Ragionando sulla funzione dei sacerdoti (con Paolo Bancale e Dario Lodi)

Dario Lodi -martedì 10 aprile 2012
Caro Raffaello, molto ben scritto. Mi piace come lasci respirare il concetto. Mi trovi perfettamente d’accordo. Sembriamo fratelli gemelli. Da sempre mi batto come ti batti tu. Nel mio “La rivoluzione cristiana” cerco di dimostrare la bontà della tesi laica (laicismo “nobile” nato dalla religione “nobile” in senso filosofico).

Ad maiora,

Raffaello Morelli – martedì 10 aprile
Penso che siamo in marcia. Anche se necessariamente lenta.
Due precisazioni. Una è sulla religione e la storia. Riferendomi alla storia,  ho parlato di esperienza storica e in questo senso intendo il fondamento della laicità. Di conseguenza l’esperienza storica  non può essere intesa come disturbo della teoria religiosa (come in pratica lo ritiene la Chiesa), nel senso che è un fatto sperimentale per un laico prevalente come tale sul valore religioso di per sé non sperimentabile. Direi anzi che l’attenzione alla Storia della Chiesa è strumentale all’incentivare il suo magistero (fuoriuscire dai limiti della vita terrena) cioè l’opposto del laico, credente o non credente.
La seconda precisazione è la questione dello spirito polemico. Verissimo che  lo spirito critico per essere tale non può essere un’agitazione fine a sé stessa ma attitudine a far crescere la conoscenza. Proprio questo induce a rafforzare il punto di individuare con esattezza i veri avversari della laicità da contrastare con decisione.  Nel mio Lo Sguardo Lungo motivo perché gli avversari sono non la Chiesa o i sacerdoti (attuano la libertà di religione) ma i cattolici chiusi che sfruttano la religione per i loro privilegi terreni a scapito della libera convivenza che sceglie.

Dario Lodi – martedì 10 aprile 2012
Come detto, ho scritto a braccio. Comunque il richiamo al libro di White era solo un appunto su talune distorsioni ordinarie che vedono la religione responsabile di lutti inenarrabili. Per il resto, siamo perfettamente d’accordo. Anche se mi sento di dire che pure la religione si basa su fatti storici, certo molto meno razionali, ma non estranei. Molto valida, ai miei occhi, la chiusura della tua lettera. Concetti sani: il problema è concretizzarli. In genere, mi pare che prevalga lo spirito polemico, che è un pessimo consigliere. Abbattere questo moloc non è cosa semplice, al di là delle parole e delle buone intenzioni. Ci vogliono, allo stesso tempo, ragioni forti e motivazioni profonde. Per tacere del senso di responsabilità al calor bianco. Siamo in marcia?

Raffaello Morelli – marted’ 10 aprile 2012
Condivido di massima le osservazioni fino al secondo periodo del terzultimo paragrafo. Poi non comprendo perché cambi la logica. All’improvviso si equiparano le religioni a cose differenti e talvolta assai lontane (le guerre sono state sempre determinate da volontà umane di risolvere i problemi imponendone la soluzione ritenuta giusta per i più svariati motivi; tutto è sempre creazione umana; nè esistono le suddivisioni dell’uomo  in parti giuste e in parti sbagliate). Alla luce della storia a me pare  che l’anima della laicità sia il metodo critico individuale e lo sperimentare sempre i fatti reali. Dunque occorre non ridurre la laicità ad una sorta di altra religione, perché perderebbe la sua forza prorompente del compenetrare meglio l’evolversi delle cose, appunto fondandosi sulla diversità di ciascuno.
Ne consegue che lo studio delle caste sacerdotali può essere utile come sguardo al passato storico e al presente sociologico,  non per attribuire  responsabilità colpose ad una categoria che non è l’origine della chiusura sociale bensì la conseguenza dell’attitudine umana a non tener conto dell’esperienza storica e a cercare rifugio in una guida eterna, utopica ed esterna ai singoli cittadini. La laicità si fonda sulla storia. Non per dare ricette certe. Per allenare a diminuire la probabilità di fare errori gravi e aumentare quella di riuscire a correggersi quando necessario. Usando sempre come metro e fine il conflitto democratico tra  cittadini liberi.

