Sulla galassia Liberale (a Enzo Marzo)

Caro Enzo,

dopo il nostro incontro di aprile e dopo il tuo incontro con Enrico Lecis nelle scorse settimane, avevamo avuto l’impressione che Tu avessi  un certo interesse per l’iniziativa di convergenza dei liberali su cui stiamo lavorando da tempo sulla base di uno specifico documento, di cui parlammo e che credevo avessi letto. Per questo  nelle ultime settimane ti ho lasciato quattro messaggi in segreteria. Capisco ora che devono essere subentrati altri fattori del tuo gruppo che ti hanno indotto a prendere  di fatto qualche distanza da questa iniziativa di convergenza. Ed è anche evidente dal tuo scritto  che argomenti la cosa in nome del passato concernente le vicende  e le persone.

In questa sede non desidero seguirti sulla discussione del passato. Non perché non abbia opinioni ed esperienze dirette, ma perché penso – e ne parlammo a lungo nel nostro incontro – che l’essenza del liberalismo non lo consenta. Il liberalismo riguarda il come riuscire a realizzare nel luogo e nel tempo la libertà dei cittadini al meglio, riferendosi all’oggi e al domani seppur sempre alla luce  dei risultati dei fatti antecedenti. Se, invece che sui dati sperimentali, ci si fossilizza sull’esegesi storica di quanto è avvenuto,  l’opportuna presa di coscienza dei comportamenti reali – che deve essere finalizzata a proseguire nel cammino – si trasforma in ossessione per la cronaca di quanto già avvenuto. Ciò attiene ai singoli vissuti ma non attiene alle cose da fare politicamente oggi per la libertà dei cittadini. In questo modo le cose morte  avvinghiano quelle vive, come capita nelle faide di alcune tradizioni.

Allora, nella prospettiva del domani, parlando del 2012  e non dei primi anni ’90, i dati di fatto da cui l’iniziativa convergenza intende partire sono tre collegati tra loro. Il primo è che il paese ha disperato bisogno della voce politica dei liberali (che è cosa molto diversa dalla voce teorica delle dissertazioni dotte), gli altri due sono, uno che la sinistra non ha in alcun modo voluto (e gli esperimenti sono stati fatti per un lungo periodo ultra decennale) aver rapporti con la politica liberale ma semmai con singoli liberali utilizzati per nascondere le rughe più manifeste e l’altro che la destra stravolge il liberalismo (e qui gli esperimenti sono stati fatti per un periodo ultraquindicennale) vampirizzandolo, inghiottendolo nel conservatorismo esaltato e dandogli diritto di citazione solo se ossequioso alle momentanee esigenze di potere economico e civile.

L’iniziativa convergenza parte perciò dal mettere insieme i liberali in una rete politicamente operante. Ed occorre essere precisi. Non è la stessa cosa del dire che i liberali devono fare parte della sinistra. I liberali sono sempre e con forza alfieri della libertà dell’individuo e questa, essendo legata alla diversità e al passare del tempo fisico, è legata al cambiamento senza fine. Invece i fatti mostrano che la sinistra è ideologica, punta a  modelli utopici, rifugge l’individualismo, scambia per partecipazione del cittadino il pretendere il suo conformarsi alle parole d’ordine, sguazza nelle masse indifferenziate e di conseguenza non attiva il cambiamento ma spesso l’ostacola. Dunque solo i liberali quale rete politica (e non quali personaggi singoli) possono contribuire ad attivare quella funzione  propulsiva della trasformazione sociale, che, per ignoranze e calcoli di potere, i gazzettieri attribuiscono alla sinistra, nonostante sia visibilmente dedita ad altro.

