Il vero sapore delle proposte liberali

Alcune osservazioni liberali a proposito del dibattito tra Luca Ricolfi ( L’equivoco del centro, sabato 24) e Ferdinando Adornato ( Un solo centro scommessa vincente, lunedì 26).

Prima ancora che nei fondati rilievi fatti da Ricolfi ( la contraddizione tra il centro più moderato e quello più radicale), l’equivoco del centro consiste nel volersi chiamare centro e nel perché.  Si vuole chiamarsi centro perché il nome centro significa equidistanza rispetto agli estremi, come  55/60 anni fa significava essere contro il PCI e il MSI. Già questo richiamo fa intendere l’errore di volersi chiamare oggi centro. Per prima cosa  né Popolo della Libertà né Partito Democratico sono partiti estremi. Poi, e ancor più importante, siccome il difetto del PDL e del PD è quello di anteporre lo schierarsi simbolico ai programmi e ai comportamenti di governo, per essere davvero loro avversari, occorre prima aver un disegno politico alternativo nella cultura e nel progetto di paese. Non a caso questo non sta avvenendo. Non si pensa ad una alternativa di cultura, bensì ad una alternativa di potere, convinti che prima o dopo dovrà pur esserci. Ma seguendo questa strada , il cambiamento avverrà (molto) dopo e nascerà (molto) storto.

Chi, UDC e API, è accomunato oggi nell’avanzare la proposta di un solo centro, è unito soprattutto nel rifuggire l’idea di adottare la cultura liberale e di chiamarsi liberale. Di nuovo non per caso. I rispettivi esponenti sono stati per anni i protagonisti di primo piano, nel centro destra e nel centro sinistra governanti, di stagioni aliene dalla pratica liberale. E  si sono staccati dal centro destra e dal centro sinistra, non per questa carenza ma perché divenuti marginali per dissapori nella gestione. Un progetto alternativo vero può invece sorgere solo dall’assumere senza vergogne una cultura che dica come dare spazio al cittadino, cioè una cultura del proporre e non una cultura dell’esser contro e basta. Una cultura liberale. Un altro mondo rispetto all’ultimo quindicennio.

I liberali sono sempre all’opposizione di Berlusconi non perché Berlusconi esiste ma perché Berlusconi esprime idee antiliberali e se riesce le attua. I liberali hanno da oltre cinque anni detto il perché era un grave errore il PD, non perché fosse cattocomunista, ma perché non aveva né anima né progetto. I liberali  sostengono la laicità delle istituzioni non perché sono contro la religione o le organizzazioni religiose ma perché sostengono che l’identità di un popolo è plurale e che lo Stato deve essere separato dalle religioni per non fare della fede una fonte legislativa (come vorrebbero teocon, teodem e atei devoti).  I liberali  sono storicamente a favore delle autonomie locali e quindi del federalismo, ma siccome l’Italia è nata centralista, affermano che sono indispensabili i dettagli dei meccanismi per il federalismo fiscale, cosa che la Lega finora non ha fatto e, stando alle risposte di Calderoli al prof. Sartori, non sta facendo.

Le proposte liberali sono perciò liberali e vanno ben oltre il moderatismo o il radicalesimo, che appartengono ad altre epoche politiche. Per questo , né in Germania, con l’attuale vice cancelliere Westerwelle, né in Inghilterra, con l’emergente Clegg , c’è chi etichetta i liberali come al  centro.

Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI e INTERVISTE (tutti), sul tema Quadro politico e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.