Una recensione

GLI ANNI DELLA RICOSTRUZIONE di Marisa Brambilla e Gianni Fantoni, edizioni Agemina, Firenze, 21 x 15, pagg. 294, novembre 2011, euro 16,00

Dopo Resistenza Liberale a Firenze, del 1995, e Il giorno della Repubblica, del 2002 (su Croce e i liberali tra monarchia e repubblica), all’epoca recensiti da Libro Aperto, gli appassionati Marisa Brambilla e Gianni Fantoni hanno pubblicato questo nuovo lavoro sui primi 25 anni del dopoguerra nelle vicende dei liberali fiorentini. Un impegno, quello degli autori, già di per sé significativo: sono tra i pochi  a preoccuparsi di colmare il vuoto sulla storia della presenza politica liberale in Italia. Una storiografia troppo accademica e  troppo compiacente con il clima in giro, ha l’abitudine di cancellare le “fastidiose” tracce dei liberali, o non parlandone affatto o, quando ne parla, attribuendo ai liberali linee di comodo che non sono state le loro (ad esempio, qualche anno fa, uno storico della sinistra pseudo laica ha scritto che il PLI era incerto sul divorzio tanto da non scegliere nel referendum, tesi che è un falso storico, siccome il PLI fu determinante per la facoltà di divorzio dentro e fuori il parlamento, e al tempo stesso una dimostrazione di crassa ignoranza culturale, siccome le posizioni del PLI non erano mai imposte ai sostenitori proprio per coerenza liberale circa la diversità dei singoli cittadini).

Per di più, Brambilla e Fantoni non solo ripercorrono quanto hanno fatto davvero i liberali in quei decenni, ma sono  attenti a farne emergere il senso rispetto alle contemporanee questioni della convivenza. Dunque danno notizia dell’accaduto, forniscono documenti e stilano schede con i principali dati personali di moltissimi protagonisti, però si focalizzano sempre sulla politica di volta in volta  connessa ai problemi reali. Con il tono didascalico (qui si vede la mano della Brambilla, a lungo preside di Licei) di chi scrive non per intrattenere o per vendere  bensì per far conoscere e per far capire ai più giovani con l’obiettivo di indurre lo sviluppo del metodo critico. Non cadono nell’amarcord fiorentinocentrico e fanno toccare con mano che la politica senza la passione per le idee e per i progetti è come un negozio senza merce.

La tesi centrale del libro è riflessa nel conclusivo capitolo  “ricostruire la politica”. Gli spiriti erano caldi ma discutevano di atti concreti. Il terreno erano i problemi reali del cosa fare per convivere. Nel libro emerge con chiarezza come da un simile clima politico si cominciò a passare ad un clima progressivamente disattento a questi problemi. Prima ci si dedicò alla gestione del potere piuttosto che delle idee (con il motivo che, più del funzionamento della macchina pubblica, era importante proteggere la lotta anticomunista con l’allargamento dell’area dei partiti non succubi del comunismo). Poi  si prese a modellare la politica su trattative interpartitiche di governo condotte attraverso formule astruse e temi bandiera via via distaccati dal concreto. Infine si tese a trasformare la lotta politica in scontro non sugli interventi a proposito della convivenza ma sul confrontarsi tra ideologie ed in alcuni casi tra utopie. Equiparando le opposizioni del PCI e del PLI. Insomma si finì per arrivare alla lotta di potere e basta. Il PLI  si batté a lungo e con passione perché la politica non perdesse i suoi caratteri concreti che erano alla base della ricostruzione del paese (e che perciò stesso erano  più vicini al cittadino non solo a parole). Senza dubbio anche il PLI commise errori operativi di rilievo, in parte già allora rilevati. Ma è indubbio che, al risultato minoritario nelle urne delle impostazioni liberali, si unì la disattenzione alla politica come strumento di governo e l’allontanarsi dalle esigenze del cittadino individuo. Limiti gravi per il paese, che infatti lo appesantirono, che si sono aggravati nel tempo e di cui si inizia a prendere coscienza solo oggi. In sostanza provano il fondamento delle ragionate impostazioni liberali.

