Sul criminalizzare la ricchezza (a Piero Ostellino)

Caro Piero,

per miei impegni ho letto stamani il tuo dubbio di ieri. Pezzo notevole e per di più su un argomento molto importante.

Solo che rispetto al Corriere di ieri, c’è stato il discorso di Monti che ha ripetuto le lodi ad Agenzia delle Entrate e finanza ormai abituali per lui ed ha ripreso la  tesi di Prodi (che richiamava la Chiesa al fare le omelie sul pagare le tasse) secondo cui gli evasori mettono le mani in tasca agli italiani. Commette due errori, ambedue fondati sul non credere alla sovranità del cittadino.

Uno è dello stesso tipo di quello degli stati autoritari, che confondono le regole civili con lo stato di polizia: lui confonde le esigenze fiscali con i privilegi dello Stato e dei suoi organi di fronte al cittadino nonostante che da anni la Corte Costituzionale abbia bocciato le pretese di privilegio  delle burocrazie irresponsabili. L’altro è  che le cause del mancato pagamento delle tasse sono tantissime (a cominciare dall’alto livello di tassazione in generale e in relazione alle condizioni sociali diffuse) e che la fisiologia di uno stato liberaldemocratico per combattere gli evasori non è l’etica impositiva perché il cittadino corra a pagare (oltretutto lo stesso Stato quale debitore da il cattivo esempio) o accrescere le minacce bensì creare un clima di convivenza civile in cui si tenga conto della certezza del rischio della sanzione erogata dallo Stato attraverso i normali controlli. Purtroppo in Italia i controlli normali sono una ritorsione dimostrativa del potente pubblico, quasi mai l’abituale e tempestivo comportamento d’ufficio (gli esempi di controlli omessi sono svariati ed onerosi, penso a tutta la serie di mancati incroci dei dati disponibili dalla scrivania mediante le connessioni internet,  proprietà Suv e dichiarazioni, accatastamenti mancanti, le pensioni ai morti, discrepanze tra tenore di vita e redditi denunciati in molte attività di servizio, le esenzioni indebite, eccetra). Tutti e due gli errori non sono casuali ma dipendono appunto dalla scelta culturale, non dichiarata ma praticata, di propensione al pauperismo come valore morale.

Non sono più sicuro che si possa affermare “non penso ci si stia avviando su questa strada”. Magari non saremo al punto di non ritorno, ma  ci siamo incamminati.

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