Sulla convergenza dei liberali

Relazione al Convegno I LIBERALI, PERCHE’  INSIEME  E  A  QUALE  SCOPO, tenuto a Milano, Villa Necchi Campiglio, 8 giugno 2012

Da mesi stiamo  lavorando alla convergenza dei liberali e abbiamo preso le mosse dal documento con l’opera di più di un centinaio di persone, non per ricordare il passato ma per dare una prospettiva al paese: il paese ha bisogno di riprendere a discutere dei problemi concreti e per farlo occorre dare più voce alle idee liberali.

Le idee liberali si incardinano su libertà individuale e sullo sperimentare i fatti. Da qui vengono i principi, come frutto di sperimentazioni pluridecennali, e a volte secolari, che hanno fatto emergere la evidente superiorità dello individualismo metodologico nel dare regole aperte alla convivenza tra cittadini liberi. E’ il modo più efficace per stare attenti  di continuo ai fatti della convivenza quotidiana con il fine di poter sempre individuare i più urgenti ostacoli all’esercizio della libertà del cittadino e quindi mettersi in grado di formulare proposte per affrontare e dissolvere questi nodi di illibertà nella convivenza che soffocano il cittadino.

Il primo nodo in Italia oggi  è la mancanza di una formazione che sostenga coerentemente le idee liberali comportandosi in conseguenza. Questo è il nostro progetto. E per questo ­– proprio per non fare operazioni vetero ideologiche o di patetica rimembranza – è stato indispensabile il lavoro sedimentato nel documento I Liberali, perché insieme e a quale scopo. I liberali devono stare insieme per realizzare un progetto liberale e non scimmiottare la moda di partire dallo schierarsi sulle dispute di potere fini a sé stesso, che sono incapaci di affrontare i problemi.

In giro, seppure non nella misura ossessiva di anni fa, ci sono ancora molti che si sono decisi a scoprire l’acqua calda delle illiberali impostazioni del PDL, del PD, e poi della Lega, dell’UDC, e degli terzopolisti senza idee salvo il sogno poltronesco. Costoro si appassionano all’antipolitica, che tuttavia, non per caso, ha lo stesso vuoto della politica delle esecrate caste: il vuoto di progetti e di prospettiva. Nell’antipolitica non ci può essere una componente liberale, tanto meno una componente di sedizione liberale (come è stato proposto). Non ci può essere perché i liberali si fondano sull’esercizio del senso critico e sull’avanzare progetti di azione subito utilizzabili. Il paese è al punto in cui si  trova, non  perché ci sono stati i carri armati o la violazione  delle regole pubbliche, ma perché si è pensato di governare la convivenza senza tener conto del metodo e dei comportamenti liberali. Soprattutto facendosi convincere a seguire il diffuso conformismo che soffocava la  cittadinanza con promesse illusorie e emanava leggi ed iniziative in sostanza dissennate.

La convergenza dei liberali cui stiamo lavorando è proporre al paese non la ricetta fumosa ed ingannevole del riverniciare un po’ le cose in superfice  proseguendo nei vizi abituali, bensì la svolta di un progetto concreto che dia spazio al metodo liberale nel concepire le leggi e nel fondare la crescita sull’iniziativa dei cittadini liberata da vincoli insensati  e da una pressione tributaria eccessiva in assoluto e ancor più in base all’insufficiente livello di servizi erogato.

Il documento indica nel concreto i progetti che I Liberali si impegnano a sostenere. Ora desidero sottolineare alcune concezioni di fondo che sono emerse nel tempo applicando il senso critico alle osservazioni sperimentali e che sorreggono il progetto liberale. Ne indico SEI che elenco non in ordine di importanza.

La prima è la questione del rapporto tra cittadino e Stato. Ho già detto che il liberalismo si fonda sul dare la sovranità ai diversi cittadini per stare meglio ai fatti. Per rendere praticabile nella convivenza questo individualismo metodologico, i liberali hanno concepito lo Stato che lega imposte e rappresentanza. Dunque i liberali non sono contro lo Stato. Né cadono nella trappola di ritenere che lo Stato liberale sia quella caricatura rigida che è stata creata dal conservatorismo e dal marxismo, per intruppare in modi differenti la diversità individuale. Perciò, sul piano dei principi, i liberali non devono accodarsi alla richiesta conservatrice dello Stato minimo – che antepone l’egoismo di ciascuno sui rapporti interpersonali oppure fa prevalere la comunità sulla libera convivenza – né devono scimmiottare  la richiesta della sinistra per regole pubbliche disattente alla variabilità individuale del cittadino. E sul piano della realtà italiana, devono battersi contro l’invadenza burocratica pubblica che è la più vischiosa causa dello scivolare verso il basso del paese nel metro della globalizzazione e pretendere invece che divenga efficiente lo Stato che ci vuole per garantire ad ogni cittadino la massima libertà di esprimersi, di intraprendere e di vivere.