Due vicende riportate nel libro rappresentano bene quei cambi di clima.  Uno dei passi cardine fu l’affidarsi a La Pira quale Sindaco di Firenze nel 1951. Come avveniva allora, fu scelta una persona per esprimere una precisa scelta di campo (prima di tutto si pensava alla lotta al comunismo). Forse non da tutti vennero subito colte le conseguenze di prospettiva. La Pira era un professore molto cattolico, deputato DC fin da metà anni quaranta  nella scuderia della sinistra di Dossetti e Fanfani, fautore di una repubblica costituzionalmente modellata sugli insegnamenti evangelici e guidata dal solidarismo.  Già l’anno prima, il Presidente Einaudi in persona gli aveva scritto una lettera per  confutarne un testo in Difesa della Povera Gente, osservando “parrebbe a leggerla che coloro che possiedono le leve dell’economia, della finanza e della politica debbano adempiere ad un solo ufficio: dare a tutti lavoro e cibo al tempo opportuno” con esiti disastrosi rispetto al rigoroso amministrare la correlazione tra mezzi e obiettivi, che è la vera strada per  aiutare i più deboli.  Eppure, il PLI, non solo quello locale, accettò La Pira come sindaco DC in ossequio alla formula centrista. Naturalmente come Sindaco La Pira adottò presto la linea che affrontava i problemi senza preoccuparsi della loro sostenibilità economica in divenire e della coerenza con i programmi elettorali. Tanto che, poco oltre metà mandato, gli assessori liberali si dimisero dissentendo dalla prospettiva politica. Un’uscita clamorosa e significativa, ma progressivamente assorbita dalla Dc, anche nazionale, nella felpata cautela di chi non vuole  scandali e intende guadagnare tempo sperando che le cose si accomodino. Oggi, dopo quasi 60 anni, è però evidente che nacque da episodi simili il declino del concepire la politica connessa allo scegliere sui fatti (e per Firenze anche quello di faro economico e politico culturale). Soprattutto per il crescente distacco dai fatti e dai rapporti in carne ed ossa, come dicevano i liberali.

Il secondo episodio ripreso dal libro è quello dell’opposizione liberale al centro sinistra, circa un decennio dopo. Un merito storico di Malagodi (non dal punto di vista dei soli liberali ma di tutto il paese) è aver colto – sulla scorta di diversi episodi di cui era stata premonitrice la rottura della prima giunta La Pira – che le maggioranze dovevano fondarsi su un progetto di governo, non su un accordo di potere, seppur nobilmente motivato: “fino ad                            allora lo spartiacque era stato tra coloro che difendevano il sistema e i partiti antisistema, mentre ora il PLI era un partito di sistema collocatosi all’opposizione per motivi interni al sistema”.  Poi, i liberali di Malagodi finirono negli anni per pagare l’errore di non aver chiarito, in coerenza a questa rilevante novità civile,  cosa volesse essere la prospettiva dell’alternativa liberale, “ rispetto ai governi DC e all’opposizione PCI”. Cosicché negli ultimi anni ’60 furono proprio i liberali toscani e fiorentini ad essere il pernio essenziale della prima opposizione politica nella lunga stagione malagodiana all’insegna delle solidarietà preferenziali dei partiti di democrazia laica.  In ogni caso, mentre tutto il PLI insisteva in vario modo sulla necessità di tornare alla politica concreta dei fatti, nel paese è rimasta una ritrosia profonda al tornarci fino al termine degli anni ‘70, interrotta solo saltuariamente nel periodo successivo e pressoché mai negli ultimi diciotto anni. Per questo, al giorno d’oggi, scrivono Brambilla e Fantoni, “occorre pensare alla ricostruzione, questa volta non del tessuto fisico dell’Italia come un sessantennio fa, bensì dello spirito del Paese nelle relazioni culturali e comportamentali”.

Insomma, il libro di Brambilla e Fantoni è istruttivo sul passato e stimolante per il presente. Al punto da auspicare che i due autori proseguano il viaggio ripercorrendo l’azione politica dei liberali nei decenni successivi al 1970. Per far vedere che il rimedio alle difficoltà non sono il potere o l’antipolitica della protesta, è la responsabile politica  liberale del conflitto tra idee e progetti di ciascun cittadino.

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