Crescita, debiti e rapporti di lavoro

Il Consigliere Regionale PDL Antichi critica il governo Monti strizzando l’occhio ai sindacati (della Camusso e della Marcegaglia) e al vecchio metodo della concertazione. Proporre di pensare alla crescita trascurando il tema licenziamenti e ammortizzatori sociali è un esercizio ideologico, siccome la crescita non è una variabile indipendente dal quadro dei rapporti di lavoro.

La crescita è ostacolata – oltre che dalla crisi internazionale – dai due bubboni specifici dell’Italia. Un debito pubblico abnorme (frutto di privilegi pubblici e amicali nonché causa di un’elevatissima pressione fiscale) ed una serie di leggi sorpassate che irrigidiscono l’economia affidandosi non alla capacità di produrre nuovi prodotti ma alla strenua difesa di ciò che già esiste anche se non più al passo con i tempi. Il mondo li vede e ci valuta negativamente.

Per il primo bubbone, è indispensabile tagliare il debito, che nel bilancio annuo assorbe già oltre 70 miliardi di euro  e che, considerato l’impegno assunto in sede europea di  ridurlo del 3% l’anno per 20 anni, ne assorbirà come minimo altri 55. Visto che è impensabile tassare ancora il reddito, sarà necessario varare una patrimoniale destinata solo a tagliare il debito, pagata da tutti in proporzione, e accompagnata da un deciso abbassamento del numero e delle aliquote delle imposte, che è la via per spingere la crescita. Monti ha fatto cenno a tale manovra ma per ora non l’ha fatta foss’altro perché il PDL si è dichiarato più volte apertamente contrario in via pregiudiziale.

Ora si scopre che significativi ambienti del PDL sono contrari pure a rivedere i rapporti di lavoro. Siamo nel 2012 e, quando 42 anni fa venne varato lo Statuto dei lavoratori anche con il voto dei liberali e non dei comunisti, il mondo era tutto diverso. Oggi, è indispensabile distinguere nettamente tra, da una parte, la necessità di lasciare agli imprenditori le valutazioni circa la sostenibilità di una data organizzazione aziendale, e, dall’altra,  le garanzie sociali da assicurare ai singoli lavoratori con una rete di ammortizzatori sociali, finanziati non  solo dallo Stato, all’insegna del sostegno economico e della riqualificazione formativa.

Affermare che questa distinzione non ha rilievo, rientra nella furbesca attitudine al conformismo per non scontentare nessuno anche a costo di negare i fatti. Invece, se si vuole che  la crescita non sia solo una parola al vento, oltre alla riduzione delle imposte, è indispensabile che la valutazione economica presieda di continuo anche all’impiegare le forze di lavoro senza mediatori estranei. Certo, sindacati e concertazione avranno meno riserve di caccia ma si romperanno vincoli corporativi e si estenderanno a tutti (non solo alle grosse imprese) le reti di protezione rendendole più robuste. E in più si sbloccherebbe la crescita dimensionale delle imprese, fin qui attente al restare sotto la fatidica soglia dei 15 dipendenti.
Naturalmente per fare ciò occorre voler praticare una politica di idee e di progetti e non di promesse.

 

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