La seconda concezione è che per noi liberali la convivenza tra cittadini diversi  si regge sul confronto tra le poliedriche iniziative di ciascuno e sull’equilibrio istituzionale tra i poteri in cui si inquadra il conflitto democratico. Quando il conflitto democratico tra i progetti secondo le regole della politica e sui risultati sperimentali delle scelte fatte, finisce per rattrappirsi, al punto dall’attribuire il primato nella cosa pubblica a qualche casta elitaria che stabilisca lei il giusto e il vero senza esserne poi responsabile nel giudizio dei cittadini, allora bisogna davvero cominciare a preoccuparsi. Sfrondando questo importantissimo tema da venti anni di polemiche non poco inquinate da palesi conflitti di interessi, la tragedia del terremoto ha fatto ancora una volta emergere la propensione di settori non piccoli dell’opinione pubblica  non a riflettere sugli errori materiali compiuti nel gestire le costruzioni e il controllo urbanistico da parte dell’intera organizzazione sociale, quanto a ricercare una sorta di rassicurazione nell’azione di un magistrato che individui un colpevole reo di non aver scientemente rispettato il bene sociale. Solo che il concetto di bene sociale è già qualcosa di fideistico che cozza contro il principio liberale della diversità e del conflitto democratico. E per di più la pretesa che a qualche organismo avulso dal conflitto democratico venga riconosciuto il privilegio di definire lui che cosa debba essere il bene sociale al di sopra dalla variabilità della vita,   è questione veramente pericolosa per la libera convivenza. Senza far rumore. allontana sempre più dalla sovranità politica del cittadino. Attenta al liberalismo.

La terza concezione tipica dei liberali è il rispetto, profondo ma non cieco, del funzionamento delle pubbliche istituzioni che esistono per rendere possibile la miglior convivenza, e non per alimentare a spese dei cittadini i privilegi delle strutture da cui sono composte. Ora, nei giorni scorsi, le dichiarazioni del Governatore della BI Visco e del presidente della Corte dei Conti a sezioni unite, hanno confermato con dovizia di dati che ad essere malate non sono tanto le forze politiche quanto le grandi burocrazie nei vari settori cui sono preposte.  La vera colpa delle forze politiche non è quella degli eccessi nella propria spesa (quantitativamente irrisori) la cui denuncia ha fatto da anni la fortuna di due note firme del più grosso giornale milanese. La vera colpa è quella di non aver saputo far politica controllando come lavorava la burocrazia nel rendere i servizi d’istituto. Ed è qui che si fonda la netta critica liberale, e dunque costruttiva, ai governi degli ultimi quindici anni. Hanno fatto incancrenire i problemi per inseguire facili promesse elettorali. Tuttoggi è così. E’ un grave fardello per la democrazia un ministro della funzione pubblica portatore di criteri di concertazione, per di più aggravati dalla non licenziabilità dei dipendenti pubblici o comunque dalla non rimozione per cause diverse dalle disciplinari. Già siamo di fronte agli ostacoli che alla riforma del lavoro  targata Monti Fornero pone la vasta gamma  conservatrice (  invece di  affidare come si dovrebbe le valutazioni economiche di impresa al rapporto tra datori di lavoro e lavoratori nel quadro di più dinamici e robusti ammortizzatori sociali, insistono per lasciare un ampio spazio di intervento al giudice anche per i licenziamenti esclusivamente per ragioni economiche). A queste resistenze per non andare avanti nel settore privato, vi è un ministro del medesimo governo che vuol continuare a non far praticare la meritocrazia nello svolgersi delle mansioni degli impiegati pubblici. Ad esempio asserendo che hanno vinto un concorso. Ma un concorso non è un diritto indiscriminato bensì l’essere preferiti per fare un determinato lavoro nel migliore dei modi. E solo una concezione di Stato rigido può pensare che il mutare delle esigenze organizzative non possa essere concepito perché vi sarebbero invalicabili rigidità concorsuale che impedirebbero la revisione dei rapporti di lavoro dei dipendenti pubblici.

