I cattolici chiusi si trovano dovunque

Scritto  per la rivista NON CREDO  n.17

La sfida per segnare in senso progressivo il senso del lavoro, prima ancora del piano programmatico, è la sfida che la Caritas in veritate, di Benedetto XVI, l’analisi più lucida della fase attuale, pone alla politica. E’ la sfida sulla quale siamo impegnati per ridefinire  un neo-umanesimo laburista……Per orientare la rotta, sono di grande interesse le riflessioni contenute nell’ultima enciclica di Benedetto XVI, in particolare intorno al paradigma del neo-umanesimo integrale. E’ una riflessione secolare. Ricorda il cardinale Bagnasco che “la Caritas in Veritate rappresenta non solo il punto più aggiornato del Magistero sociale ma anche il riferimento più alto e profetico per leggere l’inedita congiuntura mondiale”. Chi scrive si riferisce in particolare al documento predisposto dal Pontifico Consiglio Giustizia e Pace per il G20 di Cannes e alla prolusione del Cardinale Bagnasco al Convegno della Pastorale dello scorso ottobre a Rimini….La riflessione di Benedetto XVI mette in discussione alla radice il paradigma liberista e il primato dell’economia sulla politica. Soprattutto mette al centro della prospettiva una visione dell’uomo incompatibile con l’impianto dell’individualismo metodologico…….Per affermare l’antropologia della persona che lavora è decisivo il principio di solidarietà. Come chiariscono Bockenforde e Bazoli in Chiesa e capitalismo, il principio di solidarietà deve essere principio ordinante, definitorio. E’ necessaria la ricostruzione di una eticamente autonoma funzione e posizione del lavoro”.

Ritenete che queste parole siano uscite dalla penna di un cardinale o di un sacerdote o di un uomo di Chiesa? Rileggetele con attenzione, coglietene le sfumature. Poi rispondete. Se però concludete per il sì, siete in errore. Le scrive un uomo politico della sinistra, ex giovane del PDS, inserito da anni in posti di rilievo ministeriale con Ciampi, D’Alema e Visco. Più esattamente una persona importante perché si tratta del responsabile economico nazionale del PD, Stefano Fassina, che le scrive nelle conclusioni di prospettiva del suo libro di febbraio,  “Il lavoro prima di tutto”.

L’aspetto sconcertante non sta nel titolo del libro, che esprime una posizione politica condivisibile o meno. E  non sta neppure nel sostenere un certo approccio alle questioni del lavoro, di nuovo condivisibile o meno. Tutto ciò fa parte del confronto politico. E neanche nella circostanza che alti esponenti della gerarchia abbiano negato l’esattezza delle interpretazioni di Fassina sulle carte della Chiesa. La questione decisiva sta nel fatto che lui pretende di usare la linea delle encicliche e dei documenti pontifici come guida delle scelte neo-laburiste. In pratica regredisce a prima dell’Unità d’Italia, sulla posizione più arretrata degli ultimi 83 anni dell’Italia concordataria. Infatti anche i partiti dichiaratamente cattolici o dell’area cattolica sono stati in questo periodo, almeno in pubblico, assai restii a dichiararsi diretti dai documenti della Chiesa. Ovviamente, nessun riferimento al principio di separazione tra Stato e religioni perché è evidente che Fassina lo ignora e comunque lo evita. Certo che così pare arduo affrontare i problemi  del lavoro nelle dinamiche reali. Lui è contento. Combatte l’individualismo metodologico sognando l’autorità che pianifica.

 

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