Il principio di separazione tra Stato e Chiese

Lezione tenuta alla Scuola di Liberalismo di Parma su  “Il principio di separazione tra Stato e Chiese”

Ringrazio gli Amici della Fondazione Einaudi di Parma coordinati da Francesco Lavagetto,  per l’invito a trattare il tema che giudico essenziale, non in chiave storica ma nella vita quotidiana e nella prospettiva: il tema della separazione Stato religioni. Che non è un amarcord anacronistico bensì una condizione di vita sempre più attuale.

E’ attuale intanto perché chiede una politica vera, costruita sui progetti e non sulle apparenze con il fine di mantenere aggiornate le istituzioni. Per farlo sono ineludibili l’attenzione ai fatti e la sovranità del cittadino, non cedere mai sulle procedure coerenti ai principi e sull’esercitare il senso critico. Con tale impostazione, in Italia, la politica di separazione Stato religioni venne avviata dal Libera Chiesa in Libero Stato di Cavour, facendo l’unità senza cedere sulla libertà, e perciò battendosi contro il potere temporale ed i suoi privilegi. Oggi, per risollevare il paese da strutture farraginose che la crisi mondiale e anni di politica inadeguata hanno messo a nudo, è indispensabile rimodellare le istituzioni sulla sovranità dei cittadini individui, per renderla più aperta e meno ingabbiata da autorità e da burocrazie.

 

In realtà, diceva Cavour,  i rapporti Stato e religioni esprimono l’eterna battaglia tra libertà del cittadino ed autorità sul cittadino. Non a caso, la repulsa di molti verso l’affidarsi, per convivere e per conoscere, al cittadino nella sua individuale diversità e sul suo senso critico, deriva proprio dall’avere il sogno conformistico del bene comune stabilito da qualcuno o da qualcosa. Nonostante che per esperienza il separatismo sia l’unico sistema adatto a   consentire la diversità nella convivenza e di conseguenza a produrre un maggior grado di libertà e di benessere materiale.

 

La chiave del principio di separazione Stato religioni è non volere una identità unica e non voler far prevalere una convinzione specifica. Il suo fine essenziale è porre i presupposti per usufruire dello spirito critico di ognuno,  rendendo così possibile evolvere nel tempo della vita e cogliere la ricchezza della diversità.

 

Il separatismo ha due caratteri essenziali.  Il primo, è garantire la piena libertà di religione di ciascun cittadino. Piena libertà di religione che applica la tolleranza connaturata con la laicità e con la convivenza tra individui diversi, consapevoli degli altri. Nella convivenza quotidiana, stare insieme non vuol dire identità o appartenenza alla medesima comunità. Stare insieme tra diversi significa accettare la comune prova dei fatti e tessere le rispettive relazioni condividendo le regole pubbliche.

 

Il secondo carattere del separatismo è la neutralità istituzionale in materia religiosa. Che è essenziale per amalgamare le differenti convinzioni religiose, tutte con uguale dignità ed uguali diritti. La laicità istituzionale non ha mai escluso e non esclude i non laici. All’epoca del Libera Chiesa in Libero Stato, fu il Papato a rifiutare il principio e la legge delle Guarentige. Oggi la respingono quelli che, pur di impedire il separatismo, si inventano sofismi che, come il silenzio, si dissolvono appena se ne parla.

 

Ad esempio, affermano che è impossibile separare in ciascuna persona gli aspetti civili da quelli religiosi, e che sarebbe sufficiente distinguerli. Solo che il principio di separazione non riguarda i rapporti del singolo individuo con sé stesso bensì la convivenza tra molti individui differenti per identità religiosa. E quindi, la separazione nel pubblico garantisce la distinzione nel privato, mentre limitarsi alla distinzione nel pubblico crea inevitabilmente il problema della doppia sovranità Stato e Chiesa.

 

Un altro esempio è la questione dell’etica. Un libro di febbraio dell’on. Binetti, conferma che l’etica della religione cattolica è legata  alla fede indissolubilmente. Il suo immutabile filo logico è verità-creazione-libertà quale riconoscimento della verità. Questo la rende un’etica perenne per struttura. Che non ha  spazio né per la libertà della diversità individuale né per capire il tempo che pervade le cose e veicola il cambiamento. Non per caso questa etica religiosa  predica la necessità di sottoporsi alla legge naturale supposta valida per tutti e per sempre. Questo concetto di legge naturale in apparenza sembra riferirsi solo all’esistenza di una realtà esterna all’essere umano. Ma dietro questa ovvietà, serve ad imporre il mondo nei termini della rivelazione divina e della conseguente legge stabilita da chi ne è il rappresentante in terra. Adottare la legge naturale supposta valida per tutti porta prima ad accettare l’omogeneità di ogni civiltà in ogni tempo e a vincolare la differenza individuale nel decidere la propria vita; poi a confliggere con la sperimentazione che risulta improponibile rispetto alla filosofia perenne della verità.

