Il principio di separazione

Il principio di separazione è parte integrante del liberalismo

Sulla sentenza della Corte, i concetti espressi dalla FdL nel Comunicato Stampa sono suffragati dai fatti e non credo abbiano bisogno di ulteriori specificazioni ( specie dopo le citazioni riportate nel saggio “La rimozione del crocifisso e la sua filosofia”). Salvo forse suggerire una riflessione ( istruttiva ) sul perché la sentenza sia stata finora espressa all’unanimità e sul perché l’idea corrente in Italia che ciò significhi la volontà di recidere le radici cristiane dell’Europa, incontri un palpabile gelo da parte della grande maggioranza degli altri europei.

Qui desidero invece ripercorrere a grandi tratti il ragionamento sull’individuo, sulla comunità e sullo Stato. Non confondendo i piani. Una cosa sono le idee e le proposte, un’altra  la convenienza-opportunità (oltre tutto, secondo me, apparenti) di propagandarle poco, fino a lisciare il pelo a tutti barcamenandosi.

Il liberalismo politico si fonda sull’individuo cittadino. E si propone di renderne massima la libertà di vivere  esprimendo sé stesso, attraverso il metodo critico dei singoli e tra i singoli e attraverso adeguate regole di convivenza. Se si vuole essere liberali, su questo non si può avere incertezze.  Fondare il liberalismo su altre soggettualità, consapevolmente o meno, finisce per essere un tentativo inconsistente di sintesi con dottrine ideologiche, che rifiutano in radice, non ammettendolo, il metodo liberale.

Affidarsi alla libertà del cittadino ha  due risvolti. Uno è prendere atto della diversità di ciascun individuo ( che nel complesso è diseguale l’uno con l’altro, essendo l’uguaglianza limitata ai fondamentali meccanismi di vita e ai diritti di viverla), l’altro è rendersi conto che l’identità di ciascuno non è un monolite ma ha più aspetti. Ne deriva una constatazione. Che un gruppo di conviventi (una famiglia, una comunità) può avere sì un certo numero di caratteristiche comuni ma non può avere una identità univoca estesa a tutte le  rispettive caratteristiche. Ciò,  dal punto di vista liberale,  non va inteso come una teoria ma come il modo di cogliere sempre più puntualmente legami e ritmi della realtà. Non per caso, dal momento che il liberalismo non è e non intende essere una concezione primigenia da applicare al mondo per ingabbiarlo. Si propone di essere un modo di capire come gli individui convivono tra loro e tra le cose. E insieme da indicazioni sulla maniera di farlo, rispetto ai luoghi ed alle epoche,  inventando istituti adeguati per ampliare le relazioni di convivenza e così allargare le  capacità espressive di sé, nelle idee e nelle iniziative. Finendo  anche per ottenere – nella storia è sempre  avvenuto – più alte condizioni di vita più rapidamente. Dunque, il liberalismo è indissolubilmente connesso all’esperienza delle elaborazioni culturali nel tempo e ne è un prodotto. Il liberalismo è trarre dalla realtà e ragionarci sopra. Senza presupporre la necessità della creazione o di un modello esplicativo globale.

Ora, è storicamente evidente che far convivere individui senza avere regole di convivenza, lascia come unico parametro la forza, non l’apporto degli individui. E , sempre storicamente, affidarsi alla forza, come minimo non assicura la miglior capacità di far fronte alle sfide ambientali e di organizzare al meglio la convivenza. Cosa invece possibile, come i liberali hanno capito sperimentalmente nei secoli, se le regole danno più spazio ai contributi dei singoli. Il liberalismo, quindi, guarda fisiologicamente con diffidenza – e in proposito si sforza di attivare il senso critico – ad ogni concezione che nella convivenza introduca strutture concettualmente sovrastanti all’individuo o che in qualche modo si frappongono tra l’individuo e la realtà.  Restando attento a distinguere  tra quelle strutture che esprimono l’individualità e non la negano in partenza ( tipo le relazioni interpersonali, la famiglia, l’associarsi, il partecipare ad una comunità, il riconoscersi in una patria ) e quelle che la negano intrinsecamente ( lo stato etico, la comunità chiusa, la classe eternizzata, le elites castali, le corporazioni). Il tutto avendo piena e realistica consapevolezza delle reali pulsioni insite nell’animo umano. Prima di tutto, quella dell’aspirazione all’eterno e alla sicurezza che si traduce nella religiosità, quella del cercare il rapporto complementare che si traduce nella sessualità, quella del riconoscere le affinità di stirpe che inducono i legami di razza e tribali.

