La diversità dei cittadini e una manovra economica liberale

 

Su un fondo di Emanuele Macaluso, direttore de Il Riformista

Il Suo articolo di Domenica è un esempio della passione politica che non si arrende. Il che è già molto nel paesaggio arido del conformismo di potere. Ma non basta, se poi si arresta e non fa lo sforzo di iniziare un’analisi su quale sia la realtà con cui misurarsi.

Naturalmente, da liberale, non penso che la mia analisi sia identica a quella Sua di socialista di origine marxista. Tuttavia credo che esistano aspetti comuni su questioni che sono divenute assai importanti. La prima di tali questioni mi pare sia prendere atto che oggi la convivenza si fonda sulla diversità dei singoli cittadini. Ovviamente una diversità non come stereotipo dei diritti giuridici (fortunatamente ormai consolidatisi), ma ben di più, come energia propulsiva del conoscere, dello sperimentare, dell’innovare. In una parola, dello sviluppo. Certo è un concetto più agevole per i liberali che non in casa socialista, ma ritengo che le prove dei fatti stimolino tutti.

Quando Lei scrive della necessità di riaprire i canali di comunicazione con il mondo, in sostanza parla di questo, della politica che sappia di che cosa si stia parlando, senza farsi inghiottire dal potere e dai vecchi ideologismi. Allora però non trovo conseguente una Sua osservazione e rilevo un buco.

E’ contraddittorio sintetizzare le osservazioni di Ostellino sul Corriere come una medicina liberista e come incomprensibile l’accusa allo Stato di dirigismo e di inclinazione al tassare. Sono appunto una confusione sulla diversità. Sia perché la medicina auspicata è quella liberale e non quella liberista (Einaudi chiarì la netta differenza molti decenni fa), sia perché non vedere le propensioni al dirigismo (felpato ma dirigismo) e al tassare (realizzato anche se negato) equivale al disconoscere l’importanza della diversità del cittadino. Il problema nell’Italia di oggi è fermare il declino, rispetto ai paesi confrontabili, scommettendo ancora sulla risorsa cittadino. Cioè creare le condizioni istituzionali perché la diversità si manifesti nelle regole del confronto e non nel concordato a tavolino.

Il buco che rilevo è la perdurante disattenzione della sinistra al problema dei liberali. Cosa ardua quando si conviene sul fatto che la diversità individuale è l’aspetto oggi centrale in politica. Invece è quanto avvenuto dalla metà degli anni ’90. Come rappresentante liberale, fui tra la dozzina dei partecipanti al tavolo fondante dell’Ulivo nel 1995 e fino a dopo Gargonza. Eppure fummo emarginati perché avevamo subito denunciato la propensione al trasformare un’alleanza in partito delle culture indistinte (prodromi del PD, soggetto senz’anima progettuale). Sedici anni dopo siamo ancora a questo punto, mentre la situazione italiana si è aggravata. Ormai le furbizie tattiche elettorali si sono dimostrate per quel che sono, tasselli di una pura politica di potere. Viceversa oggi occorrono progetti coerenti per la politica di sviluppo.

Non possono darli i cattolici chiusi alla Melloni, di cui Lei cita l’articolo. Perché teorizza la Chiesa come communio che  guida al nuovo, vale a dire una sorta di ritorno al temporalismo per assoggettare il cittadino all’autorità comunitaria. L’attuale crisi finanziaria ed economica richiede una manovra liberale che affronti insieme la riduzione radicale del debito e il cambio di struttura nei rapporti tra cittadino e burocrazie pubbliche.

Oggi ridurre drasticamente il debito (intorno ad un quinto) vuole il contributo di tutti, dallo Stato ad ogni cittadino. Niente a che fare con le patrimoniali vagheggiate dalle concezioni che coinvolgono il conto economico e puntano sul proliferare delle imposte sui redditi a disposizione del gran calderone dello Stato. Sul piano del disavanzo è indispensabile una robusta potatura delle strutture e del fisco che liberi la capacità di esprimersi del cittadino, che è l’essenziale questione per costruire un equilibrio economico non sulle imposte bensì sulla produttività.

Lo sviluppo non è una manna che scende dal cielo. Lo sviluppo può derivare solo da innovazione e produzione continue in una società che sia libera. Libera perché in essa opera la poliedrica efficacia dell’economia dei cittadini che agisce alimentandosi delle regole della politica aperta partecipata da tutti.

L’importante non è che la sinistra divenga liberale. E’ che percepisca nelle manovre liberali un modo concreto di dar spazio al principio di diversità.

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