 

Ora, di fronte a questa coerenza intellettuale del mondo cattolico,  vi è una parte del mondo sedicente laico che sostiene la necessità di  elaborare un’etica laica dei diritti per “non subire il ricatto clericale”. Ma non c’è ne è bisogno dal momento che i liberali possono concepire solo un’etica ricondotta al suo significato stretto, quello di morale dell’individuo.  Vale a dire solo un’etica condivisa delle regole civili e quindi un’etica molto attenta a non proporsi obiettivi rigidi che fanno a pugni con diversità individuale e senso critico. Insomma l’etica del separatismo è un’etica strutturalmente provvisoria rispetto al mutare delle circostanze e al passar del tempo. Dunque è un’etica che non si prefigge (né si illude) di  rovesciare l’etica religiosa. Per questo, chiunque si dica laico non può poi pensare, per puro conformismo, di “ripartire da un patto corresponsabile come il Concordato“, come  talvolta argomentano illustri sedicenti laici. La logica del Concordato è l’esatto opposto della logica della separazione.

 

Infatti si oppongono al parlare di separazione quelli che nel mio Lo Sguardo Lungo chiamo i cattolici chiusi, che vivono sul e per il Concordato e ne difendono accanitamente la logica. Assai di più di quanto faccia la stessa Chiesa, la quale ha mutato posizione, ha abbandonato il temporalismo, ha fatto uscire  lo strumento concordatario da quelli considerati a presidio della pratica religiosa negli Stati democratici – mentre lo ricerca ancor oggi in Oriente o a Cuba – invece in Italia  applica la sua missione religiosa nel sociale. Al contrario, i clericali CHIUSI, in buona parte esterni alla gerarchia, continuano  imperterriti a sostenere il sistema concordatario ed i suoi inevitabili privilegi. In fondo, vogliono salvaguardare più che la Chiesa, la loro funzione di intermediari  nelle trattative concordatarie tra Stato e Chiesa. Aumentando il valore della trattativa, aumenta il valore della mediazione.

 

Così facendo, attribuiscono al Vaticano la doppia funzione di Stato estero territoriale e di organizzazione religiosa in Italia. Il che rende ineludibile la doppia sovranità. Sia per gli appartenenti alla gerarchia, che per i comuni cittadini di fede cattolica compenetrati nella logica concordataria, oltre che nella fede.  Solo quando si applica il principio di separazione Stato religioni, non si pone più  la questione della rivalità nello stabilire le regole di convivenza.  Oltretutto la Chiesa, quando serve, applica le proprie norme in modo distinto. Ad esempio, nella scorsa primavera la CEI ha presentato ufficialmente le Linee Guida sul come i Vescovi debbono trattare gli abusi sessuali su minori da parte dei chierici. Ed è previsto che, siccome i Vescovi non sono pubblici ufficiali, non hanno l’obbligo di denuncia dei pedofili. Il che è coerente con l’aspetto religioso dell’assistenza ai peccatori, ma significa che allora si riconosce che il ruolo della gerarchia non può avere a che fare con gli aspetti dell’ordinamento della convivenza. In sostanza, con il separatismo alla religione (tutte) è garantita una condizione di piena libertà per esercitarla in privato e in pubblico, ma non viene riconosciuto alcun privilegio temporale. Nei rapporti di convivenza la tradizione religiosa non può eludere l’impianto della Costituzione. Nessuna doppia sovranità.  La libertà di religione non ha nulla a che vedere con i privilegi alla religione.

 

Un altro esempio di antiseparatismo è la ritrosia, mascherata con la precauzione, a sostenere la ricerca. Lo spirito liberale è inseparabile da quello della ricerca. Non può limitarsi ad osservare il mondo vagheggiandone modelli che facciano smettere di osservare. E neppure può rinunciare all’esaminare i fatti alla luce della miriade di punti di vista di individui diversi, seguendo invece un’autorità per fede. Il liberale ha capito che nessun libro è scritto una volta per tutte e che è impossibile trovare la strada della conoscenza nel solo studio di un testo. Perciò la ricerca con metodo scientifico è l’essenza dello spirito liberale. Una continua applicazione della ragione critica sui fatti, consapevole di essere lo strumento insuperato per conoscere di più appunto perché non pretende di conoscere definitivamente tutto.

 

Tutte queste differenze tra le caratteristiche del separatismo e quelle dell’antiseparatismo trovano un banco di prova ineludibile nei fatti della vita. La Chiesa  prende atto di questo e sta riflettendo sul significato di convivere nella società italiana attuale, multietnica e multireligiosa. La CEI ha tenuto nell’ottobre 2011 il Convegno di Todi, il primo, tra tutte le organizzazioni cattoliche non del clero ma del sociale. Ed in quel Convegno, a riprova della tesi a proposito di separazione e dei cattolici chiusi, sono emersi due atteggiamenti nettamente distinti.

 

Il primo atteggiamento è quello della CEI, individuare una nuova classe dirigente e nuovi leader in grado di realizzare un soggetto culturale e sociale capace di interloquire con la politica. Un obiettivo nel solco della linea Vaticana, che punta ormai alla presenza nel sociale. “Il principio di laicità inteso come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà“. Queste parole esprimono il legittimo magistero religioso cattolico. Per cui niente da dire per chiunque sostenga il principio della libertà di religione. Quando però le riflessioni religiose non attengono più solo agli aspetti religiosi bensì  aspirano a fare proseliti e, con la scusa della socialità, qualcuno pensa di imporre agli altri cittadini le conclusioni del proprio credo, allora si profila il pericolo di debordare dal campo religioso e di toccare aspetti dell’organizzazione civile.

