadino con la loro applicazione a una fascia statisticamente amplia di cittadini? Non credi che, in un mondo globalizzato, simili velleità del rifiutare i diversi, in sostanza rivoluzionarie, siano la strada maestra per fare sprofondare l’Italia nell’avventura con uscita ‘in fondo a destra’, con lampi vari di tecnocrazie burocratiche? Non pensi che l’ipotesi logica per motivare in piena coerenza il giudizio di impresentabili finisca per addormentare la ragione laica che, come si sa, addormentandosi genera mostri? Anche perché, dovresti essere vaccinato dai metodi di una certa sinistra: dalla vicenda Craxi, dalla demonizzazione di Martelli e la proscrizione di Del Turco. Ed è qui il nodo del perché ti scrivo queste considerazioni. La logica politica coerente della impresentabilità esiste, ma ha diverse implicazioni, assai negative per la libera convivenza, di principio oltreché pratiche. Le principali di principio sono tre: la sovrana libertà del cittadino viene sostituita dalla autorità dei predestinati sul cittadino (qualcuno deve conoscere il vero per poter utilizzare l’impresentabilità). Il cardine della liberaldemocrazia, ovvero l’alternarsi al potere, viene ‘segato’, dato che l’alternarsi al potere non è compatibile con il criterio dell’impresentabilità, che implica lo scegliersi un’alternativa anziché un’altra. Viene fatto il passo decisivo, invece, verso una concezione fondata non sull’equilibrio dei poteri, bensì sul prevalere della casta dei custodi della legalità, cui viene affidato il compito di definire il giusto, come nei casi vergognosi dei giudici del terremoto dell’Aquila, dei giudici di Palermo che contestano leggi e sentenze della Corte costituzionale, dei giudici di Taranto che si assumono impropri ruoli di Governo del territorio al punto da non voler rispettare leggi dello Stato su questo tema, perché secondo loro si è ‘osato’ violare una loro sentenza. Si aggiunga che, in clima del genere, questa stessa sinistra gabella come grande innovazione di apertura civile l’elezione a presidente della Camera di una burocrate Onu, che certamente è degnissima persona, ma che ha cominciato il mandato cogliendo la tendenza fideistica del ricorrere agli ‘ottimati’ e ha schierato la Camera contro le impostazioni laiche, sostenendo che “anche i protagonisti della vita spirituale e religiosa ci spronano a osare di più” (credevo che la fonte della democrazia fosse il confronto civile tra i cittadini, non la fede religiosa). Per tutti questi motivi, ritengo si debba praticare la consapevolezza che la letteratura è sempre auspicabile in quanto concreta manifestazione di diversità, ma che essa non debba mantenere la dimensione di un ‘sogno’ eliminando i dati sperimentali. Quest’ultimi hanno sempre dimostrato che il ‘sogno letterario’ non migliora le regole per la libertà nella convivenza, cosa che può fare solo la politica praticata. E allora, il problema italiano non è il popolo, che ha le sue caratteristiche (alcune delle quali ineliminabili e che descrivi con grande efficacia), ma gran parte dei sostenitori delle scelte fondate sulla libertà del cittadino. Questi, per varie ragioni storiche, non si impegnano abbastanza – e in modo dichiarato e coerente – su questo terreno, dedicandosi sempre alla ricerca di effimere convenienze personali, le quali finiscono per rendere possibile la riduzione del conflitto politico a una pura lotta per il potere, a prescindere dal giudicare sulle idee e sui risultati raggiunti. In una parola, si disinteressano al diffondere l’esercizio della metodologia individuale fondata sul senso critico e sulle scelte, ossequiando solo la forza numerica, facendo a gara per compiacere il potente di turno, in particolare i suoi amici (attitudine praticata anche da una folla di tuoi colleghi, cosa più grave dato il vostro ruolo informativo). Insomma, il popolo italiano è quello che è e il rifiuto letterario serve solo come ‘sfogo’, non come terapia, per curarne le disfunzioni. Addirittura, rischia di fare da ‘paravento’ agli avversari della sovranità del cittadino. Un importante liberale dei miei anni giovanili, grande professore alla Cesare Alfieri, Pompeo Biondi, definiva la libertà come la ragione che non si stanca di combattere. Mi permetto di richiamarlo ora poiché, a mio parere, il vero ‘nocciolo’ della questione sta qui. La sinistra dell’impresentabile rifiuta questo concetto. Ha un’incorreggibile propensione a pensare la Storia conclusa con il proprio successo (che, proprio per lo stesso motivo, in realtà non arriva mai). Tu e io possiamo rammaricarci di vivere in un’epoca in cui l’Italia politica non ha slancio e risulta ‘asfittica’. Ma è il destino di questa nostra generazione: non possiamo evitare di farci i conti, se si vuol cercare di lasciare per il dopo una situazione un po’ migliore. Cordiali saluti.