La quarta concezione dei liberali è proseguire prioritariamente e con fermezza nello sviluppo passo a passo di un’Europa più partecipata e più vicina ai cittadini. L’Europa è stato il primo esempio storico di un’area che, attraverso libere relazioni di libera convivenza, ha posto fine a secolari litigiosità e guerre (e questo è già un importante successo della tesi liberale; attraverso la libertà si raggiunge anche la pace mentre non è vero il viceversa, perché la pace non implica necessariamente la libertà). Oggi, in un momento di grave crisi economica – che in Europa non ha avuto origine ma ha trovato terreno fertile di sviluppo – secondo noi liberali occorre compiere ulteriori passi in avanti nella costruzione di istituzioni europee, che diffondano la realistica attenzione ai fatti, l’assicurare a ciascun cittadino dignitose condizioni di vita per essere diverso, la concretezza dell’intraprendere, il legame tra la finanza e il lavoro, il rigore nel produrre perché solo ciò che si produce può essere redistribuito. Per fare ciò è il momento di procedere nel mettersi in comune anche con ulteriori limitate rinunce della sovranità statuale. Sarebbe bello riuscire, come proposto dai liberali tedeschi, a votare nel 2014 in tutta Europa per far eleggere dai cittadini europei ­– e non dai governi – il Presidente della Commissione Europea. Ma intanto, già oggi, vanno fatti passi avanti in chiave liberale. Lo sarebbe impegnarsi per integrare le politiche di bilancio, dal momento che senza un consolidamento dei bilanci non si vede come possa esserci crescita, legata ovviamente alla competitività e ai livelli fiscali. E farlo anche quale risposta alle offensive americane, condotte dall’amministrazione e dai privati interessi anche attraverso  le agenzie di rating, cose tutte fisiologiche cui l’Europa deve replicare in una logica di coerente difesa dei propri interessi. Non sarebbero un passo avanti liberale, invece, le specie di interventi d’urgenza, quali il centralizzare il controllo delle banche dietro qualcosa che è la massima espressione della burocrazia europea la BCE, al di fuori dei rapporti con i cittadini. E non lo sarebbe neppure  usare l’Europa per nascondere dietro l’emergenza le disfunzioni di molti stati. Non si può invocare la solidarietà europea per attivare soccorsi che, in quanto privi di adeguate revisioni dei comportamenti dissennati degli stati che confondono la sovranità con i privilegi dei rispettivi gruppi di potere, sarebbero di sapore statalista. I soccorsi dovranno esserci ma insieme all’adozione di controlli che non siano finalizzati ad oliare le burocrazie autoreferenziali, lontane dai fatti della produzione reale, che si fanno scudo dell’emergenza cui hanno contribuito assai. Insomma, è l’assumere mentalità ed impegni sovranazionali più europei ad innescare la possibilità di aiuti concreti ai paesi più deboli, non gli aiuti statalistici slegati da comportamenti virtuosi ad innescare più europeismo aperto e davvero vicino  ai cittadini.

Una quinta concezione dei liberali è riferito all’indispensabile approccio critico ai sistemi informatici, a internet, alle famose reti di socializzazione. E’ indubbio che tali strumenti sono una protesi potente nelle relazioni interpersonali. Ma nell’usarli, i liberali non dimenticano mai due aspetti. Uno è che la rete fa parte della vita quotidiana (specie se ci si occupa di politica) ma non può illudersi e far illudere di sostituirsi al mondo reale. Il caso della primavera araba ne è un esempio istruttivo. Va evitato di farsi avvincere dal senso di onnipotenza e di perdere il senso della realtà, smettendo di seguirne le pieghe. Il secondo aspetto si riferisce al fatto che la società informatica e globalizzata ha sempre più bisogno (essendo più immediata) non tanto di protestare con più efficacia bensì di aiutare a dire cosa fare in alternativa e come farlo. Viceversa, già la politica dei grossi è vuota, così come l’antipolitica. E in più i mezzi tipo internet e reti sociali inoculano dosi massicce contro l’uso del senso critico, favoriscono le pratiche dittatoriali dei gestori del web e insieme un conformismo esasperato. La teorica libertà della rete si tramuta con estrema facilità nel conformismo della rete e per questa via la protesi potente per favorire l’espressione individuale e le relazioni si trasforma in un inno al collettivo (tutti i giornali parlano della rete e di popolo di facebook ma, se si va a guardare,  i numeri reali sono quelli di più o meno agguerrite minoranze che ripetono i classici limiti della democrazia diretta). Dunque viene acuita – non accantonata – la necessità di irrobustire e diffondere l’individualismo metodologico predicato dai liberali (e non per caso aborrito dal responsabile economico del PD Fassina). Il problema del dibattito politico italiano non è rincorrere chi urla di più, è rincorrere le idee e i progetti politici per operare davvero sui modi di convivere liberamente.