 

E infatti il secondo atteggiamento emerso a Todi concreta tale pericolo. Dopo che il documento conclusivo aveva ripreso la linea del cardinale Bagnasco, una parte consistente delle associazioni ha chiarito con una conferenza stampa presieduta dal Segretario CISL, quale è la loro idea dell’interloquire con la politica: approfittare in quel caso di Todi, non per parlare della sfera morale, bensì per lanciare una  richiesta che è squisitamente politica di partito. Si chiese in nome dei cattolici un governo più forte, per evitare le elezioni anticipate e per una riforma elettorale proporzionale con le preferenze. Cose che, comunque la si pensi, attengono alle valutazioni politiche di ciascun cittadino, non alla sua religione. L’accostare la Chiesa e la CEI alle formule della battaglia politica quotidiana, sfruttando il megafono dei mass media scodinzolanti alla parola cattolico, è l’ennesima clamorosa dimostrazione  che le spinte a proseguire nel temporalismo vengono da parte di coloro che utilizzano le problematiche religiose per coltivare i propri privilegi terreni. Quelli che ho chiamato i cattolici chiusi. Vogliono imporre a tutti il proprio credo facendone una spinta per i loro interessi terreni e, se riescono, una fonte legislativa.

 

Qui sta la vera questione della convivenza tra diversi. Non sulla religione, che è un diritto di ciascuno, perché la religione corrisponde ad una propensione innata dell’animo umano. Una propensione che ciascuno ha il diritto di avere e la cui negazione costituì l’inizio della sconfitta delle pretese marxiste. Solo che la vera questione della convivenza tra diversi sta altrove, sul come si vogliono costruire le istituzioni civili. Se si vogliono sempre adeguate al convivere tra diversi cittadini od invece se si vogliono finalizzate ad imporre il conformismo comunitario di cittadini identici per religione. I fautori del principio di separazione Stato religioni devono mobilitarsi per introdurlo nell’architettura istituzionale. Per evitare che prendano  piede in campo civile tesi come quella, ribadita non di rado, secondo cui “l’Italia  ha un vitale bisogno di una cultura del bene comune e della responsabilità sociale condivisa“, concetto che non casualmente esclude ogni idea di sovranità del cittadino individuo e ripercorre la strada fallimentare della socialità comunitaria. Credenti e non credenti, non devono limitarsi ad essere convinti del separatismo  individualmente. Devono reagire all’azione dei cattolici chiusi. La convivenza liberal democratica è fondata sul conflitto secondo le regole tra tutte le opinioni e giudizi. Dunque è fondamentale una parità nel conoscere  le diverse posizioni per evitare che, mancando la consapevolezza, si finisca per decidere regole disequilibrate e per truccare il conflitto democratico con i privilegi. La libertà di ciascuno cittadino è più protetta dalle regole istituzionali neutrali che evitino privilegi religiosi per qualcuno.

 

Stabilire tale parità rispetto ai cattolici chiusi, significa contrastare in nome della libertà la loro pretesa di avere privilegi (naturalmente restando fermo che i privilegi non appartengono solo ai cattolici chiusi ma ad ogni mentalità analoga, sia quelle ideologiche propense ad asservire e cancellare l’individuo, sia quelle che riducono il senso della sovranità al privilegiare i propri interessi egoistici piuttosto che le scelte dei conviventi, vedi la pervicacia delle incivili proteste NOTAV). Di conseguenza il mondo dei sostenitori del principio di separazione Stato religioni, deve darsi una mossa. Deve agire nella carne delle relazioni civili,  per irrobustire il clima politico culturale a favore della separazione Stato religioni, superando l’anomalia italiana al riguardo. Sulla ricerca, sulla procreazione medicalmente assistita, sulle indicazioni anticipate di fine vita,  sulle vecchie questioni del divorzio e dell’interruzione di gravidanza, su tanti grandi e piccoli privilegi e su una serie di mentalità collaterali. Sono tutte tematiche indispensabili per attuare la sovranità del cittadino e sono legate strettamente al principio di separazione Stato religioni. Da qui deve sorgere l’impegno della cultura laica a prendere l’iniziativa sul piano civile per evitare che la fede divenga la fonte legislativa.