Questa consapevolezza ha da molto tempo indotto i liberali ad adottare una linea istituzionale fondata sul non far incidere religione, sesso e razza nel merito della libertà individuale. In che modo? Intanto i progetti generali di convivenza non devono far distinzioni  tra i contributi degli individui secondo il sesso o la razza-tribù. Questo è già un obiettivo assai ambizioso , che pure ad oggi ha  compiuto grandi passi avanti in larga parte del mondo. Forse anche perché l’innegabile differenza di genere da un lato e l’accelerato mescolarsi negli scambi interrazziali dall’altro, hanno nel tempo costituito un forte stimolo al prendere atto  della realistica efficacia del criterio liberale. C’è poi il problema essenziale della religione, una attitudine ineliminaibile dall’individuo umano, che attiva una congerie di distinte speranze e suscita grandi passioni. Per evitare che le diatribe sulla fede religiosa, per loro natura legate all’ignoto, avvelenassero la convivenza ( come è costantemente successo nei secoli ) limitando il ruolo degli individui nel costruirne le regole, il liberalismo è giunto da due secoli abbondanti a proporre la filosofia della separazione tra istituzioni e religioni. In Italia, qualche decennio dopo, dall’epoca del cavourriano Libera Chiesa in Libero Stato, che applicò le riflessioni dei pensatori liberali di allora alla situazione della convivenza  dopo il superamento del potere temporale della Chiesa. Ebbene, credo  impossibile sostenere che tale principio di separazione sia in qualche modo avverso alla religione o imponga al cittadino una qualche credenza. Impone solo alle pubbliche istituzioni di restare neutrali in campo religioso, vale a dire non inglobando alcuna fede nei propri meccanismi.

Qui sorge una prima forte differenza rispetto al saggio sulla rimozione del crocifisso. Supporre la filosofia della rimozione del crocifisso distorce in partenza il ragionamento. Essa afferma che il principio della neutralità azzererebbe “ogni riferimento alla trascendenza per quanto vago e slegato da chiese e sette determinate” tipo ” il giuramento sulla Bibbia, il motto In God We Trust “. Ma quando mai!  Il principio della separazione non è né collettivista né comunitario e non impone nessuna specifica scelta spirituale ad ogni singolo cittadino. Afferma solo la libertà di fede nel privato e nel pubblico, da soli od organizzati. Non esclude affatto il richiamo alla trascendenza, purché tale richiamo sia enunciato nell’ottica dei singoli , non come valore della pubblica istituzione. Tanto che la formula del giuramento o della moneta circolante si riferiscono di tutta evidenza a coloro che usano tali strumenti e che attestano quello che stanno compiendo, una dichiarazione o un pagamento, chiamando a testimone  del loro atto neppure una divinità, bensì la divinità , quella in cui il particolare soggetto attore ha una qualche sua credenza e che lui chiama a certificare la verità di quanto da lui asserito o fatto.

Subito dopo, il saggio sulla rimozione del crocifisso afferma che il principio della neutralità ” comporterebbe il tramonto dello stesso liberalismo occidentale, che nei suoi maggiori pensatori ……non avrebbe mai sottoscritto una legge intesa a rimuovere i crocifissi dai luoghi pubblici“. Di nuovo le cose non stanno per niente così. Proprio perché la tesi della supposta filosofia della rimozione del crocifisso distorce in partenza il ragionamento. Come ho appena scritto prima, la neutralità pubblica rispetto le religioni non impone la stessa neutralità ai singoli cittadini e alle organizzazioni secolari che predicano una religione. E dunque tutti i privati  e i religiosi possono esporre il simbolo religioso che preferiscono. Inoltre, rifacendosi al realismo, quando invece si parla di pubbliche istituzioni e della loro neutralità, occorre ben distinguere un obbligo di legge da una mera tradizione. Un obbligo di legge al simbolo religioso nei pubblici edifici è per un liberale impensabile ( e comunque non c’è neppure in Italia, paese certo non separatista ). Può esserci, in un singolo paese,  una tradizione all’esposizione dei simboli religiosi anche negli edifici pubblici. Ma una tradizione non è mai davvero un obbligo, anzi quante mai tradizioni nei più svariati campi vengono poi abbandonate in base a successive e più mature consapevolezze. In ogni caso, qui non si tratta di fare una legge per rimuovere i crocifissi ( di cui non ci sarebbe neppure bisogno, dato che l’introduzione del crocifisso nelle scuole fu una decisione amministrativa dei primi anni del fascismo ). Si tratta di cominciare a riconoscere il pieno diritto legale dei singoli cittadini che non vogliono che le attività pubbliche di insegnamento (quelle private sono libere di scegliere) si svolgano all’insegna di un simbolo religioso. Un diritto connaturato con il principio della separazione Stato e Chiesa.