Nel complesso, non credo incisivi il tuo riferimento al vecchio PLI (liberiamoci dall’ossessione di adorarlo o di demonizzarlo) o il tuo scettico disincanto circa la bontà dei programmi o il tuo esaltare i livelli internazionali che sono stati senza dubbio utilissimi ma che hanno avuto anche cadute un pò clamorose (come quando nel 2008, mi resi tardivamente conto, dieci giorni prima delle elezioni, che i massimi dirigenti male informati ritenevano  certa la vittoria di Veltroni e dovetti scriver loro per aggiornarli). E neppure trovo fondata la tua critica (peraltro senza pubblicare l’intero contesto) per aver  io definito “sfogo emotivo” una presa di posizione di Beatrice Rangoni, dato che avere emozioni non è un difetto e in casa liberale non lo è neppure avere opinioni divergenti. Qui parliamo della situazione italiana oggi e del fatto che, per mettere insieme i liberali, o si sceglie la via aristocratica della definizione ideologica del dover essere secondo i giudizi dei Minosse di turno oppure si sceglie la strada delle idee e del progetto politico condiviso tra gli individui che , dal basso e senza leader precostituiti, vogliono operare insieme per un progetto liberale da sottoporre alla valutazione dei cittadini. Il nostro gruppo ha scelto con convinzione la seconda strada e sono sicuro, sulla scorta di univoci precedenti storici, non vorrai mettere in dubbio la nostra comprovata coerenza nei comportamenti politici.

Volendo percorrere questa strada (del resto in forte consonanza con quanto scritto su Critica lo scorso autunno), le osservazioni che fai nei due ultimi paragrafi, pur dando la sensazione di una mancata lettura del nostro documento “I Liberali perché insieme e a quale scopo”, mi spingono ad alcune considerazioni di merito. Nell’ordine. Tu continui a parlare di vecchio PLI, noi non vediamo perché parlarne. Anzi, alla fine del primo punto del documento, indichiamo la necessità di riunire in questa operazione anche chi non rinneghi passate suggestioni per storie laiche diverse da quella liberale. Questo ovviamente non significa indistinzione tra liberalismo e socialismo. Le differenze ci sono e consistono nel fatto, internazionalmente acquisito, che mentre i socialisti liberali sono partecipi dell’aspirazione liberale a battersi per il cambiamento finalizzato alla libertà del cittadino, i socialisti della  tradizione antiindividualista e largamente maggioritaria da noi, sono una forma particolare di approccio conservatore, prevalentemente interessato solo a raggiungere il potere continuando a discettare di utopie. Con i primi è possibile convergere.

Poi  scrivi di aspettare da noi parole chiare e definitive su obiettivi e persone. Ora, dal punto di vista di metodo, noi non vediamo perché anche voi, meglio se fin da venerdì ma almeno successivamente, non contribuiate a definire quelle parole. Dal punto di vista del merito, non credo tu possa affermare, purché abbia letto il nostro documento, che non diciamo niente in proposito. Elenchiamo punti precisi. Se ne ritenete qualcuno sbagliato o inopportuno, dovreste precisare. Intanto, ti confermo che non parliamo di persone perché secondo noi è un pernicioso vizio dei liberali prendere parte contenti all’andazzo di ridurre tutto a questioni personali. Contano i comportamenti politici e naturalmente pratichiamo quelli a favore della libertà e avversiamo quelli contrari alla libertà, da chiunque tenuti.

Dopo definisci fuorviante l’obiettivo paligenetico della lista elettorale. Ho già scritto sopra le ragioni strutturali per cui la lista elettorale è una conseguenza obbligata per mobilitare i cittadini sul nostro progetto condiviso (e solo su quello). La presenza politica esiste e consiste appunto nel nostro progetto e nella nostra volontà di dare voce politica ai liberali. Non è cosa facile da realizzare, certo. Ma noi preferiamo le cose difficili di cui siamo convinti, ad un atteggiamento tipo volpe e l’uva, che ha il grave difetto di relegare i liberali nel ruolo dei finti saggi che, per non rischiare, si tengono alla larga da una attiva partecipazione civile. E già che hai richiamato un brocardo, ne assemblo uno anch’io, “che abbiamo a che fare noi con il disimpegno civile e con i sogni elitari?”

