Un passetto avanti

Scritto per la rivista NON CREDO n.22, rubrica Disputationes laiche

 

Con qualche ritardo, il Ministero dell’Economia ha emanato il 19 novembre il Decreto sull’IMU per gli enti no profit. Lo scopo è stabilire  l’esenzione dall’IMU per le unità immobiliari con un’utilizzazione mista, commerciale e non. La scelta per definire la natura di no profit di un gestore, è stata legarla al modo di svolgere l’attività più ancora che all’oggetto sociale.

Vengono definiti enti non commerciali quelli che per statuto, primo non possono distribuire utili e sono obbligati a reinvestirli esclusivamente in  solidarietà sociale e, secondo, che rispondono a specifici requisiti in base ai cinque tipi di attività svolta (sanitaria e assistenziale, didattica, ricettiva, culturale e ricreativa, sportiva). Requisiti  analoghi per tutti i tipi, in parte legati al tipo di attività (ad esempio, per la sanitaria l’esser convenzionate con stato o regioni o per la didattica l’essere scuola parificata sia nei programmi che nei contratti del personale) e in parte uguali per tutte le attività (cioè “svolte a titolo gratuito ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e, comunque, non superiore alla meta’ dei corrispettivi medi previsti per analoghe attivita’ svolte con modalita’ concorrenziali nello stesso ambito territoriale, tenuto anche conto dell’assenza di relazione con il costo effettivo del servizio”). Infine, qualora nello stesso immobile si svolga attività  mista tra commerciale e non, il Decreto indica i parametri in sostanza proporzionali con cui valutare l’assoggettamento IMU o l’esenzione.

Questo decreto non riproduce la chiara normativa europea sulle attività non commerciali, però è  un passo avanti. Senza dubbio resta, seppure ridotta, la propensione italiana a dare allo Stato una funzione assistenziale non solo ai bisognosi direttamente, bensì ad associazioni di cittadini che si occupano dei bisognosi. Anzi si tende perfino a far  assistere dallo Stato  i cittadini in ogni loro bisogno, pubblicizzando i costi e privatizzando i ricavi (anche morali), strada che crea immobilismo ed egoismo. Con questa propensione si irrigidisce il tessuto sociale, attribuendo alle associazioni finanziate dal pubblico, dei privilegi strutturali.

Ciononostante il Decreto migliora non poco rispetto alla norma introdotta dai governi Berlusconi III e Prodi II, che, nel testo in essere con il Decreto Bersani Visco, applicava l’esenzione a tutte le “attività che non abbiano natura esclusivamente commerciale”,  formulazione foriera di abusi e che infatti l’Europa ha messo sotto procedura di infrazione della concorrenza (tuttora pendente). Contentiamoci per ora di regole più stringenti. Però stiamo peggio che nel 1992 quando l’esenzione riguardava solo gli immobili “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222” (questi ultimi sono gli edifici per le attività di solo culto). Dunque resta necessario l’impegno per migliorare ancora la norma.

Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI e INTERVISTE (tutti), sul tema Proposte, sul tema Quadro politico e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.