Tale diritto non è scalfito dal tirare in ballo a questo punto gli argomenti della testimonianza storica o della tradizione culturale che la (supposta ) maggioranza vorrebbe trasmettere. Nessuna persona seria vuol negare le testimonianze storiche – che ripercorrono la storia della realtà – magari  per poi realizzare con tale negazione la contraria pretesa collettivista e comunitaria  di imporre questo o quel comportamento religioso. Tuttavia  è del tutto ipocrita non riconoscere che, nel caso del crocifisso all’italiana, la testimonianza storica della religione non è distinguibile  dalla  concezione trascendentale dell’esistenza.  Perché la religione non è solo storia, cioè cosa vissuta ( e quindi oggetto storico del passato ), ma è anche , e soprattutto, cosa vivente ( e quindi oggetto della convivenza di oggi). Di ciò i credenti sono ben consapevoli ( in proposito credo utile per tutti allegare quanto scritto da un maturo presbitero della Curia lucchese, Don Lenzo Lenzi, autore di diverse pubblicazioni  sulla Chiesa ed il suo ambito visti dall’interno in diverse epoche). Analogamente, la tradizione culturale non può essere confusa con la religione, almeno nella politica liberale della separazione. E dunque sono inconferenti i paragoni del saggio tra il crocifisso ( che è un simbolo religioso vivo) e i busti di Platone e Cicerone ( che sono un passato estraneo alla religione). Se i nostri antenati avevano delle abitudini, un conto è doverosamente conoscerle, un conto è ripeterle senza considerare ciò che è accaduto nel frattempo. Un ceto politico conservatore ( cosa tra l’altro ben differente dall’esser culturalmente classicisti)  può voler idolatrare il passato invece di studiarlo criticamente ( anche se così suicida sé stesso e il paese governato) ma non ha titolo per imporre, sotto forma di legge esplicita o di tradizione obbligatoria, criteri religiosi.

Al riguardo il saggio si domanda  se una leadership moderna e intellettuale potrebbe “liberamente decidere che il simbolo della croce vada esposto in tutti i luoghi pubblici o sarebbe vincolata da una laicità vuota e asettica”.   E subito dopo si domanda anche se sarebbe possibile  “ricorrere alla conta delle teste e decidere democraticamente se rendere omaggio, col simbolo della croce, ai valori contenuti nei Vangeli ( non violenza, uguale dignità di tutti gli esseri umani, giustizia, primato dell’individuo sul gruppo, amore per il prossimo e perdono dei nemici)“. A parte la assai discutibile attribuzione in esclusiva ai Vangeli di tutti questi valori, beninteso nel loro significato civile, dal punto di vista politico liberale rileva che sono domande improprie. Non è infatti in gioco la indubbia possibilità che qualcuno sostenga tali argomenti. E’ in gioco la necessità per i liberali coerentemente impegnati, di seguire il portato della costante esperienza storica e quindi di confutare totalmente tali confusioni  tra politica e religione ( che operano attraverso il richiamo ipocrita ad un simbolo vivente di una religione). Sui valori religiosi non si contano le teste, i valori civili non trattano i valori religiosi ( salvo la loro libertà). Il punto di vista separatista, che non attiene alle cose del passato e non è una religione, costituisce il criterio politico sperimentale, finora insuperato, con cui assicurare la convivenza pacifica sui grandi temi di attualità e del domani, a cominciare dalla spiritualità. Da qui l’importanza decisiva dell’impegno politico per non tornare indietro.

Alcuni confidano che a tal fine basti la progressiva crescita nei paesi civilizzati dell’indifferenza laica per i simboli religiosi.  In pratica, però,  c’è un limite a questa crescita (variabile quanto a tempo e spazio)  siccome il senso comune insegna che eliminare la religiosità dall’animo umano è un miraggio.  La possibilità di crescita diffusa dell’indifferenza ha dunque un limite. Ed è questo limite che rende il principio di separazione indispensabile per regolare da parte delle istituzioni la convivenza religiosa tra diversi. Quindi le istituzioni  dovrebbero permettere  ogni espressione religiosa ai privati cittadini e alle organizzazioni religiose  ( eccetto il loro ricorso al potere temporale), ma non dovrebbero permettersi di prendere partito a favore di qualche  credo particolare. Oltretutto, il senso comune empirico ci avverte che quando i politici e gli enti pubblici intendono imporre un simbolo religioso, non hanno obiettivi storici bensì puramente contingenti, tesi a rifiutare lo scomodo separatismo. Preferiscono  proporsi di tener  buone le masse tradizionaliste sventolando i simboli quale testimonianza del passato, pretendendo però  di privare quei simboli del loro significato vivente. Così venendo meno ai loro compiti civili e insieme, almeno per quanto possiamo capirne noi liberali, alla propria natura spirituale.