 

Tanto più che è la stessa quotidianità a spingerci verso questo atteggiamento. Sia nel campo della politica europea che in quello della politica nazionale. In quella europea, i fautori della separazione devono impegnarsi a fronteggiare la nuova tipologia  degli attacchi dei cattolici chiusi, non  più sulla mancata inclusione delle radici giudaico cristiane (come ricorderete richiesta anche dai due rappresentanti dell’Italia, Frattini e Amato) – e che  anzi, si cerca quasi di far dimenticare che la si voleva – ma tentando un raggiro sul Trattato di Lisbona. Cercano di snaturarne i testi, dal Preambolo che fa un riferimento ad una serie di  radici, al dialogo Stato religione che il nuovo articolo 17 del Trattato secondo loro imporrebbe. Intanto l’art.10 cataloga la religione insieme alle convinzioni personali (così come la razza o l’origine etnica oppure età od orientamento sessuale). E ciò conferma che la religione non ha un ruolo particolare, separato e distinto rispetto alle convinzioni personali. Tesi che è appunto un cardine delle concezioni separatiste, non per caso nel mirino dei cattolici chiusi, i quali preferiscono parlare di libertà della religione piuttosto che di libertà di religione, cioè spostare l’accento dal cittadino alla collettività religiosa. Quanto all’art.17 non impone nessun particolare dialogo Stato religioni. Definisce un quadro generale di criteri nei rapporti confessionali e non confessionali, senza riconoscere uno status particolare  alle Chiese e all’associazionismo religioso. Non a caso, perché l’istituzione pubblica riconosce l’identità e il contributo alla convivenza dato da ogni corpo individuale e sociale, senza privilegiare e preferire nessuno. Fa quasi sorridere che i cattolici chiusi magnifichino i concetti di libertà di pensiero, di coscienza e di religione che costituiscono l’anima del laicismo e che semmai non sono sempre sono stati rispettati da organizzazioni religiose (ad esempio la libertà di cambiare religione). Poi i cattolici chiusi cercano di sostenere che il terzo comma dell’articolo 17 stabilirebbe  un percorso da parte delle istituzioni europee che esse non fanno. Dovrebbero, dicono, formare un comitato interno alla Commissione per dare spazio alle Chiese. Quasi che il dialogo con le religioni e le organizzazioni filosofiche fosse previsto come un monopolio dalle religioni riconosciute quale  controparte in trattative di potere e sindacali con il governo della UE. Su questi tentativi di raggiro dei cattolici chiusi, il mondo dei separatisti non deve abbassare la guardia.

 

Altrettanto e più devono fare in materia di politica nazionale. Sul tema della separazione sono venuti segnali  variegati dal governo, durante questo anno, anche se va detto che nel complesso il consuntivo non è negativo. Intanto, si è bloccata la norma sul testamento biologico allora già in fase si definitiva approvazione al Senato in una versione letteralmente contraria a passi della Costituzione, che vorrebbe risolvere in modo impositivo  tipiche scelte individuali. In generale, Monti ha tenuto visibilmente a non confondere il suo personale cattolicesimo con gli indirizzi di governo, di tutta evidenza anche per seguire l’indirizzo europeo.   La scelta normativa sull’IMU costituisce un notevole passo avanti poiché almeno si torna alle origini. La questione era sorta dopo il 1992 con l’arrivo dell’ICI. Fino ad allora gli immobili della Chiesa solo se destinati a religione o culto non erano soggetti alle leggi dello Stato e al regime tributario previsto. Poi venne l’ICI, da cui vennero esentati gli immobili destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive. Le attività della Chiesa non vi rientravano. Successivamente,  due governi, Berlusconi III e Prodi II – senza  esserne obbligati né dal Concordato né dall’Intesa – riformularono apposta la norma ICI, che, dopo il DL 223/06 Bersani-Visco, rendeva applicabile l’esenzione dall’ICI alle “attività che non abbiano natura esclusivamente commerciale”. Dizione che aveva introdotto gli abusi denunciati dai laici e sottoposto l’Italia alla causa da parte dell’Europa per violazione dei Trattati sulla concorrenza. Con la nuova norme introdotta dal governo Monti, l’esenzione si limita all’uso per finalità di culto ma con modalità  non  commerciali, mentre l’utilizzo commerciale in proporzione porta l’immobile a pagare l’IMU chiunque ne sia il proprietario. Quindi, il Governo non si è inchinato ad esigenze in contrasto con la laicità istituzionale, la quale protegge le regole uguali per cittadino diversi, salvo le particolari finalità religiose o assistenziali. L’importante è impedire che le esenzioni IMU siano utilizzate per distorcere la concorrenza. Si badi bene, non solo dalla Chiesa ma da tutto il mondo  assistenziale che finora ha utilizzato le esenzioni.

 

Eppure, chi vorrebbe finanziare con soldi pubblici i propri principi, è immediatamente saltato sù protestando perché le scuole parificate dovrebbero essere esentate dall’IMU al pari di quelle pubbliche. Ma è impossibile che sia così se non si vuol distorcere la concorrenza prevista dai trattati europei. Infatti, le scuole parificate rientrano nella libertà costituzionale di impresa nel settore educativo ma non in una libertà di insegnamento privato a carico dello Stato, che non c’è e non ci deve essere.  La libertà di insegnamento privato è possibilità di insegnare cosa si vuole, non di essere finanziati per farlo. Sostenere il contrario significa non riconoscere la funzione educativa pubblica come connettivo del convivere tra soggetti culturalmente diversi e dichiarare che per istruire secondo gli indirizzi della famiglia sarebbero leciti recinti protetti decisi solo dalla famiglia a spese delle istituzioni. Il percorso educativo privato è ammesso ma non con il contributo spese di tutti gli altri. Altrimenti la convivenza salterebbe subito e si avrebbe l’integralismo multiculturale tra ghetti invece del pluralismo liberale. Di fatti una scuola è parificata quando la sua gestione privata segue programmi e regole dello Stato. Se non è un raggiro, una scuola parificata non esprime la privata libertà di insegnamento, bensì una scelta di impresa nel settore educativo. I cattolici chiusi (dominatori della grande stampa) dicono che allevierebbe i compiti dello Stato. Ammesso sia vero, dirlo non significa che lo Stato articoli i propri compiti dando privilegi fiscali e soprattutto non elimina l’interesse imprenditoriale d’origine (genera introiti, se fosse gratis avrebbe già l’esenzione IMU per gli usi culturali). E dunque la concorrenza d’impresa non va violata.

