Intervista a Telecentro2


Intervistatrice – Ho preparato una decina di domande per capire quale è il punto di vista di una persona di lunga esperienza politica sull’Italia e su Livorno, in particolare come liberale. Raffaello Morelli. Buonasera. So che lei ha iniziato molto giovane, a 24 anni Consigliere Comunale a Livorno, per poi avere una serie di incarichi al vertice  nazionale dei liberali, che ha rappresentato in varie sedi, nella prima repubblica e  nella seconda, ed essendo ora il Presidente dei Liberali, sempre restati la Sezione italiana di quell’Internazionale Liberale che ha avuto Ralf Dahrendorf quale presidente onorario fino alla morte nel giugno 2009.
La prima Domanda  Per Lei,  quale è il maggior problema nel dibattito politico del nostro paese?

RM – Che non si fa più politica. Si cerca   il consenso, anche con accanimento, ma solo sulle persone, senza preoccuparsi di cosa rappresentino, di quali progetti abbiano, di quale sia il loro grado di credibilità. Si cerca il personaggio da adorare, cui affidarsi anima e corpo in termini ideologici, non si cerca di definire un insieme di cose da fare per la convivenza. Non pensare più alla politica come come confronto di idee e di progetti, è un errore gravissimo che corrode il nostro stare insieme indebolendolo parecchio.
Innesca una crisi che si autoalimenta. Specie al giorno d’oggi, in un mondo globalizzato, ove tutto è facilmente  correlato e le debolezze di un sistema divengono con rapidità visibili a tutti. Così, in un momento di crisi a livello internazionale, sono gravi i riflessi sulla nostra credibilità paese, perfino  quasi  al di là del reale, ma comunque difficilmente opponibili senza rimettere a posto una situazione istituzionalmente compromessa, si pensi al debito pubblico accumulato (senza uguali) che è il sintomo più evidente di cose che non vanno.

La seconda domanda. Di conseguenza, secondo Lei, quale sarebbe la prima mossa da fare?

RM – Definire un progetto di cose da fare, essenziale ma preciso e con scadenze. E siccome pare evidente che l’attuale configurazione di maggioranza non sia in grado di farlo, è un compito che spetterebbe all’opposizione. Tra l’altro perché servirebbe a  preparare l’alternativa al dopo Berlusconi e al contempo a renderla più vicina.
Invece in Italia, non si parla di progetti, ci si esalta della propria contrarietà. Ci esalta della lotta del bene (il proprio) contro il male (l’altro che è sempre il nemico). Né il centro destra né il centro sinistra sono privi di colpe. Ma ora il progetto alternativo è indispensabile e urgente. Ad esempio, è in corso il dibattito parlamentare che si concluderà con il voto di fiducia al governo. Comunque vada sarà molto grave che manchi un progetto alternativo. Se  la fiducia ci sarà (specie se a maggioranza assoluta), sarà la conferma che la maggioranza esiste quando il voto è prefissato, e ciò bloccherà le ipotesi di scioglimento anticipato delle camere ma non eviterà il protrarsi del vezzo di promettere senza realizzare e di pasticciare in ogni  votazione senza la fiducia, ormai consolidatissimo, il che è un danno per l’Italia. E se la fiducia non ci sarà, la mancanza di qualsiasi accordo nell’opposizione, a cominciare da quello sulla nuova legge elettorale, spiana la strada alle elezioni anticipate a primavera 2012, che lascerebbe il paese in balia di una campagna confusissima, proprio perché solo di potere, e che darebbe, non essendo chiaro il progetto alternativo delle cose da fare,  la massima possibilità a Berlusconi. Il cui grave limite – si è potuto constatare – non è quello di non  riuscire a prendere voti, ma quello di non riuscire a fare riforme (prigioniero dell’accontenta tutti tipico del venditore). Del resto, negli ultimi 17 anni c’è stata un’alternanza nei governi: nel complesso sono stati NOVE anni al governo il centro destra con un solo presidente del Consiglio e OTTO anni il centro sinistra con quattro Presidenti del Consiglio. Tutti con risultati scarsi.

