Il ’68, il mito e i fatti

Alla vigilia del rinnovarsi il Tirreno ripercorre gli ultimi decenni e sono apparsi  un articolo di Guadagni sulla vicenda Sofri (dalla contestazione di Togliatti alla Normale nel 1963 fino ad oggi) seguito da uno di Iacono sul ‘68 e la sensazione che il sapere fosse di tutti.

I due articoli hanno una differenza essenziale. Il primo esprime una tesi storica opinabile (quella contestazione come inizio del ’68) ma rievoca i fatti di un percorso (augurandosi che il ’68 finalmente finisca col termine della pena di Sofri). Il secondo mitizza l’esperienza personale del ‘68 con il cuore in mano e tratta quegli anni come metafora di un grande disegno per non confondere giusto e ingiusto. A me pare che, essendo Iacono un illustre filosofo, la sua tesi travalichi  l’opinabilità e sia un messaggio per non accettare i fatti  sperimentali.

Avendo vissuto quegli anni, ho conosciuto le persone citate. I fatti riportati da Guadagni sono in sostanza esatti, anche se non ritengo che il ’68 sia cominciato lì (il mondo non è ad orologeria e cinque anni sono tantissimi) anche perché a Pisa nel gennaio ‘64 ci fu la prima occupazione universitaria politica, che durò due settimane e attirò gli inviati dei grandi giornali italiani e i leader studenteschi (Nuccio Fava, Giuliano Urbani, Claudio Petruccioli, Roberto Spano). In quella occupazione feci parte, come capo dei liberali  del gruppo dirigente degli occupanti, che comprendeva i cattolici e i tre gruppi della sinistra, l’UGI laici socialcomunisti, l’area di osservanza giovani PCI e i nascenti extraparlamentari, i “cinesi” (tra cui Cazzaniga, Sofri e poi Piperno, Pietrostefani, la giovane normalista Melazzini).

Questa lunga occupazione fu molto partecipata (la fine dell’occupazione la decise un’assemblea nell’Aula Magna durata una notte e conclusa all’alba  con il voto di circa 800 persone presenti) e si incentrò sulla rappresentanza degli studenti alle scelte del Senato Accademico. Nei quattro anni successivi, gli extraparlamentari sfondarono e quando arrivò in Italia l’onda dei movimenti studenteschi americani del 1967 e poi del maggio francese del 1968, il dibattito politico si impantanò nelle contrapposizioni di gestione del potere e lasciò campo libero al predicare  speranze,  non preoccupandosi di quali regole comuni darsi. Non si sviluppò il senso critico politico del cittadino e si confusero le aspirazioni con le rivendicazioni, i desideri con i diritti, omettendo i passaggi di lavoro democratico per realizzarli nella libera convivenza. Vi fu un progressivo distacco dalla realtà, bollata come conservatorismo strumentale o viceversa come radicalismo messianico e quasi mai considerata come l’ineliminabile condizione di riferimento, proprio perché la convivenza è sempre tra persone diverse per idee ed interessi.

Questo fu il messaggio del ’68. Pochi pensarono a leggi fondate sulla centralità del cittadino e sul come fare cosa. Permaneva sì la centralità del parlamento, ma le teorie di distacco dalla realtà lavoravano nel profondo, stavano portando all’assalto alle istituzioni degli anni di piombo e al diffondersi delle metastasi di connivenze familistiche.

Ognuno deve pensarla come crede. Come liberale ne sono certo. Per convivere però, occorre insieme accettare l’impatto sperimentale dei fatti. Allora la libertà è indispensabile e feconda. Altrimenti le idee elitarie del giusto restano libere ma possono generare mostri. Il ’68 non si preoccupò di costruire istituzioni per la libera convivenza. Non a caso l’articolo mito non usa la parola libertà.

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