Norberto Bobbio e la religione

Scritto per la rivista NON CREDO

 

Bobbio non si capacitava del mistero: “quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione”.

Bobbio si definiva uomo del dubbio e del dialogo con un gran rispetto per i credenti ma non uomo di fede. Ha dato un robusto contributo alla cultura liberale e laica ragionando sul potere, sulla democrazia e sulla pace, senza arrivare al principio di separazione Stato religioni. Avrebbe desiderato una concezione unitaria che dissolvesse il mistero. Ma colmare tutte le zone oscure, porta o alla fede o al mito e Bobbio non credeva né all’una né all’altro. Così era insoddisfatto di quanto conosciuto con la ragione.

Bobbio si dice estraneo alla fede della ragione. Precisazione opportuna purché non implichi abbandonare il metodo connesso alla ragione, lo sperimentare le idee nei fatti (congiunti di continuo, ragione e metodo sperimentale fanno conoscere in base a ciò che avviene). Sia come sia, Bobbio è insoddisfatto. Vede la realtà come è (“nella visione del laico manca la dimensione della speranza ultima”), vede che la fede non è un rimedio (“la fede illumina, ma spesso, per troppo illuminare, acceca”),  però, umiliato per l’inadeguatezza della ragione, ha bisogno della religiosità (“religiosità è sapere che la ragione è un piccolo lumicino rispetto alla grandiosità dell’universo. Il senso del mistero è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede”). Tuttavia, riconoscere il senso del mistero può accomunare ragione e fede quando si sta nel privato, ma, trattando la convivenza, divide proprio sul separatismo Stato religioni.

Alla convivenza danno contributo positivo solo le convinzioni individuali sperimentabili. L’ambito si restringe ma, usando nel tempo ragione ed esperimenti, la conoscenza  cresce più solida.  Il senso della vita e dell’universo, non sperimentabili, restano misteriosi. Allora se qualcuno, inappagato da ragione e sperimentazione, ricorre alla fede per spiegare il mistero, ha il diritto di farlo ma un altro ha il diritto di non ricorrerci. L’esperienza mostra che regole pubbliche basate sui fatti e non sul mistero, danno una convivenza assai migliore. Insomma, il privato può tenere insieme ragione e fede, il pubblico non può occuparsi istituzionalmente del mistero della fede senza avvelenare la convivenza.

Sul punto Bobbio oscilla. In politica e cultura è incisivo, “il compito degli uomini di cultura è seminare dubbi, non già  raccogliere certezze”. Solo che il metodo del dubbio incide nel tempo  se applicato alle cose sperimentali. Su quelle che non lo sono, il dubbio è inefficace. Perciò è essenziale liberare la politica dalle dispute religiose,  chiuse al dubbio. Bobbio lo sottovaluta. Intanto perché convinto “che nel confronto tra spirito critico e spirito dogmatico, la vittoria nelle gare di questo mondo spetta sempre al secondo” (per cui in politica non avrebbe spazio la critica laica, nonostante che in realtà sia lo spirito dogmatico a perdere nel tempo). E poi perché non affronta come introdurre la neutralità istituzionale. Scrive “…lo spirito laico ha dato origine agli stati non confessionali, ovvero neutrali in materia religiosa, e insieme liberali, ovvero neutrali in materia politica…”. Ma non dice come. Separare Stato e religioni, garantire libertà di religione e neutralità istituzionale, richiede scelte. Non auspici.

Bobbio legava il realizzare i principi al soffrire o no per le disuguaglianze di vita. Così, promuovendo razionalità e non  escludendo l’utopia, ha gravitato nell’area socialista: come docente nel partito unificato anni ‘60, come senatore a vita nel gruppo PSI (ratifica del Concordato ‘84) e all’epoca dell’Ulivo  nel gruppo PDS (innovazione era chiamata l’indifferenza culturale tra laici e religiosi, che per natura sono differenti). L’atteggiamento di Bobbio conferma che laicità istituzionale non è un nome da pronunciare ma un sistema da costruire.

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