IO  VI  COMPATISCO di Vittorio Lussana
Gentilissimo onorevole Alfano,

ebbene sì: io disprezzo il popolo italiano. Ma non l’Italia, che invece amo immensamente al di sopra di ogni cosa, persino di me stesso. Il problema italiano non sono le sue istituzioni, assolutamente modificabili, o le sue leggi, certamente riformabili, o le sue procedure, ampiamente interpretabili. Il problema è proprio il nostro popolo, sin dai tempi di Massimo D’Azeglio: il popolo del centrodestra, suddito e cliente di quella malapolitica che, a parole, dice di disistimare; e il popolo della sinistra, che si ostina a dividersi nonostante abbia la possibilità di fare qualcosa di propositivo, di costruttivo, dando il via a nuovi linguaggi comunicativi, a innovativi princìpi e metodi di gestione della cosa pubblica. Persino il Vaticano, per una volta, ce lo insegna: al momento, esiste un pontefice emerito e un vescovo di Roma appena eletto, perché persino la Chiesa, nella sua millenaria saggezza, è perfettamente cosciente di non potersi dividere tra un Papa e un anti-Papa tornando al medioevo, alla cattività avignonese, al feudalesimo più cupo e immobilista, a “Satana che combatte Satana”. Invece, il popolo italiano ama dividere e dividersi, distruggere e distruggersi, contrapponendo demagogo a demagogo, istrionismo a istrionismo, vendetta a vendetta. Lei ha dichiarato che noi uomini dell’intellighentia di sinistra disprezziamo il popolo che da 20 anni vota per il centrodestra. Ma si sbaglia di grosso: persone come Lucia Annunziata, la migliore delle colleghe ch’io abbia avuto modo di incontrare in questi anni di libero esercizio della mia professione, non disprezzano affatto il popolo italiano. Essi sono semplicemente rassegnati, secondo un dato di piena discendenza illuminista. Sono io – e solamente io – a disprezzare gli italiani. E ciò non è affatto un dato di poco conto, nonostante io possa rappresentare solamente me stesso, il mio lavoro, la mia professionalità, il mio personale impegno nel voler comunicare ogni giorno con i miei lettori. Odio il popolo italiano poiché lo reputo inoppugnabilmente indegno di se stesso e della propria Storia, verso cui sempre più spesso manca di rispetto. Persino un sasso è meglio di un italiano, opportunista ed egoista per definizione, gretto e irresponsabile per indole, vile e presuntuoso per vocazione, arrogante e perennemente in contraddizione con se stesso per retaggio. Un popolo che si prende per i ‘fondelli’ da solo non per autoironia, ma in quanto incapace di individuare, attraverso il proprio diritto di voto, l’esigenza di dover esprimere una degna soluzione di governabilità, una forma moderna di alternanza democratica responsabile, scevra da odi, antipatie, convenienze personali. C’è chi inneggia, per esempio, ai giudici Falcone e Borsellino dimenticando l’esponente politico, Claudio Martelli, che più di tutti si è storicamente prodigato al fine di fornire alla magistratura validi strumenti volti a contrastare le mafie e la criminalità organizzata. Un cancro, quello sì, che da sempre spadroneggia sul nostro territorio poiché protetto da secoli di omertà e sudditanza. Lei, onorevole Alfano, è un esponente politico ben contento di riuscire a ottenere il 30% dei consensi, mentre io, personalmente, mi vergognerei anche se me ne venisse offerto il 60 o il 70. Poiché mi ritroverei a dover rifiutare quella mia individuale coscienza laica che mi ha guidato sin dalla mia più lontana e infelicissima infanzia, attraverso la quale ho perennemente cercato di costruire un modello di riferimento identitario e di comportamento finalizzato a diventare un uomo che potesse, in qualche modo, distinguersi dagli altri. Io vi disprezzo e vi disistimo come il più grande ed energico dei sentimenti che riesco a provare, come la più fondata delle discriminazioni che ho potuto individuare, la principale e unica sicurezza su cui poter contare, più certa di ogni vostro Dio personale, di ogni vostro culto trascendente, nutrito da un’ira profonda e pur fredda, solidificatasi come il ghiaccio, fino a rendere ogni mia parola assolutamente gratuita e non necessaria, rappresentando pienamente la mia più totale distanza morale da ognuno di voi. E’ più facile amare un animale, una montagna o un oggetto, per me, piuttosto che uno qualsiasi degli italiani. Un popolo indegno della propria sovranità costituzionale, incapace di gestirsi autonomamente come società non dico all’avanguardia, ma per lo meno con un minimo senso di contemporaneità rispetto a se stessa e ai tempi che cambiano. Nei miei rari incontri con Claudio Martelli, uno