La terza domanda: In sostanza Lei dice che cambiare governo non basta se il cambio non è accompagnato da un progetto diverso. Come se per vincere si siano sacrificate le idee, da una parte e dall’altra. Ma forse l’obiettivo era quello di semplificare la discussione?

RM -Un errore grosso sta proprio nell’illusione di poter fare semplici cose che non lo sono. La vita è complessa, la convivenza è complessa, e chi finge che non lo siano o è un incapace o è un imbroglione. Certo, è senza dubbio opportuno illustrare quanto si conosce nel modo più semplice possibile, ma i problemi e i rapporti di convivenza restano assai complessi ed è con questa complessità che si devono fare i conti proponendo linee di soluzione, che tra l’altro sono sempre provvisorie, perché il passar del tempo crea problemi sempre nuovi. Insomma, è naturale che di fronte a queste complicazioni, esista il conflitto democratico secondo le regole tra i diversi punti di vista.

E le elezioni servono appunto a questo. Servono a  fare il punto sul dibattito e sulle soluzioni proposte, dando mandato ad alcuni rappresentanti di compiere atti di governo secondo le linee scelte dai cittadini. A questo serve la norma elettorale, a dar voce alle decisioni dei cittadini, sulle persone (e dunque si torna ai collegi uninominali o si torna alla preferenza) e sulle idee. Insomma, le elezioni servono a rappresentare e a scegliere. Le due cose insieme, non una soltanto. Per cui non va bene la rappresentanza senza scelta (che porta al parlamentarismo castale distaccato dai problemi del paese) e neppure va bene la scelta senza rappresentanza (che porta dritta alla politica di puro potere cui ci si affida per fanatismo di parte). La questione è che dopo la prima repubblica è stato giustamente rafforzato l’aspetto dello scegliere, solo che è andato perduto quello delle ragioni della scelta, i progetti di governo tra cui scegliere. Così è avvenuto, che negli ultimi 17 anni vi è stata un’alternanza senza alternativa. Cioè sono cambiati i gruppi di potere ma  continua a latitare il progetto. Vi sono stati diversi suonatori del medesimo spartito fatto di suoni senza né capo né coda.

La quarta domanda Rispetto ad una simile situazione generale, come si colloca la vostra insistenza di liberali sulla necessità di una formazione politica liberale che dia voce in Italia alla vostra cultura? Non sarà come prendere i propri ciottolini per giocare da soli?

RM – No, niente ciottolini. Sia perché i liberali sono contro il monopolio delle idee, sia perché non vogliono mai stare da soli. Neppure quando fossero la maggioranza. Proprio perché il liberalismo è libertà del cittadino che convive con gli altri.
La questione è che la mancanza in Italia della formazione liberale, a differenza dei maggiori paesi europei, non riguarda solo i liberali. Riguarda il paese. Che non ha bisogno di antipolitica o di appelli al bene comune. Per risollevarsi dal declino comparativo rispetto ai paesi, ha bisogno di riequilibrare il clima politico e di riattivare un conflitto democratico tra i cittadini incentrato sui problemi quotidiani e sulla prospettiva (intraprendere, lavorare, ricercare). Altrimenti, senza confronto sui progetti, le soluzioni non si trovano e si resta alle diatribe di potere.

Il problema è che le politiche liberali non sono né facili, né miracolose, né precostituite. Eppure, sono più realistiche proprio perché, fondandosi sulla diversità di ciascuno, sono più simili ai meccanismi della vita quotidiana delle persone vere.
I liberali sono per il cambiamento non tanto per cambiare, ma per aver la capacità di affrontare i problemi sempre diversi che la realtà pone nel tempo. Affrontarli nel segno del senso critico e del metodo sperimentale per conoscere la realtà al meglio. E questo da parte di ogni individuo, dato che per i liberali non esistono  classi o gruppi elitari. I liberali sono per natura a favore delle idee innovative, dell’apertura del circuito sociale, della gente che ha iniziative. Il che statisticamente richiede il continuo inserimento dei più giovani. Importanti non per ragioni anagrafiche quanto per la maggior disponibilità a praticare il cambiamento nel gestire i rapporti e nel formulare iniziative. Per fare un esempio livornese, come si può pensare di costituire il nuovo politico dopo oltre due decenni di amministrazione, di cui addirittura una dozzina al vertice?