Prosegui chiedendo sulla collocazione del gruppo nella mappa e nell’immaginario degli italiani. Giusto. Quanto all’immaginario, non ho dubbi, deve essere percepita come una cosa nuova e liberale nei fatti (e dipenderà da noi, dalla capacità di agire e non di attardarsi in dispute bizantine). Quanto alla mappa, non mi pare se ne sia discusso proprio perché siamo fuori dagli schemi abituali. Ma se pensi non se ne debba fare a meno, direi che, in caso di elezione, gli eletti liberali dovrebbero naturalmente collocarsi alla sinistra, quali promotori della libertà del cittadino contro i conservatori di tutti i colori e risme, anche quelli vocianti dell’antipolitica.

Dopo, poni un quesito giusto ma troppo anticipato. Oggi si devono mettere insieme i liberali sulle idee e sul progetto, non sulle alleanze, che dipenderanno dal quadro che emergerà dalle scelte degli elettori. Se si pretendesse di rispondere oggi, si muterebbe la natura liberale della lista, che non sarebbe più una primaria necessità per dar voce politica ai liberali. Oltretutto ora, nella ignoranza di quale sarà la legge elettorale. Fin d’ora però sottolineiamo (punto 3 del documento) che la moralità liberale impone in ogni caso, nel valutare le alleanze, di rispettare quattro specifici criteri precisamente elencati, funzionali a riaffermare la soggettualità liberale.

Passi poi a chiedere un giudizio su Montezemolo. Ne abbiamo parlato più volte e in generale abbiamo l’idea che si tratti di una versione d’alto bordo moderato del “ma anche” veltroniano. In sostanza un’organizzazione vetrina che distilla le parole in attesa di scegliere il partner di potere vincente. Veltroni, tuttavia, disponeva della tradizione della sinistra e non ci pare che  il ferrarismo  o i professori senza potere decisionale bastino per delineare una politica. Quanto all’UDC, non vedo proprio la ragione della tua curiosità, visto che è assai lontana dalle espresse richieste liberali ed ha come unico pregio il farlo trasparire con chiarezza. Ma di nuovo perché di questi argomenti non se ne può parlare insieme?

Mi stupisce invece, e molto, l’interrogativo sul laicismo. A parte che lo ritengo una conferma della mancata lettura del documento (ed anche della rivista Italia Laica che nei mesi scorsi ha pubblicato una recensione di Paolo Bonetti al mio libro sulla separazione Stato religioni), l’intero punto 4b affronta il tema in termini apertamente laici e quindi separatisti. Non potrebbe essere diversamente per poter consentire la libertà del cittadino. Non mi sono chiare pertanto le ragioni di questo interrogativo, salvo che sia per richiamare una convergenza, del che mi rallegrerei.

Per rispondere sul liberismo selvaggio, lascio parlare l’insieme delle considerazioni di tipo economico del documento (punto 4g) che sono di versante keynesiano (affrontano in termini prioritari la tematica del debito pubblico accumulato). E, per quanto mi riguarda, ho scritto in queste settimane un breve ragionamento su Liberalismo e Costruttivismo (NDR, vedi in articoli lunghi al 4 luglio) per mostrare come questa frase non sia affatto un ossimoro come si va dicendo, anche in ambienti liberali.

In conclusione, noi le battaglie le facciamo senza declamare (vedi l’anno passato contro l’imbroglio dei referendum sull’acqua)  ma con determinazione, come si conviene a chi è consapevole che pesano più le azioni continue di una toccata e fuga per farsi vedere. E infatti trovo singolare che tu concluda affermando che non ci si può fondare sulla nostalgia (perfino qui mi rifiuto di parlar del passato) e sulla vaghezza (sarei curioso di sapere dove secondo te lo siamo). Quanto alla galassia liberale che ho evocato, si riferisce al fatto che, a differenza della destra e della sinistra tradizionali, noi liberali non dimentichiamo mai di restare  ciascuno  diverso e non accettiamo di farci intruppare. La diversità dunque non ci spaventa perché è fisiologica. Il nostro unirsi è essere capaci di essere in risonanza restando divisi. Noi non cerchiamo l’unità, cerchiamo la convergenza per dar voce ai liberali. In altre parole, il pericolo per i liberali non è la galassia, sono le monadi nel loro isolarsi.

PS- ovviamente sono certo che provvederai  a pubblicare su Critica questa mia risposta. Ti ringrazio.

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