 

Pertanto,  con il criterio della sovranità di cittadini diversi, l’esenzione IMU non si applica alle parificate. Così come ad ogni attività, anche gestita dal volontariato, che abbia caratteri economici (tipo strutture commerciali no profit). La finalità del proprietario non deve indurre esenzioni IMU. Il proprietario, quanto guadagna con l’attività commerciale, al netto delle imposte, può utilizzarlo come vuole. Ma aumentare il guadagno,  o solo pareggiare i costi, diminuendo le imposte in base ai fini della proprietà, avvantaggia un potere di fatto. Le istituzioni, specie oggi, non devono finanziare le scelte dei convincimenti privati. La crescita del sistema si fa con prodotti e servizi validi, non  con  la droga dei privilegi a qualcuno.

 

A parte l’IMU, il governo ha poi smosso le acque  in estate con le parole del Ministro  Profumo “l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non ha più molto senso. Sarebbe meglio adattare l’ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica”. Queste parole del Ministro Profumo hanno fatto insorgere i cattolici chiusi e storcere il naso agli oltranzisti laici. Pochi giorni dopo, il Ministro ha aggiunto di non avere in programma di cambiare norme a fine legislatura. E allora su una seria rivista laica è esploso l’entusiasmo di alcuni oltranzisti laici contenti per la mancata trasformazione.

 

Sulla stessa rivista ho replicato intanto che una materia oggettivamente controversa (per l’insieme degli italiani, non per i laici), non può essere  decisa in fretta alla vigilia delle elezioni. Sia perché le Camere attuali sono dominate dai cattolici chiusi, sia perché fare leggi in fretta può avere esiti disastrosi come la riforma costituzionale per le regioni nel 2001 (nel caso un federalismo mitizzato ma non meditato).

 

Inoltre, ho osservato che la laicità non è un’utopia e si modella su ciò che avviene. Concerne la libertà di pensiero e la convivenza tra cittadini differenti. Quindi il progetto laico non può essere l’altra faccia del proselitismo religioso che mira sempre ad imporsi, anche quando dice di farlo attraverso il dialogo. La società laica garantisce la libertà di religione e quella di non credere ma evita di darsi regole fondate su una fede religiosa, perché tali regole sono immobili e non fondate sulle libere scelte sovrane dei cittadini.

 

Va modificata l’ora alternativa del Concordato 1984, che si è dimostrata un meccanismo farraginoso per conservare privilegi e perpetuare discriminazioni. Le parole  del Ministro smuoveranno le acque purché cresca la volontà politico civile in proposito. Quale ruolo scelgono i laici? Vogliono seguire il senso profondo della laicità e battersi per far adottare il più possibile una linea di pensiero libero oppure vogliono ammantarsi dell’oltranzismo e predicare la laicità come religione da imporre piuttosto che come libertà da praticare tra diversi?

 

Un’infinità di laici sono stati e sono personalmente religiosi. Ma non hanno mai accettato che la loro fede fosse una fonte legislativa. La società laica è fondata sulla diversità nella convivenza e la paura dell’ignoto non è eliminabile in tutti. L’obiettivo civile dei laici non può essere quello degli oltranzisti, che sognano di far sparire la propensione religiosa, vogliono tutto e non operano per arrivare a norme più laiche. L’obiettivo dei laici coerenti è impegnarsi per raggiungere  la neutralità istituzionale della separazione Stato religioni.

 