dei pochi uomini realmente intelligenti di una nazione composta da volgarissimi inetti, egli mi chiede ogni volta: “Non scrivere che ci siamo visti, poiché io sono un uomo profondamente disprezzato”. Ma non appena questo maturo signore afferma questa frase mi viene un tuffo al cuore, poiché si tratta di una totale ingiustizia, di una sorta di ‘fine pena: mai’, il tragico esempio dell’iniquità profonda di cui è capace questo Paese per la sua totale mancanza di memoria, per il suo cattolicesimo discontinuo e incoerente, per il suo amore incomprensibile per le mere apparenze, un finto-calvinismo che diviene indulgente solo allorquando sono in giuoco le proprie personali miserie domestiche. Io non sono un puro: sono ben lungi dal dichiararmi migliore di qualsiasi altro uomo. Eppure, di fronte a me stesso, assai confortante mi appare quell’insegnamento laico e liberale di riuscire ad ammettere una manchevolezza, un qualsiasi errore di leggerezza o superficialità. Invece, la maggior parte delle persone che ci circondano, in genere evitano ogni responsabilità come il noto don Abbondio di ‘manzoniana’ memoria, per poi improvvisamente concedere un credito eccessivo al primo avventuriero di passaggio, senza minimamente tenere in considerazione l’interesse generale e il bene comune del nostro Paese. Una larga parte degli italiani ama nascondere e nascondersi, mascherare e mascherarsi, mantenendo una secolare abitudine alla dissimulazione, alla recitazione surreale, anche in argomenti su cui ci sarebbe ben poco da scherzare. Un popolo profondamente insincero, privo di autenticità, di un senso anche minimo di identità collettiva, poiché capace solamente di ‘cavarsela’ in qualche modo. Un popolo che si guarda allo specchio e non si vede nemmeno più, che chiede la collaborazione degli altri solo quando ha bisogno, per poi dimenticarsi immediatamente del prossimo non appena ogni difficoltà risulta superata. Sono tutti quanti su twitter o su facebook, ma se non vi fosse stato l’avvento di queste innovative tecnologie di comunicazione, gli italiani avrebbero senza alcun dubbio dimenticato ogni compagno di scuola, ogni collega di università, ogni commilitone incontrato durante il servizio di leva, ogni amore provato e vissuto. Un popolo di persone chiuse dentro un’armatura inutile. Medievale esattamente come le procedure feudali del modello politico-partitico che da sempre appoggia, sbandante dall’iperburocratizzazione più malata, alla totale liquidità anarchica, che richiama alla memoria certe antiche ‘compagnie di bandiera’. Lei, onorevole Alfano, detto senza alcuna acrimonia, è il segretario politico di un Partito. Eppure non riesce ad andare oltre al più ‘scialbo’ dei portavoce, un avvocato di parte di un leader in evidente declino, che non dovrebbe neanche sentire il bisogno di farsi difendere dagli altri se veramente fosse sicuro delle proprie ragioni, se sentisse in sé la certezza assoluta di non aver mai ceduto al fascino dell’adulazione, della vanagloria, della vanità più superficiale e vanesia. La superficialità può anche essere la più alta rarefazione dell’intelligenza allorquando evita percorsi eccessivamente impervi, soluzioni cervellotiche, percorsi di basso profilo. La superficialità di uno slogan, per esempio, può trasformarsi in un’idea dai forti contorni qualitativi, ma solamente quando essa è mossa da autentico altruismo politico, da un senso totalmente disinteressato di misericordia nei confronti dei cittadini. Altrimenti, essa declina invariabilmente in superbia. Quella superbia che risulta dipinta sui vostri volti da almeno 20 anni e che nemmeno chi, in passato, ha desiderato processare i democristiani sulle piazze aveva mai riscontrato nei propri avversari politici. Voi ragionate in base a schematismi edonistici ormai superati: vorreste tutti assomigliare a un Craxi, ma nessuno di voi ne vale un’unghia; vorreste rappresentare il qualunquismo raffinato e colto di Giulio Andreotti, ma non ne possedete minimamente lo spessore culturale; vi lasciate andare a forme di intimidazione psicologica dettate solamente da squallide destrezze acquisite nel tentativo, disperato e truffaldino, di rubare un minimo di personalità a un comico di passaggio, o a qualche teatrante di strada. Vivete tutti di sguardi fermi, di analisi statiche, di fotografie ottocentesche, di meri atteggiamenti carichi soltanto di dolore e insoddisfazioni che mai riuscirete a rielaborare o a metabolizzare, poiché non ne avete gli strumenti morali e umani. Ed è per questo che vi compatisco.

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