Usare il senso critico sui fatti e avanzare proposte è la sola strada per affrontare le difficoltà del mondo globalizzato. Non pretendiamo che tutti siano liberali, ma quanto accade conferma che alla fine non è possibile rinunciare a fare scelte a prescindere dal metodo liberale. Per questo è necessario che i liberali abbiano voce politica, dal momento che non sono sostituibili come l’ultimo decennio ha comprovato.

La quinta domanda E cosa ne pensate voi liberali delle proteste giovanili e dei puri indignados?

RM – La lontananza della politica dai cittadini ha un riscontro nei conflitti e nelle proteste di chi si sente emarginato e non riesce a partecipare alle scelte. Ora il fatto in sé, i conflitti democratici e le proteste, è fisiologico. Però la mancanza di dibattito politico e di liberalismo, influenza distorcendolo anche questo tipo di espressione. Perché anche chi protesta e si agita, dovrebbe contribuire a trovare una via di soluzione ai problemi che abbia il consenso della maggioranza e che possa sempre essere modificata. Se non si segue tale strada, subentrano derive pericolose. Non soltanto quelle dittatoriali ma ancor più subdolo il pericolo della disaffezione, che è una delle cose più preoccupanti per la libera convivenza. Quando, come ormai i sondaggi hanno accertato, il 44% dei cittadini maggiorenni ha deciso di non andare a votare, è di sicuro arrivato il tempo di trovare un rimedio che faccia sentire più vicini i cittadini alle istituzioni che regolano la convivenza.

Ricorrere come si sta facendo in queste ore a forme di opposizione tipo lasciare il parlamento seppure a tempo, mi fa ricordare il giugno del 1924, dopo l’omicidio Matteotti, quando gli oppositori, abbandonata l’Aula e riuniti nella Sala dell’Aventino, andarono a chiedere consiglio dal grande vecchio, il liberale Giolitti. Lui fece capire che non condivideva l’abbandono dell’aula. Allora uno degli aventiniani, il socialista livornese Modigliani democratico senza suggestioni totalitarie, obiettò che rientrare rischiava di innescare scontri fisici gravi. E Giolitti rispose che sarebbe stato meglio lo stesso. Perché la lotta secondo le regole parlamentari è l’anima della liberaldemocrazia. Non esistono scorciatoie. Dobbiamo anzi rallegraci che oggi ci sia un altro grande vecchio, il Presidente Napolitano, che pur provenendo da una cultura non liberale, sta svolgendo un’opera essenziale di richiamo ai fondamenti della libertà rispetto a chi è di continuo presume di essere il depositario della maggioranza dei cittadini a prescindere da qualunque procedura.

La sesta domanda Quale sono a suo avviso i due punti principali, oggi, di un programma liberale?

RM – D’impulso direi due questioni strutturali. Una in campo economico e una in campo di libertà.

Quella in campo economico è il modo liberale per affrontare la crisi. Non esiste alternativa.  Occorre ridurre il debito accumulato e potare  le incrostazioni statalistiche per rivitalizzare il bilancio con lo sviluppo. Alla drastica riduzione del debito per un quinto, devono partecipare tutti perché farlo esprime la sovranità del cittadino. Significa risparmiare 20 miliardi di interessi all’anno ogni anno d’ora in poi. La riduzione del debito non tocca i redditi che si vanno producendo. Tanto che i versamenti per la riduzione non entreranno nel calderone dello Stato ma saranno gestiti da una Commissione di 11 membri nominati direttamente dal Presidente della Repubblica e saranno usati solo per pagare i Titoli di Stato man mano che scadono.

La potatura delle incrostazioni statalistiche comincia dalla drastica riduzione della struttura politica ad ogni livello. E soprattutto toglie molti vincoli all’intraprendere in proprio e al lavorare subordinato rilanciando la capacità di innovare e di produrre, anche facendo carico a chi licenzia della indennità di disoccupazione. E insieme abbassa in modo consistente il livello ed il numero delle aliquote delle imposte sui redditi così da avviare la ripresa del PIL e rendere l’evasione sempre meno accattivante. Introduce il  contrasto di interessi tra fornitore e fruitore mediante la detraibilità fiscale dei servizi alla persona. Diminuisce l’IVA per incentivare i consumi.