Su questo piano, abbiamo cercato di dare un piccolo esempio, ma crediamo significativo, in un gruppo di 29 persone, tra i quali un consistente gruppo di liberali o di cultura liberale – io, Zanone, Colantuoni, Chiarenza, Lecis, Bonetti, Luisella Battaglia, Cofrancesco, D’Agostino, Del Giacco, Gaggiotti, Kostoris, Polacco, Prodomo ­– ma anche il segretario dell’UAAR, e noti scienziati, professori, bioetici, , quali Flamigni, Cazzaniga, Grillini, La Torre, Lariccia, Massarenti, Mori, Pievani, Pellegrini, Pocar e Mario Riccio. Due mesi fa abbiamo inviato a Monti una lettera con la richiesta che l’Italia non ricorresse avverso la sentenza della Corte dei Diritti Umani di Strasburgo che il 28 agosto aveva accolto il ricorso di una coppia romana in merito alla legge 40, definendo quest’ultima contraddittoria rispetto alla legge 194, nonostante che la Corte Costituzionale abbia definito la 194 una legge a contenuto costituzionalmente necessario oltre che vincolato. Il Governo ha poi ricorso all’ultimo giorno possibile ma, stando al Comunicato ufficiale (il testo completo  del ricorso non è ancora noto), non secondo la tesi formalmente ipocrita e sostanzialmente oltranzista del Ministro Balduzzi­ –secondo cui in Italia sarebbe chiaro il dato culturale che l’embrione ha una sua soggettività e non un grumo di cellule – bensì sul fatto che la Corte non avrebbe potuto esaminare il caso perché questo non seguiva un pronunciamento di un Tribunale italiano. In pratica un ricorso ipocrita non contro la legge 40 direttamente (come appunto chiedevamo nella nostra lettera in modo argomentato) ma un ricorso contro il principio, da noi invece sostenuto, che i diritti umani vengono garantiti in ambito europeo senza il bisogno dalla preventiva intermediazione dei singoli stati, una intermediazione che obiettivamente è un freno concettuale e temporale nei confronti della cittadinanza europea. Noi quindi non siamo molto soddisfatti da questo ricorso, che resta ambiguo, seppur non del tutto  negativo in campo laico, che ha una  posizione indubbiamente arretrata sul piano della concezione dell’Europa e che è una clamorosa smentita di quanto contenuto nelle frequenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio: Monti parla di Europa dei cittadini e pratica l’Europa delle Cancellerie.

 

Insomma, sono i problemi reali ad imporre ai laici, credenti e non credenti, di decidersi ad uscire dalle catacombe, facendo subito pressioni nel nome della politica laica di separazione. Che non concerne solo la materia dei rapporti Stato religioni, bensì un modo di essere civile che si applica in diversi settori. Principalmente, in quello di cambiare mentalità  istituzionale e soprattutto il clima diffuso in cui è immersa.  Ci si ispira troppo alle reti di amicizie disinvolte per ottenere gli agganci conformistici al potere imperante, agganci mediante reti che sono espressione del modello istituzionale basato sulla logica dei privilegi strutturali dati a qualcuno. Come ha scritto a primavera sul Corriere il sociologo De Rita,  la cultura cattolica ha avuto una storica indulgenza per l’egoismo individuale, il familismo amorale e il particolarismo categoriale.   Ed è quasi logico sia così, dato che, esercitando queste attitudini, di fatto si minano senso critico e responsabilità del cittadino.

 

Inoltre, nel medesimo quadro,  si dimentica troppo che il rispetto delle leggi non è un’imposizione etica ai cittadini  ma prima di tutto deve essere esercizio della funzione pubblica di controllo ordinario con il fine che le leggi siano applicabili e vengano applicate. Qui altra parentesi. E’ importante che sul piano istituzionale una religione non abbia dei privilegi, perché siccome le leggi laiche vanno applicate, se tali privilegi si danno poi vanno rispettati. E allora, se sulla nomina degli insegnanti si sceglie di rendere necessario il gradimento della Chiesa, poi non si possono invocare i diritti civili di un cittadino  che ha accettato di farsi nominare secondo quelle regole. Ora lo dice anche una sentenza della Corte Europa dei Diritti Civili, e ciò non è una vittoria clericale ma una vittoria della logica separatista, dato che con una logica concordataria i privilegi sono ineludibili mentre con quella separatista quel gradimento non potrebbe esserci. Chiusa parentesi. Sempre nel quadro che ho descritto, occorre soprattutto dismettere ogni logica economica pauperistica, che non è meno pericolosa e sterile di quella classista (tant’è che Cavour abolì gli enti mendicanti per indirizzare sul lavoro) e ispirarsi al confronto delle competenze e dei meriti dei cittadini che porta allo sviluppo. Il che oggi implica necessariamente uscire dalla quotidiana morsa infeconda che pretende di esaurire l’attività economica nel sindacalismo delle imprese e dei lavoratori dipendenti. Se si è coerenti assertori della sovranità del cittadino, non si può più fingere di non vedere la crescita tumultuosa del lavoro autonomo, le cosiddette partite iva, cui nessuno  chiede il parere perché disturberebbe i riti della concertazione tradizionali.

 

Il panorama che ho delineato fa intendere come il tema separatista abbracci l’intero quadro della convivenza. Per cui, le omissioni da parte laica in tema separatista, favoriscono l’ipoteca dei cattolici chiusi sull’intero clima politico. La prima omissione è cedere alla tentazione di replicare alle impostazioni dei cattolici chiusi sul piano da loro sbandierato, quello religioso, cosa che è una contraddizione con la laicità liberale. Discutere sulla religione e con la religione era storicamente comprensibile secoli fa, quando ancora il potere religioso avvolgeva la convivenza pubblica in tutti i suoi aspetti. Oggi che la necessità di non sovrapporre Stato e religioni è divenuta una consapevolezza largamente acquisita (anche se purtroppo scarsamente praticata in Italia), il laico deve garantire la libertà di religione ma sul piano civile non deve discutere d’altro in materia di religione. La religione è materia di discussione tra credenti o tra specialisti culturali, sul piano civile non è materia di discussione su cui modellare i fondamenti del convivere terreno. Del resto, il marchio distintivo della laicità – che è non negare mai i fatti e confrontarsi sempre con il loro manifestarsi  – non è per nulla traducibile nell’accettare una presunta legge naturale che ci sovrasta. Al contrario. Rende centrale la sperimentazione e il concepire le regole come necessità per adeguare la convivenza ai tempi. E dunque, per forza di cose, adotta regole quali forme convenzionali e mutevoli con i luoghi e i tempi.

