Quali leggi per una società centrata sul cittadino

Scritto per la rivista NON CREDO, n.14

Nel mio libro Lo Sguardo Lungo ho argomentato la necessità che riprenda l’impegno per il separatismo Stato religioni. Con quest’intento, cominciamo a convincere i cittadini che la politica non riguarda solo il potere e che di conseguenza è importante dedicare molta attenzione a quali leggi si fanno e al loro significato.

Le leggi mettono in evidenza quale concezione si ha della società. Vi è una forte differenza se una legge obbliga il cittadino a tenere un comportamento oppure si limita a definire un quadro di relazioni possibili e lascia le scelte di vita al cittadino. Nel primo caso ci si trova in una società che per qualche motivo (ideologico,  religioso o di limitato sviluppo civile) vuole rendere uniformi i suoi cittadini con un’identità unica di tipo comunitario; nel secondo caso, siamo in una società che accetta la diversità dei suoi cittadini puntando sul mettere in relazione, secondo le regole, le rispettive capacità di conoscenza, di lavoro e di iniziativa. Convincersi di ciò, è un passo in avanti  per divenire coscienti dell’importanza di una spinta verso il separatismo Stato religioni.

Aiuta a farlo, richiamare tre eventi che mostrano come l’adottare principi religiosi quale criterio di norme civili, confligga con l’organizzare lo Stato sulla centralità del cittadino.

La Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo

Un primo esempio è il rapporto degli ambienti religiosi con la Dichiarazione adottata a Parigi nel 1948 dall’Assemblea delle Nazioni Unite. Il proposito era indicare i principi per scongiurare le tragedie precedenti. Stabiliva con puntualità gli uguali diritti dell’individuo senza distinzioni, anche nei confronti della comunità, comprendendo  libertà di pensiero, di parola, di associazione. Una dichiarazione di principi che, pur non vincolante giuridicamente (l’adesione all’ONU fu soggetta a ratifica nazionale, non quella alla Dichiarazione), ha finito per acquistare un fondamentale valore giuridico nel diritto internazionale.

Lo Stato del Vaticano non firmò la Dichiarazione. Naturalmente ne ha richiamati i principi (Paolo VI disse che i diritti umani erano fondamentali, soprattutto la libertà di religione, e Giovanni Paolo II che ispiravano la coscienza). Però non la sottoscrisse perché la Dichiarazione non riconosce l’origine divina di quei principi. Lo Stato del Vaticano non poteva contraddire il credo della propria religione. Come ha confermato il suo rappresentante all’ONU nel 60° della Dichiarazione, “l’universalità dei diritti dell’uomo non trova fondamento in un fatto puramente giuridico o procedurale, ma nell’origine trascendente della persona umana”. Qui sta il punto. Lo Stato laico si fonda sul cittadino e garantisce la libertà di religione mentre lo Stato Vaticano afferma la prevalenza divina. Ciò impedisce principi di convivenza comuni perché la convivenza è divisa su quale Dio.

Anche sul versante islamico, è forte il distinguo sulla Dichiarazione Universale. Al punto che molti paesi a prevalenza islamica proclamarono prima nel 1981 a Parigi una Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo e poi nel 1990 al Cairo la Dichiarazione dei Diritti Umani dell’Islam, affermando che la Dichiarazione del 1948 era una interpretazione laica della tradizione giudaico-cristiana, inapplicabile senza negare la legge islamica. Ambedue i documenti  riconoscono che i Diritti dell’Uomo sono definiti in nome dell’Islam, del Corano e della tradizione profetica, sono giudicati solo su queste basi e non possono essere cancellati né dall’individuo né dalle istituzioni.

Ciò conferma lo spirito separatista della Dichiarazione. In campo civile, dipendere dalla legge divina porta dritti ad una pretesa di tipo temporalistico che va contro la centralità del cittadino. Dunque non consente di accettare il significato della Dichiarazione. E infatti, nel 2008, il Vaticano si oppose a due applicazioni della Dichiarazione, l’una dopo l’altra. La proposta contro la discriminazione e il pregiudizio antiomosessuali e poi la convenzione sui diritti delle persone con disabilità. La prima perché non chiariva di non riferirsi alle posizioni religiose critiche verso i gay. La seconda perché non si esprimeva contro l’aborto selettivo. Appunto la riprova che, se non si applica il separatismo, le convinzioni religiose divengono la norma dello Stato (che va bene in Vaticano ma non in Italia).