Quella in campo di libertà. Dal Convegno di Todi di tutte le organizzazioni cattoliche che non stanno nel clero e che operano nel sociale, con l’obiettivo di una nuova classe dirigente per interloquire con la politica, va colta per credenti e non credenti la conferma  della necessità di sostenere il principio di separazione Stato religioni. La vera questione della convivenza tra diversi non verte sulla religione, che è un diritto di ciascuno. Sta sul come si vogliono costruire le istituzioni civili. La laicità delle Istituzioni assicura ad ogni cittadino la massima libertà di esprimersi, di interagire e di avere una religione. Ha reso possibile, negli ultimi secoli, la forte crescita del peso dei singoli cittadini nel processo di conoscere e nell’organizzare la convivenza.

Per riequilibrare la spinta dei cattolici chiusi a modellare le istituzioni sui valori religiosi, è indispensabile impegnarsi nel far capire che la libertà di ciascuno in quanto cittadino è più protetta dalle regole istituzionali che evitino privilegi di stampo religioso a favore di qualcuno. Occorre introdurre nell’architettura istituzionale italiana il principio di separazione Stato religioni.

La settima domanda. Lei insiste sulla centralità dell’iniziativa del cittadino, che, penso, a livello locale si traduce nella partecipazione. Tant’è che in Toscana esiste una legge apposta. Ciononostante esistono vicende  di mancanza di partecipazione e controlli (si pensi alla voragine del debito alla ASL di Massa, maturato in circa sei/sette anni), la crisi serpeggia ed è oramai certa anche a Livorno, dove pure non ci sono ostacoli amministrativi, visto che c’è sempre stata un’amministrazione dello stesso colore. Cosa succede? Mi parli di questo.

RM – Succede che la partecipazione non può essere un modo di dire. E per essere una cosa seria deve essere praticata. Cosa che è impossibile se non si hanno progetti su cui confrontarsi. Una volta c’erano i progetti ideologici, che i liberali giudicavano sbagliati al fondo, ma che c’erano ed erano capaci di mobilitare chi ci credeva ed appassionavano anche gli oppositori. Poi, man mano che l’ideologia non reggeva internazionalmente alla prova della storia, i progetti cominciarono ad inaridirsi sotto le macerie delle logiche monopolistiche, vedi il porto, vedi il rifiuto della prospettiva turistica (l’intuizione del porto marina affossata a metà anni ’70 dai sindacati nonostante fosse stato promossa dalle istituzioni). L’ultima iniziativa di rilievo fu il coraggio del Sindaco Nannipieri che consentì di mantenere in vita il Tirreno. Poi, progressivamente si è sprofondati nel gorgo dell’autoreferenzialità senza idee di un’amministrazione obiettivamente inadeguata al proprio ruolo e via via impantanata nei conflitti di interesse. Agita bandiere prive dell’anima di progetti per la convivenza. Paiono spot per un film che nessuno ha girato. E così Livorno è scesa sempre più indietro nella graduatoria toscana. E si continua ad affastellare decisioni restando chiusi nel bunker del Palazzo Municipale. Senza ascoltare nessuno.

La ottava domanda. Si fermi, si fermi. E sul piano della convivenza civile tutto bene?

RM – La questione Acqua pubblica al 100% che si gabella come fosse privata (mentre invece c’è una totale mancanza di controlli), e ora quando ci saràin proposito  l’alleanza dei Comuni e Livorno ?
al testamenticchio biologico, ci si è arrivati su impulso iniziale di noi liberali, poi ripreso con determinazione da Romano e Del Lucchese e poi filtrato .. e poi in ritardo e male (sostanzialmente quasi una finta).

La finita locazione della moschea di Via Oberdan e la conseguente ricerca avviata dai musulmani per trovare nuovi locali di preghiera, pongono problemi di due tipi.