Nel saggio si paventa poi che la laicità separatista conduca “in uno spazio desertico, svuotato di  ogni valore forte. E che uno Stato, che espellesse l’ispirazione religiosa dagli istituti educativi  e da ogni altro luogo pubblico, dovrebbe riservare lo stesso trattamento anche alle ‘religioni ‘politiche’, che sono religioni anch’esse in quanto esigono talora dagli individui, il sacrificio della vita e della libertà in nome di una mistica, patriottica o rivoluzionaria che sia”. Ma lo spazio della separazione tra Stato e Chiesa non è svuotato di ogni valore forte. Al contrario. Chiunque voglia dirsi liberale, questa solida realtà la conosce benissimo. Si è visto prima. A maggior ragione non si capisce come si possa annoverare la politica laica e liberale tra le religioni di tipo mistico, di cui sono l’opposto. Del resto, se per caso non ci riferisse alla politica laica e liberale, se ne confermerebbe indirettamente l’importanza per la convivenza.  Altrimenti, se si volesse riferirsi proprio a quella  politica, occorrerebbe ricordare che la famosa frase crociana sulla “religione della libertà” non è un inno collettivista o comunitario allo Stato titolare della libertà ma al cittadino che la incarna e la rende viva. E  questa “religione della libertà”,  proprio perché non è una nuova religione mistica ma un sistema per convivere tra individui, può essere legittimamente insegnata e essere oggetto di riflessioni pubbliche, senza perdersi in problematiche mistiche.

Infine, è opportuno ricordare che la laicità istituzionale, frutto del principio di separazione, è il quadro coerente in cui esercitare quel conflitto democratico, secondo idee e progetti di convivenza, che è l’anima del liberalismo politico centrato sull’individuo, sempre attento a innovare le risposte per evitare le sacche di povertà e di chiusura del circuito sociale. E va precisato anche che i diritti hanno un valore funzionale alla individualità, non sono un diritto assoluto che parcellizza le individualità secondo una tipologia di tipo sindacale, creando dei privilegiati d’altro genere. La politica liberale non può arrivare ad una esasperazione dei diritti di qualcuno contro quelli degli altri, perché farlo sarebbe un atteggiamento contrario alla consapevolezza della diversità  individuale, che non è mai sovrapporsi agli altri ma produrre un concorrente contributo originale. La via è trovare di volta in volta  il modo per far convivere i differenti diritti contemperandoli. Non è facile, ma è indispensabile ed è la continua ricerca dei liberali, appunto perché sono estranei all’idea di modello immutabile. In questo senso è puramente strumentale voler addebitare al principio di separazione dei liberali la presunta volontà prevaricatrice del laicismo a danno del sentire della comunità italiana.  Al contrario, il principio  Libera Chiesa in Libero Stato è il principio per garantire la convivenza libera e pacifica sui grandi temi dell’oggi e del domani, consentendo a ciascuno di vivere i propri valori sperimentandoli senza obbligare qualcun’altro ad accettarli.

Ai cittadini si chiede solo di riconoscere che la società è plurale e che intorno a ciascuno di noi starà qualcuno che vive in modo differente dal nostro, nel reciproco rispetto. Seguendo lo scorrere del tempo. E’ un impegno cui possiamo prender parte tutti, eccetto che i fondamentalisti, che vorrebbero imporre il loro modello e congelare il tempo. Come liberali, dobbiamo avere il coraggio di dire le cose come stanno, non solo confutando le tesi integraliste ma neppure favoleggiando impossibili unità indifferenziate ed eterne tra gli altri filoni culturali democratici. E’ il solo modo di convivere liberamente nella modernità e nella ricerca. Riaffermando la difficile centralità dell’individuo, dinamicamente responsabile e partecipe ma non ingruppato in una comunità. Non ci dobbiamo preoccupare delle insostenibili accuse circa la presunta volontà di rimuovere il crocifisso dalle aule. Dobbiamo invece preoccuparci di non rinunciare alla nostra azione di agenti liberali del mutamento sociale, e di non preferire piuttosto barcamenarci su questi temi per noi fisiologici, nell’illusione di esser così meno scomodi, quando invece resteremmo fuori della realtà appunto non opponendoci alla ricorrente offensiva degli ambienti teocon per instaurare una società chiusa.

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