 

E’ evidentemente falsa l’accusa dei cattolici chiusi alla laicità di distruggere qualunque norma etica nel mondo. Non è che le regole laiche, siccome sono convenzionali e non rigide, non diano una sorta di indicazione morale per i comportamenti di ciascuno. Il contenuto lo hanno, ma coerente con la laicità. La loro è, come detto prima, un’etica  strutturalmente provvisoria rispetto al mutare delle circostanze e al passar del tempo proprio perché si prefiggono di sviluppare la libera convivenza tra individui diversi. Su queste dispute concettuali occorre che il mondo laico sia molto più determinato. Non cedendo a suggestioni imitative verso l’etica cattolica e non cercando altre etiche rigide, quasi quella laica fosse un’altra chiesa (ad esempio, vagheggiando una società senza religioni,  che è una visione fuori della realtà umana).

 

Anzi, proprio questa considerazione induce a sottolineare che dal singolare dell’epoca di Cavour – Libera Chiesa in Libero Stato – oggi si deve  logicamente passare al plurale della separazione Stato religioni. Libertà di religione e neutralità istituzionale valgono nei confronti di ogni credo. Oggi ho parlato di più del credo cattolico perché è la realtà predominante nel nostro paese. Ma ormai, oltre le tradizionali realtà dell’israelismo, dei valdesi, delle svariate forme protestanti, del buddismo, più piccole come quantità, va tenuto conto della realtà islamica che è intorno i due milioni di persone. Anche se non hanno la forma organizzativa della Chiesa cattolica, gli islamici pesano nella convivenza. Questa è la situazione che richiede la laicità, cioè la neutralità istituzionale della separazione Stato religioni.

 

Allora, comportarsi in coerenza con i propri principi, per i laici ha l’importante obiettivo di equilibrare la pressione dei cattolici chiusi nella convivenza democratica e nell’azione legislativa. Come si è visto i cattolici chiusi si arrovellano per contribuire a diffondere il principio della legge di natura all’insegna della filosofia perenne. I laici sono invece impegnati a sostenere il primato della sovranità del cittadino nel quadro di un mondo che cambia e di una convivenza secondo le regole scelte. I cattolici chiusi propugnano quale criterio civile la dottrina sociale della Chiesa in cui si incarna la fede nella divinità, i laici  sostengono la logica della separazione Stato religione che si affida alla diversità delle intenzioni, al cambiamento nel tempo e alle variabili scelte negli ambiti di convivenza secondo regole che rendano possibile il massimizzare i diritti di ogni individuo. Lo scegliere periodicamente e affidare le scelte alle decisioni dei singoli cittadini è la direttrice essenziale del modo di essere laico. Nessuna ricerca di beni comuni e di interessi generali, che non rientrano nella logica della scelta ed esprimono l’ossessione di corrispondere ad una autorità superiore oppure ad un conformismo insofferente per le valutazioni critiche e che emargina le minoranze di altri cittadini.

 

Qui si coglie che  la partecipazione è intesa dai religiosi e dai laici in modo diverso. Per i religiosi la partecipazione civile deve ricalcare quella praticata nella Chiesa, ove partecipare non significa decidere, dato che il Popolo di Dio non è un popolo che decide, a decidere pensa la gerarchia piramidale di chi ha preso i voti della fede. Per i laici coerenti, partecipare, se non vuole essere pura cortesia rituale priva di incisività, è concepito per giungere ad una scelta tra le indicazioni di ciascuno. Di conseguenza per i laici il consenso non può mai essere per la persona in sé ma per le idee e il progetto di cui il cittadino è portatore. Questo ricercare il consenso sulle idee e sul progetto, è in Italia indispensabile se si vogliono svecchiare strutture la cui fatiscenza non  può più essere nascosta. Troppi paiono non essersi accorti che da oltre un decennio esiste nel mondo la globalizzazione, che non consente il protezionismo provinciale delle intese indistinte separate dal come funziona il sistema paese complessivo.

 

Fin da prima dell’avvento dei tecnici, molti, ignorando tutto ciò, lavoravano all’unire l’area cattolica in termini politici  su valori di tipo religioso. Ho detto della divaricazione a Todi tra il Convegno CEI e il post Convegno dei cattolici chiusi. La divaricazione non è piaciuta alla CEI, che a fine inverno, in un altro Convegno sociopolitico, ha di fatto escluso che la crescita di una nuova generazione di cristiani impegnati possa ridursi ad esperimenti neocentristi. Non solo. La CEI da così importanza a questa sua posizione magistrale da avere tolto, all’inizio di  questo autunno,  la propria partecipazione al Convegno di Todi 2 fatto da gruppi dell’associazionismo cattolico – tipo le ACLI, la CISL e il ministro Riccardi fondatore della Comunità di Santo Egidio, ma non più il Movimento Cristiano Lavoratori o dello stesso portavoce di Todi 2, Forlani, che si sono ritirati – gruppi che ormai dichiaratamente mirano ad usare il marchio religioso per fare, sotto l’ombrello dell’agenda Monti – mitizzata ma che non ha mai avuto un taglio politico – un partito  di tipo neo democristiano quanto alla prassi equilibrista, ma persino più sfumato quanto a scelte politico culturali.