Il primo è il diritto dei musulmani, qualunque ne sia il numero, di trovare un luogo adeguato per pregare insieme. La libertà di religione per ciascun residente è un diritto cardine di una società liberal democratica, inserito nella Costituzione. Sarebbe pertanto intollerabile che la ricerca del luogo per la nuova moschea incontrasse difficoltà dichiarate o dissimulate da parte della proprietà immobiliare,  privata o pubblica.

Ribadito questo, nella vicenda restano altre cose non chiarite. Si discute su come reperire presto e bene i nuovi locali di preghiera oppure si discute di privilegi?    Nel primo caso, tutta la Livorno civile si deve mobilitare per risolvere il problema. Nel secondo, devono essere evitate le furbizie. Sarebbe una furbizia, qualora vi fosse, usare il diritto di esercitare la propria religione al fine di ottenere dalle istituzioni privilegi d’ogni natura. E altrettanto sarebbe una furbizia, qualora si manifestasse, il cercare di accattivarsi i consensi religiosi  offrendo dei favori al di fuori dei compiti delle istituzioni.

La funzione pubblica è organizzare la convivenza tra diversi, non occuparsi di religioni e favorire l’insediarsi dei luoghi di culto. La moschea è un diritto civile per chi voglia crearla nel rispetto urbanistico e disponendo dei mezzi necessari. Le Istituzioni non devono interferire, né ricavarne riconoscimenti, né cercare compromessi (da una parte la moschea, dall’altra la statua su terreno demaniale) che sarebbero uno sfregio alla convivenza civile. E poi anche la chiesa della Congregazione Olandese Alamanna lasciata in completo abbandono senza assumere alcuna iniziativa per valorizzarla di nuovo.

La nona domanda Di fronte a questo stato di cose, esistono anche dei centri culturali o politici che stanno riflettendo su vie di uscita possibili, anche in vista delle elezioni comunali tra due anni e mezzo?

Penso di sì, ma quasi sempre sono soffocati dai vincoli amicali della politica.
Per stare all’area laica c’è il nostro circolo Einaudi e il più grande e strutturato circolo Modigliani, dal nome appunto di Emanuele Modigliani, socialista, antifascista di primo piano che fu protagonista della scissione di Palazzo Barberini, quale presidente di Saragat. Il Circolo Modigliani ha avuto origine da un nucleo socialista cui si sono poi aggiunti i liberali ed è attualmente impegnato in una serie di Convegni ed approfondimenti – cui ha dato spazio Telecentro – per diffondere la consapevolezza dei legami che devono intercorrere tra scienza , intesa come metodologia volta a conoscere, e politica, come strumento per migliorare la convivenza. In particolare ha in questo periodo approfondimenti, con la partecipazione di professionisti e tecnici esperti, in materia di piano strutturale e elle problematiche del porto. Nell’ottica di ridare vita e respiro alla città di Livorno.
Inoltre, persone di questi Circoli ed altri riuniti nell’Agenda Politica Quotidiana hanno sollevato la questione delle storture  politico amministrative seguite all’ubicazione ospedale (gruppo ricorso al TAR e successivamente le proposte di modifica dello Statuto del Comune in Prima Commissione consiliare); hanno avuto grande successo di partecipazione (su Telecentro furono fatte da giugno in poi diverse trasmissioni informative da Rebus Montenero)  nonostante che la campagna dall’estate in poi del 2010, sia stata in toni ridotti perché distorta dall’evidente tentativo di venire a patti in mente ad certi promotori. Come se si  volesse mostrare i muscoli per ottenere qualche cammello.

La decima domanda La questione del nuovo Sindaco nel 2014: è troppo presto per parlarne o è il momento giusto?  

Il fatto è che Livorno pare commissariata. Ed è grave che non spunti fuori abbastanza.  Presidente Authority, Assessore all’urbanistica, i dirigenti del Popolo della Libertà , sono tutti non livornesi . E presto si dice quello lo sarà quello del PD provinciale.

il prossimo Sindaco riguarda tutti non solo l’attuale maggioranza. Dove è la partecipazione, che non deve essere solo un qualcosa di elargito, un ballo a corte.

Con questo abbiamo concluso le nostre domande a Raffaello Morelli sulla politica italiana e livornese. Grazie e buon lavoro

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