Ralf Dahrendorf, un liberale attento alla realtà

Seminario di studio della Fondazione Luigi Einaudi, della Fondazione Hume, del Centro Einaudi, di Libro Aperto scarl
Roma, Tempio di Adriano

Intervento di Raffaello Morelli, Presidente della Federazione dei Liberali

Innanzitutto desidero ringraziare le quattro importanti fondazioni impegnate a tener viva in Italia la cultura liberale che non si maschera per apparire più gradita. E subito dopo desidero osservare che i significativi contributi su Dahrendorf, venuti qui anche da  culture diverse dalla liberale, hanno posto in evidenza l’essenziale caratteristica  del suo pensiero. La libertà del cittadino è al centro della politica di convivenza.

Al riguado – solo per riprendere l’accenno finale fatto da Ferrari sulle scienze e sul metodo critico – rilevo che erano gli avversari dei liberali a sostenere il bisogno di neolilberalismo. Neoliberalismo che in verità non c’è, dato che il liberalismo, essendo centrato sulla libertà del cittadino per mandare avanti la convivenza, automaticamente è sempre nuovo e cangiante. Ed altresì rilevo, a proposito della notazione fatta da Diotallevi sulla differenza tra liberalismo critico e liberalismo secolare, che la differenza è giustissima come dato di fatto storico ma che da un punto di vista individuale il problema non si pone. C’è solo il liberalismo critico. L’altro è una situazione storica in cui si è irrigidito, si è bloccato, è divenuto secolare, ma in sostanza  progressivamente non era più liberalismo. Perché la libertà del cittadino è al centro della politica di convivenza non come principio teorico o come principio armonico. La libertà per sua natura è qualcosa che si muove ed è in questo senso disarmonica. E’ un concreto mezzo operativo, che si attua nel conflitto democratico tra gli individui – sia sugli interessi sia sui valori dato che ambedue gli aspetti compongono gli individui – per provare a costruire migliori condizioni di convivenza tra persone diverse, in quell’epoca e in un mondo limitato.

In sostanza per questo Dahrendorf lasciò, circa 45 anni fa, la vecchia concezione socialista, irrigidita sul lavoro e sulle classi, e passò all’empirico dinamismo liberale. Per affrontare la realtà in un duplice senso.  Cogliere le domande poste dal mondo potendo disporre dello strumento libertà e provare a modificare in parte il mondo attraverso azioni operative sempre modellate sulla libertà.

Dahrendorf, da liberale, ha capito che la crescita economica è essenziale per risolvere i problemi reali, eppure che è una condizione necessaria ma non sufficiente a risolverli. Perché da sola la crescita economica tende a lasciare privo dei diritti di cittadinanza chi è da troppo tempo povero e chi è disoccupato a lungo. E farlo porta a dimenticare che togliere i diritti dei singoli attribuendoli a collettività, piccole o grandi, apre la strada ad un mondo di privilegi e di oligarchi che, oltre a non rispettare la libertà, funziona al peggio. Per di più, la pretesa dell’economia di fare da sola finisce per minare perfino la sua stessa capacità di svolgere bene le sue funzioni.

Dahrendorf, nei suoi ultimi mesi, ne ha mostrato un esempio tutt’oggi attuale. Ha rilevato come i grandi gruppi bancari e le burocrazie finanziarie, pensando solo a loro stessi, hanno mutato la natura del capitalismo. Prima c’era il capitalismo di risparmio, fondato sullo spirito di responsabilità nel lavoro innovativo e sul limitare i consumi immediati, così da poter disporre di un domani soddisfacente. Dopo si è passati in modo sempre più spensierato al capitalismo di debito, ispirato allo sganciare il denaro circolante dal lavoro o dai prodotti realmente innovativi e al consumare nell’immediato senza freni , così da poter accaparrarsi subito il massimo possibile in barba agli altri. Dahrendorf sottolineava che sperimentalmente il capitalismo di debito indipendente dal debito non può reggere. Cioè non può reggere un capitalismo distaccato dal tempo e dalle persone.

Non può reggere perché l’oggi non ferma la vita e perché la libertà individuale non si esaurisce nell’aver mani libere onde ottenere riconoscimenti di bonus finanziari. La libertà di ogni cittadino (e non di un gruppetto) deve di continuo essere attenta ai meccanismi che garantiscano  le capacità di ciascuno di esprimersi nel tempo e di poter sempre ripartire con nuove possibilità.  E  proprio per ricominciare a tener conto del tempo,  oggi non si può tornare semplicemente al vecchio capitalismo di risparmio. Occorre escogitare un rinnovato sistema che inglobi sì la volontà consumistica indotta appunto dal risparmio, ma che ci preservi dalla selvaggia logica fuori del tempo del capitalismo di debito. Perciò ancora una volta non può esserci un modello rigido. Ora più che mai occorre reinnescare un mercato funzionante. Che attinga alla libera inventiva di ciascuno, che venga regolato da una partecipazione prodotta dal conflitto democratico e che sia attenta non solo agli interessi dei possessori di un determinato bene ma anche agli interessi dei cittadini che vivono attorno a quello stesso bene e dal cui processo produttivo sono influenzati. Niente di tutto questo si può fare in una logica che prescinda dalla libertà individuale e che voglia puntare ad un modello statico illudendo di poter agire senza il pericolo di sbagliare. Pericolo di sbagliare che è insito ed inscindibile nella attività umana.