Dario Lodi – domenica 8 aprie 2012
Recepito. Però, però il tema non mi sembra affatto semplice. Ci sono ragioni profonde e persino serie riguardo la formazione di caste sacerdotali L’Egitto, ad esempio, è sempre stato retto (per 3000 anni) dalle stesse, senza le quali – lo dicono gli storici – sarebbe stato un disastro. Il problema mi pare insito nella natura umana, bisogno di un riferimento, di un padre. Il sacerdote è la proiezione del padre. E’ una questione prima di tutto antropologica, psicologica. Nasciamo inetti, senza la famiglia moriremmo nel giro di qualche ora. Il padre mantiene la famiglia primitiva, ergo il padre diventa ai nostri occhi dio in persona. Può tutto, nel nostro immaginario. L’istituzione religiosa è un’aberrazione del potere paterno. Come se un padre si arrogasse più diritti di quanti la natura gli consenta e, forte della sua presunta personalità – per attribuzioni esterne, dei figli, dei sudditi – si stacchi dai doveri essenziali. Nel caso del sacerdote un vero appoggio sprituale, invece di dogmi prefritti. A questo punto, il sacerdote diviene una sorta di uomo di governo, assume un potere temporale. Tutto questo è possibile in presenza di un timore reverenziale nei confronti della natura. Quando l’uomo impara a domarla, le cose cambiano. Il laicismo assume la gestione delle cose e non può farlo che in modo pragmatico. Si viene a formare pian piano un cambiamento sostanziale (rivoluzionario) nel mondo. In precedenza, con la natura dominante, vivere ed esistere erano due concetti separati. Con la natura dominata (seppure solo materialmente, in senso alimentare insomma) vivere ed esistere si combinano, nel senso l’uomo vive per esistere, crea psicologicamente vita ed esistenza insieme (vedi le conquiste della scienza). In una condizione del genere, è ovvio che la religione perda ogni fascino, anche perchè la religione stessa non è stata in grado di sviluppare adeguatamente la suggestione del cosiddetto spirito, testimone, in effetti, di una “voce interiore” che ha a che fare con le confidenze più intime (e per ora oscure) dell’esistere. Lo spirito non può essere irreggimentato (quindi anche Buddha ha forzato le cose) perchè è “continuamente costruttivo”, è libero, va oltre ogni cosa (e magari si perde, ma pazienza).

Le questioni sacerdotali alle quali alludi, assomigliano alle beghe di palazzo e in sostanza appartengono ad una storia minima. Prendersela ad esempio con Torquemada e non mettere in luce la temperie del momento, si rischia di non capire nulla e di fare del pettegolezzo, ovvero di cercare per forza un capro espiatorio fra tanti caproni.

Sai che non amo la Chiesa e che non sono religioso. Però cerco di documentarmi seriamente. Il grande storico Matthew White nel suo testo “Il libro nero dell’umanità” (Ponte alle Grazie – invito tutti a leggerlo) afferma, documenti alla mano, che le guerre di religione hanno provocato il 10% di lutti rispetto alle guerre “normali”. Solo nel ‘900 ci sono stati 150 milioni di morti (due guerre mondiali) di cui circa il 70% civili. La colpa? Del capitalismo, un insieme di laici e di religiosi a braccetto.
La religione è una creazione umana, così come il capitalismo, così come il falso comunismo. L’uomo è fatto male, per tre quarti, ma per un quarto è fatto bene. Bravo se usa la testa a fini costruttivi, pessimo se la usa a fini polemici. La seconda soluzione è più facile, ma non porta a nulla. La prima è molto più difficile, ma conduce al VERO UMANESIMO. L’uomo ha il diritto e il dovere di percorrerla.

Ho scritto a braccio, chiedo scusa. Ne riparleremo.
Paolo Bancale . domenica 8 aprile 2012
Il titolo della rubrica che vorrei iniziare su Non Credo con la collaborazione di chi vorrà aderire riguarda la casta sacerdoitale, cioè i cleri che si sono avvicendati ovunque da millenni. Fateci caso: mentre l’etica è una necessità immanente della vita per contrastare la sofferenza, le religioni esisttono finchè sopravvive il loro clero: Il giorno che l’ultimo sacerdote o equivalente scompare, tempo mezzo secolo quella religione è solo un ricordo. Come il mito vive fintantochè vi è qualcuno che ci crede e poi scompare, così è il rapporto tra religioni e cleri.  La storia della casta sacerdotale non è, salvo casi, una storia di santità ma di potere, mistificazioni e privilegi, dall’antico Egitto alla Mezzaluna fertile, dai monaci tibetani/bon alla rivoluzione francese. Ed anche oggi, direbbe Woody Allen, non mi sembra tutto superato.  Per cui la rubrica vuole essere una serie di considerazioni anche dotte, testimonianze e cronache della nocività di quella professione, la casta sacerdotale. Una cosa petrò è importante: non si tratta di aggredire il cristianesimo o il cattolicesimo, ma trattare l’argomento ecumenicamente, trasversalmente nel tempo e nello spazio: la figura su cui dovrebbe incentrarsi è il sacerdote, il prete, il teurgo,lo sciamano, insomma il preteso “intermediario” che finisce per dettar legge e intimorire anche i re con i suoi anatemi.

 

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