La sesta concezione liberale è che nella convivenza gli affetti personali, anche sotto l’aspetto del sesso, devono essere regolati attraverso norme di facoltà e non di imposizione. Questo concetto centrale ha diversi profili che tocchiamo nel nostro documento. Stando a Milano, ritengo di fare cenno ad uno che peraltro è molto rilevante. Il caso delle famiglie di fatto.

Alcuni esponenti cattolici chiusi – chiamo così nel mio libro Lo Sguardo Lungo quelli che non si comportano da cittadini dello Stato italiano, essendo  impegnati a sfruttare il clima concordatario per riservarsi un  ruolo di  mediazione fruttuosa tra lo Stato  e una confessione religiosa – si appellano all’art.29 della Costituzione. Basta leggere l’art.29 per constatare che  riguarda solo l’obbligo di tutelare i diritti del tipo di famiglia fondata sul matrimonio e non esclude affatto la possibile esistenza di altri tipi di famiglia cui attribuire diritti dello stesso o di altro genere. In realtà i cattolici chiusi, cercando di porre limiti al riconoscimento giuridico delle famiglie non tradizionali o non fondate sul matrimonio, tentano di evitare che cresca la spinta istituzionale per la separazione tra Stato e religioni, perché il separatismo è anche senso della realtà, mentre il mondo conservatore, di destra e di sinistra, non è disposto ad ammettere che le forme affettive includano rapporti di vario genere, perché questo significherebbe anteporre l’individuo e la sua sessualità alla famiglia comunitaria.

Secondo noi questo tema è cruciale. Sul  punto il sindaco Pisapia si è detto intenzionato a mantenere il suo impegno elettorale di riconoscere le coppie di fatto e, nella tre giorni milanese del Papa ha tenuto una posizione ferma e coerente di laicità, in controtendenza rispetto al mondo dell’informazione sdraiato su comportamenti giaculatori. Allora però non siamo convinti della scelta dell’Amministrazione di non dar corso alla scelta in anticipo rispetto alla visita Papale proprio per chiarire la civile separazione tra istituzioni e organizzazioni religiose.

Come ho fatto intendere per i liberali, queste non sono teorie ma progetti operativi molto concreti dai quali non deve prescindere il dibattito politico per  governare il paese. E quando ha voluto prescondere, ha progressivamente portato il paese su uno scivolo che mette a dura prova la convivenza tra cittadini ad un livello di vita soddisfacente.

 

DUE NOTAZIONI FINALI

Una è di giornata. Il Presidente Monti ha dichiarato: “Il mio governo e io abbiamo sicuramente perso in questi ultimi tempi l’appoggio dei cosiddetti poteri forti perché non incontriamo i favori in un grande quotidiano, considerato rappresentante e voce di tali poteri, e in Confindustria”. E’ una frase disarmante che illumina la lontananza dei tecnici, pur di prestigio, dal capire che fisiologicamente chi volesse governare in termini liberali non è davvero sostenuto dai poteri forti, i quali per formazione sono tesi a conservare lo status quo. Nella fattispecie però valgono due osservazioni. Che non sarebbe una stampa libera se non ospitasse anche articoli critici contro il governo. E che lamentarsi del mancato appoggio del sindacato degli imprenditori e non di quello dei lavoratori, fa apparire l’Italia ancora alla suddivisione di classe,  con i tecnici che appartengono per definizione ai padroni. Insomma, la frase è dal sen fuggita di persona che guardava la politica dal di fuori e pensava che i problemi italiani fossero una questione di stile e non di indirizzi culturali e comportamentali.

L’ALTRA NOTAZIONE è relativa alla questione dei giovani. I liberali sono per natura – l’ho detto – a favore della libera diversità individuale, del senso critico, dello stare sempre ai fatti, il che in reatà significa riconoscere il trascorrere del tempo. In questo quadro, non esiste un’età privilegiata. Ma neppure un’età discriminata per ragioni di tradizione o di potere. Anzi, la cultura maturata e l’esperienza vissuta hanno un valore grande ma, dal punto di vista liberale, ha un valore grande anche l’energia disponibile. E sotto il profilo fisico, quella dei giovani è nettamente superiore. E riconoscerlo per i liberali non è una moda giovanilistica, del tutto priva di senso, bensì prendere atto che ogni persona può svolgere certe funzioni al meglio. Noi siamo convinti che nessuno meglio di immagini giovani possano coerentemente far passare l’immagine dinamica e connaturata al cambiamento, che è proprio delle idee liberali per rimodellare di continuo la società aperta adatta alla propria epoca storica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa voce è stata pubblicata in DISCORSI, CONFERENZE, INTERVENTI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.