L’intento di Dahrendorf, come mi confermò in lungo pomeriggio nella sua casa londinese , è porre di continuo e in modi sempre nuovi il problema di come preservare un equilibrio civile tra creazione della ricchezza, coesione sociale e libertà politica. Per farlo non esiste una ricetta sempre e comunque valida. Occorre sforzarsi, specie nel mondo globalizzato, di dare a questa convivenza conflittuale delle regole di continuo adeguate e adeguabili che rendano possibile il conflitto nel rigoroso rispetto dei diritti individuali tenendo conto di caratteri fondamentali della vita, vale a dire dei cittadini singoli, del passare del tempo e della realtà come si manifesta.

Così diviene  evidente perché Dahrendorf abbia sempre insistito sull’importanza di cercare di dare risposte concrete alle domande che sono poste di continuo dalla realtà. E analogamente anche sul fatto che l’educazione è molto importante quale opportunità di base, ancor prima di rendere disponibili con abbondanza beni e servizi, ma che non esaurisce le finalità educative pubbliche. Di fatti non può mancare l’impegno di educare ognuno a confrontarsi con il mondo reale rendendolo capace di effettuare le proprie diverse scelte di opportunità di vita. Ed è per lo stesso motivo che Dahrendorf riprende la linea einaudiana delle imposte sul reddito abbastanza basse al fine di incentivare l’intraprendere e insieme delle imposte di successione abbastanza alte al fine di riconoscere l’importante contributo del quadro socio-istituzonale e di ridistribuire le condizioni di partenza in un’ottica pluralistica.

Dahrendorf era fautore della democrazia come cambiamento nella libertà e quindi avversava i rivoluzionari, che vogliono cambiare senza libertà, e i reazionari, che si oppongono al cambiamento. Il cambiamento nella libertà è senso critico, è dubbio, è dialogo con gli altri, sono progetti innovativi ed è azione costante per realizzarli. Non è radicalismo nei metodi o nelle proposte.

Sei anni fa, Dahrendorf scrisse di aver trovato la più bella descrizione del suo pensiero “in Goethe, Profeti a destra, profeti a manca e il figlio dell’uomo nel bel mezzo!”. Facendo il richiamo al figlio dell’uomo nel mezzo, Dahrendorf ha scolpito il proprio lascito intellettuale e politico. Nessuna profezia, perché il liberalismo non è profetico in quanto rifugge il finalismo fuori del tempo. Nessun distacco dal mondo, perché il liberalismo si interessa del mondo proprio confutando le profezie  (  forse questo è il motivo per cui Dahrendorf non ha voluto esser partecipe della retorica sull’Europa, proprio per evitare le profezie restando legati all’individuo). Nessun disimpegno nell’attività di diffondere la libertà, perché la libertà dei liberali non si declama ma si pratica.

E’ la libertà l’esigenza prioritaria da attuare. E’ favorire lo svilupparsi di reti per l’interagire tra le identità plurime del singolo e delle collettività. E’ rimuovere gli ostacoli all’apertura dei circuiti sociali e agli accessi alla conoscenza sempre più avanzata. E’  imperniarsi sulla libertà del cittadino in modo che ogni cittadino ne usufruisca. E’ la sola risposta all’umana ansia di novità capace di rendere meno stretti i vincoli del mondo reale. Su questo punto permettetemi una battuta circa l’argomento introdotto dal prof. Diotallevi del rapporto tra laici e cattolici. In materia di istituzioni e di ricerca, la storia ha dimostrato che hanno ragione, nel senso che sono fecondi, i laici e i liberali quando dicono che per funzionare ricerca e istituzioni bisogna non implichino criteri religiosi. Certo, non è giusta l’interpretazione razionalistica che poi  dice “ma allora non va bene il religioso”. Qualunque liberale risponderà che, siccome si deve esser legati al mondo come è,  il senso e lo spirito religioso sono nella vita umana qualcosa che  per larghissime moltitudini di persone non è superabile. Quindi, bisogna far convivere il concetto che ricerca ed istituzioni funzionano al meglio se non si fondano su valori religiosi, con il fatto che dallo spirito religioso nell’essere umano non si può prescindere. Chiunque, anche quelli che religiosi non sono e che sono atei o agnostici, hanno un’ansia di religiosità.