 

L’appunto della CEI è che tali comportamenti renderebbero i cattolici una corrente e non un popolo unito mentre l’associazionismo cattolico deve imperniarsi sui valori non negoziabili dell’antropologia religiosa. Proprio la questione antropologica è una posizione insistita del Vaticano e della CEI che trova ascolto in significativi settori postmarxisti preoccupati che i processi di globalizzazione, in mancanza di un nuovo ordine internazionale, pongano in crisi il meccanismo democratico. Appunto perché secondo loro solo l’ordine internazionale potrebbe imbrigliare l’individualismo metodologico, come sostiene e scrive il responsabile economico del PD Fassina.

 

Questi atteggiamenti sono fisiologici sul piano della fede religiosa, che intende sterilizzare il passare del tempo e la variabilità. Adottati sul piano civile divengono la radice del cattolicesimo chiuso.  I valori religiosi non possono fondare un partito.   Così come – sia detto tra parentesi – la libertà del cittadino non può basarsi su una concezione elitaria che la limita ai più bravi, come ha scelto di fare la omonima università berlusconiana ormai avviata. Il solo modo di garantire la libertà religiosa di ciascuno, è battersi per istituzioni neutrali che la garantiscano a tutti e a tutti facciano intendere che la libertà non è solo per i più bravi ma è soprattutto per i più deboli, che hanno anche loro qualcosa da dire. Poi ogni cittadino sosterrà quel che pensa e si comporterà come crede in un ambito legale. Lo afferma, ad esempio, la corretta lettura dell’art.29 della Costituzione sulla famiglia in senso lato, lettura confermata anche da una sentenza di Cassazione di metà marzo.Cominciano a sostenerlo anche esponenti del clero (si pensi a come il cardinale Martini, nel suo ultimo libro intervista Credere e conoscere, ha difeso le ragioni della sua fede ed insieme ha riconosciuto l’esigenza di comprendere sul piano civile le unioni di fatto che sono una realtà umana evidente).

 

I separatisti devono sapere che non fare niente pur professando il separatismo individualmente, equivale a non praticare il separatismo. Poiché il separatismo vuol ribaltare la concezione del proselitismo propalata storicamente dai partiti ideologici. La propaganda non è per intrupparsi. E’ per consentire a ciascuno di conoscere, di ragionare e di essere libero a suo piacimento, migliorando il clima della convivenza. Senza che la legge imponga un credo religioso, oppure una morale pubblica, oppure inneggi al tassare e trovi sempre il modo di rinviare il taglio di quelle spese pubbliche, che, snaturando la loro funzione di riequilibrio nella convivenza civile, sono divenute la ragione di vita per burocrazie autoreferenziali. Le istituzioni sono l’irrinunciabile sostegno aperto alla convivenza tra diversi per concretare la libertà di ciascuno. Altrimenti sarebbe una libertà di cartapesta preda dei voleri conformistici dei potenti del momento. E allora, proprio per questa necessità di avere istituzioni neutrali ed aperte, una convivenza tra diversi richiede, per non essere frammentata e per guardare al domani, di restituire centralità alla politica vera delle idee e dei progetti.

 

Il laico deve sempre evitare di considerare una Chiesa un interlocutore decisionale. Certe paure e certe domande non appartengono ai criteri per  convivere nel segno della libertà di pensiero bensì alle convinzioni di fede: infatti non c’è modo per dare loro risposte sperimentali.

Quando  Benedetto XVI ha aperto il Sinodo dei Vescovi a fine ottobre, ha detto: “Dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della Storia, c’è un Dio o non c’è? …… gli Apostoli non hanno creato una Chiesa con la forma di una Costituente… Anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare. La Chiesa non comincia con il nostro fare, ma con il fare e parlare di Dio…. Dio ha rotto il suo silenzio: ci conosce, ci ama, è entrato nella Storia. Gesù è la sua Parola“. Sono frasi evocative che non sono giudicabili in termini empirici di conoscenza e di ragione immersa nel tempo che scorre. Risolvono i dubbi eludendoli con tautologie logiche chiuse ai fatti. Queste frasi quindi non preludono all’adozione di strutture di vita umana fondate sulla libertà di pensiero e perciò non sono in alcun modo laiche. Ma i laici non si adontano se qualcuno le ascolta appunto perché i laici non pretendono di sapere tutto. Però sono fermi nel ricordare la storia: la conoscenza della realtà cresce solo utilizzando la libertà di pensiero dei diversi.  E allora  praticano la libertà di pensiero loro stessi e ne fanno il criterio per la convivenza con e fra gli altri, ma non impongono nulla ad alcuno né  deviano mai nel decidere dalle regole al momento vigenti. Che nel convivere garantiscono quella libertà.

 

 

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