Il divorzio e una minoranza cattolica coerente

Un altro esempio  sono le vicende del referendum sul divorzio. La legge derivò dalle proposte del socialista Fortuna e del liberale Baslini fatte proprie prima dal Partito Liberale e via via da PSDI, PSI, PRI con la convergenza finale del PCI. Approvata la legge, DC, MSI e la galassia cattolica raccolsero le firme e nel 1974 si arrivò al referendum.

Il mondo laico insistette che la legge discussa era una tipica legge liberale: determina una facoltà (di divorziare) ma non impone un obbligo. L’area del PCI, preoccupata dal dialogo con i cattolici, appoggiava i laici con forti cautele, toccando gli aspetti sociali più che i diritti individuali. Il fronte abrogazionista si appellò ai tradizionali valori religiosi prevedendo l’apocalittica dissoluzione della famiglia e dell’ordine nella società qualora la legge fosse stata confermata. Però questa linea degli abrogazionisti non era frutto automatico del credo religioso.

I capifila furono quelli che nel mio libro definisco i “cattolici chiusi”, cioè coloro che per loro private convenienze terrene, sfruttano le tesi religiose per usare i privilegi che in Italia derivano dalla struttura concordataria. I cattolici chiusi costituirono la grande maggioranza del mondo politico cattolico strutturato, delle sue appendici burocratiche e culturali, dell’associazionismo cattolico di base. Peraltro non raccolsero l’intero mondo religioso. La Chiesa li riconobbe, consentì che molti, tra cui larghissima parte della gerarchia, dessero il loro appoggio, però tenne il profilo prudente della dichiarazione di Paolo VI (“non l’abbiamo chiesto, ma non possiamo impedire che un gruppo di cattolici cerchi di cancellare una legge che giudichiamo negativamente”).

Poi vi fu l’appello di credenti al voto di coscienza per il No, senza cenni separatisti. Soprattutto vi fu un certo numero di esponenti cattolici (quali il Vescovo di Trento, Suor Maria Galli, sei riviste) che sostenne il NO nel segno della fede da vivere e non da imporre. E questo era un atto separatista. La legge si rivolgeva alle scelte sovrane del cittadino, non diceva cosa scegliere. Il problema erano (e sono) le convenienze dei cattolici chiusi.

Quasi il 60% degli italiani bocciò l’abrogazione del divorzio. Fece una scelta separatista anche se circoscritta al tema. La responsabilità del mondo laico (e di quella minoranza cattolica) fu di non ampliarla alla questione del separatismo istituzionale, molto più vasta.

Il Testamento di fine vita

Un terzo esempio è l’attuale errata impostazione sul fine vita. Già al Senato nel 2010 e ancor peggio alla Camera nelle settimane scorse, si è fatto un testo di legge dettato dalla visione religiosa teocon e  teodem, in pratica negando al cittadino di decidere come farsi curare e affidando l’ultima parola a terzi, non al paziente.

Al di là degli aspetti tecnici (come la palese violazione dell’art.32 della Costituzione, a meno di  interpretare il suo divieto di “violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” non riferito al cittadino individuo), qui preme rilevare che sul tema maggioranza e opposizione  sono state  lontane dal separatismo, seppur diversamente. La maggioranza facendo, pressoché compatta, il braccio armato dei cattolici chiusi, e la minoranza sostenendo che fosse indispensabile una legge specifica in materia. Non era indispensabile (lo hanno comprovato i pronunciamenti ripetuti della magistratura) e chiederla era mettersi in bocca al lupo  ateo devoto.

Il fatto è che il PD vive nel passato del dialogo con i cattolici (sognando accordi tra le masse) e non nell’oggi del separatismo fondato sul cittadino sovrano. Tutti, salvo il sen.Veronesi, sono corsi verso il burrone chiedendo la legge. Poi, all’ultimo, il chirurgo cattolico sen.Marino ha scoperto il precipizio e ne ha pensata un’altra, sempre in chiave non separatista: ricorrere al referendum quando la legge divenisse definitiva. Invece Veronesi auspica (con saggezza) che il testo della Camera non divenga legge.

Ora il separatista è contrario per natura all’impostazione sul fine vita dei cattolici chiusi. Ma ciò richiede un impegno politico culturale deciso per il separatismo, non il protagonismo immediato di uno strumento che escluderebbe la Corte Costituzionale e si trasformerebbe in  guerra santa. Le vittorie del mondo laico su divorzio e aborto vennero in referendum promossi dal mondo cattolico. Non per caso. Il separatismo punta sulla ragionevolezza ed è concepito per evitare tra diversi le guerre sante. Che sono sempre un’affermazione del proprio credo e non il dare ad ognuno la possibilità di sceglierlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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