Questi concetti ovviamente non è obbligatorio condividerli. Molti li rifiutano e del resto i liberali non pretendono che tutti siano liberali, considerato che il liberalismo non è totalizzante. Ma quando in un paese comincia a ravvisarsi l’esigenza della libertà – e, almeno in Italia, il maggior numero dei problemi concreti è in vario modo legato alla pratica libertà del cittadino – allora sorge ineludibile la questione di come innestare una qualche misura di liberalismo. E far questo ha la sua chiave nell’attivare libertà del cittadino, come descritta da Dahrendorf, che rende il liberalismo un metodo nettamente distinto dalle ideologie o dalle religioni e con loro non commensurabile.

Putroppo l’abitudine di ingabbiare il mondo in modelli utopici e statici,è antica e talmente radicata in Italia da evocare il liberalismo senza accettarne la chiave: l’aver introdotto un approccio politico variabile per esser coerenti con il tempo e con i meccanismi vitali. Così, pur di non accettare il liberalismo, quell’abitudine cerca di sostenere che tutti possono essere liberali, visto che il liberalismo è aperto, può mutare con il tempo, non ha chiusure pregiudiziali e non cerca monopoli. Ma per divenire liberali non basta prendere questo o quell’aspetto del liberalismo ed usurpare il nome liberale. Il liberalismo è un sistema metodologico complessivo, con alle spalle una cultura solida, con il culto della realtà,  da applicarsi con coerenza e con mille accorgimenti per modellarsi quanto possibile sugli individui e sui ritmi vitali del tempo. Per avere risposte di libertà non basta avere preoccupazioni di tipo liberale oppure interrogare qualcuno di altri principi, che parla di contaminazione delle idee o che conosce i meccanismi della libertà per sentito dire. E’ inefficace e comunque tardivo appiccicare qualcosa di liberale in progetti pensati come Aliberali o antiliberali. E’ vero che la libertà rispunta sempre dalla storia, ma è altrettanto vero che, lasciata al caso, utilizza percorsi tortuosi, lunghissimi e umanamente molto costosi. Dahrendorf ne era ben cosciente. Nei due paesi ove ha operato, il problema non era in primo piano, dato che lì i liberali hanno saputo mantenere identità e consistenza politica. Resta in primo piano in Italia, ove non si è seguita la libertà di Dahrendorf e si è ritenuto possibile separare questi due aspetti. Perché un progetto politico sia efficace e tempestivo in termini di libertà, è indispensabile che sia predisposto, gestito e valutato con la partecipazione essenziale di chi coltiva e sostiene la libertà del cittadino in modo dichiarato, coerente e sperimentato. Una partecipazione non riducibile agli esperti asettici che danno consulenze – personalistiche e quindi già incoerenti con la libertà partecipata – e che va concepita come volontà di non prescindere dai liberali politicamente organizzati a sostegno delle libertà.

In un libro di cinque anni fa, Dahrendorf ha descritto con maestria la libertà attiva. Attiva riguardo al rendere effettive le opportunità di vita, attiva riguardo al predisporre una bussola per orientarsi nella realtà ed esercitare al meglio senso critico e capacità di iniziativa. Questa bussola debbono utilizzarla anche i suoi sostenitori. Per il proprio privato e per associarsi  suo tramite. Lo scopo è dare forza alle loro idee di libertà e farle pesare nelle scelte pubbliche. Il che è essenziale nella democrazia liberale, ove – come ha scritto Ostellino giorni fa – le teste si contano ed il conteggio è in gran parte la differenza. Sarebbe contraddittorio con l’idea di libertà, pensare che sia un destino ineluttabile la prevalenza degli attuali più grossi e che la politica si identifichi con la fedeltà al potere. Dahrendorf ci ha insegnato di non rifuggire l’impegno a costruire la libertà. Costruirla non da soli. Non da soli come individui, non da soli come associazione di uomini liberi, che non opera in splendido isolamento, e sceglie di tappa in tappa  i compagni di viaggio più sensibili alle esigenze della libertà.

Come ha mostrato Dahrendorf nei suoi numerosi incarichi pubblici, la libertà non basta pensarla, bisogna anche provare a realizzarla in termini politici. E’ stato ricordato che Dahrendorf non ha fatto il caposcuola. Io credo sia una conseguenza chiara del suo non voler mai perdere o rinunciare al contributo e all’apporto del cittadino. E quanto a contributi, dico che ogni liberale può contribuire come sente. Con le idee, con le proposte, con le risorse, con la diffusione mediatica, con le azioni, con la propaganda sul territorio. Peraltro contribuire ciascuno al solo fiume dei sostenitori della libertà è indispensabile, se si vuol accettare il lascito di Dahrendorf. La libertà non è solo declinarne i principi od osservare la realtà. E’ anche il coerente agire in politica.

 

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