Una nuova legge per combattere l’intrusione del fisco

E’ recentissimo il viatico di un cittadino toscano che, avendo pagato una cartella esattoriale nei 60 giorni dalla notifica a sue mani, si è visto richiedere un supplemento dall’Agenzia delle Entrate perché aveva pagato nei sessanta giorni dalla notifica a lui invece che nei sessanta dal deposito in comune. In altre parole l’Agenzia ignora o fa finta di ignorare la differenza di legge  nel conteggio dei termini per chi notifica e per il notificato.

Queste situazioni assurde sono alla base della ribellione non più soltanto sotterranea contro Equitalia, percepita come associazione privata di vampiri che dissangua i cittadini. L’approccio è emotivo e non centra il problema, però la questione disservizi esiste ed è grave. Perché essendo  il mettere e il riscuotere tributi uno dei cardini della convivenza democratica, il funzionamento non adeguato è una malattia pericolosa. Anche il governo Monti affronta la cosa con auspici generici  e correttivi fumosi. Mentre occorrerebbe un cambio di approccio culturale. Per assumere in modo definitivo che il compito essenziale tributario non può arrogarsi alcun privilegio e deve essere svolto nel rispetto integrale della sovranità del cittadino.

Per prima cosa è fondamentale il diritto del cittadino di criticare e di avere la certezza  che dopo si attivino le opportune valutazioni nel merito della critica. La seconda cosa è decidersi a sciogliere il groviglio delle responsabilità. Vi sono gli errori materiali di Equitalia (e qui chi li commette non risulta venga adeguatamene sanzionato, nel nome di un malinteso spirito di corpo), ma vi sono soprattutto norme e strumenti esattivi su cui Equitalia non ha margini discrezionali, il che rende evidente che i (tanti) difetti riscontrabili  derivano da leggi sbagliate (e molto) perché non coerenti con la finalità democratica dell’imposizione fiscale.

L’Equitalia è un condensato fin dall’origine di leggi burocraticamente furbe. Varata a fine 2005 dal Ministro Tremonti nel decreto legge sul contrasto all’evasione e sulle disposizioni  tributarie, apparve subito un legno storto. Venne scelta la società di capitali per consentire, si disse, una snellezza superiore a quella delle strutture di diritto pubblico; tuttavia la proprietà era pubblica al 100% (51% Agenzia delle Entrate e 49% INPS) e quindi la società, anche se non era di diritto pubblico, doveva tenere comportamenti esclusivamente pubblici (del resto solo questo giustifica il suo monopolio delle riscossioni di tutte le imposte erariali, Inps, tributi doganali,  salvo quelle dei comuni che potranno decidere autonomamente dopo il 2012).  Si è però visto progressivamente che la formula Equitalia era una furbesca foglia di fico. L’obiettivo era dare più mano libera al potere delle burocrazie nelle modalità di riscossione senza dover rispettare i vincoli di un organismo pubblico. Anche quelli costituzionali.

Due esempi, gli aggi e i privilegi nell’esazione. Visto che il richiedente è sempre lo Stato seppure in abiti differenti, esigere una percentuale su quanto richiesto significa far passare il principio (senza dirlo) che dichiarare di essere in debito di  una somma verso lo Stato e non versarla, implica il veder crescere il debito oltre  gli interessi e le sanzioni di ritardato pagamento. Ciò contrasta con il principio – costituzionalmente evidente e comunque sentenziato più volte dalla Corte –  secondo cui, nel procedimento tributario, lo Stato è su un piano di parità con il cittadino. L’aggio cambia le carte in tavola e maggiora di fatto le imposte, mettendo il corrispettivo esattivo a carico del contribuente. Solo che la funzione esattiva  rientra nella fiscalità generale ma la macchina dello Stato non la svolge più. Questo strattagemma non consente al cittadino una valutazione davvero complessiva dei servizi resi dallo Stato. insomma, le tasse non sono un obbligo etico, ma il corrispettivo dei servizi civili contrattuali erogati dallo Stato (tra cui rientra la fisiologica riscossione). E se si nascondono i costi, si ostacola una valutazione del funzionamento.

La distorsione degli aggi è poi aggravata dai privilegi riservati ad Equitalia nell’esazione. La legge consente ad Equitalia di adottare procedure che nessun altro privato – e neppure lo Stato in quanto tale – può adottare al fine di assicurarsi garanzie materiali per le somme di cui asserisce di essere creditrice. La possibilità di compiere sequestri di conti correnti o iscrizioni di ipoteche senza alcun preventivo filtro giudiziario, costituisce un oggettivo ritorno alla pratica medioevale della tortura come mezzo di pressione del potere per soggiogare la volontà di un cittadino. Impostazione che è un pericolo da non sottovalutare. Non a caso questa tendenza trova riscontri in altri settori extra tributari, pure nella recente reintroduzione in campo tributario del dover pagare prima di poter ricorrere ed anche della forte crescita dei diritti legali fissi. Sono concezioni  che sottopongono il cittadino allo Stato capovolgendo il principio liberale del concepire lo Stato come strumento per la convivenza tra cittadini. Non vanno prese sottogamba e ci vorrebbe una decisa inversione di tendenza.

Ecco il motivo per cui è fumoso limitarsi a parlare di fisco meno intrusivo. Appunto perché se la colpa dell’esserlo non sta nei comportamenti di Equitalia ma nelle regole che la legge attribuisce ad Equitalia, allora per togliere (o almeno diminuire parecchio) la propensione intrusiva del fisco occorre una rinnovata impostazione di legge. Per mettervi al centro la libertà del cittadino e le regole della convivenza modellate su questo stesso criterio. Invece, i correttivi latitano. Non si riducono le radici burocratiche diffuse nel tessuto sociale e si eccede nel legare il cittadino. Non si tagliano mai quelle radici, al più si cerca di razionalizzarle un pò, continuando a battere la strada del più tasse. Sembra impossibile diminuire le spese pubbliche e si vuole ignorare che la crescita dipende non da più sussidi assistenziali ad attività private, quanto da investimenti pubblici propulsivi e soprattutto da una consistente riduzione delle aliquote fiscali per attivare la voglia autonoma di intraprendere (cosa che funziona anche da deterrente all’evasione fiscale). Per stabilire l’indispensabile clima di reciproco rispetto tra gli operatori e di valutazione comparativa dei meriti, occorrono leggi coerenti al rendere centrali i controlli dei cittadini e non auspici fumosi senza leggi conseguenti. Altrimenti si asseconda la concertazione su tutto, confondendo le funzioni di ogni soggetto sociale, struttura pubblica inclusa. Una confusione che è il sogno delle corporazioni burocratiche ma che intrappola la convivenza.

 

 

 

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