La mancanza politica della componente liberaldemocratica (a Ferruccio De Bortoli)

Caro Direttore,

sul quotidiano da Lei diretto, sono apparsi nella rubrica Idee & Opinioni due articoli di  autorevoli opinionisti di area laica (Giuseppe Galasso e Massimo Teodori), circa una questione per anni oscurata: la mancanza, all’interno sia del Partito Democratico che del Popolo della Libertà, di una presenza politica liberaldemocratica.

Tali prese di posizione  testimoniano la fine di teorie sulla cresta dell’onda a lungo. La storia ha mostrato che centro destra e centro sinistra hanno concepito male  i rispettivi rapporti con il liberalismo e di conseguenza sono stati diversamente incapaci di proporre politiche anche solo vagamente liberaldemocratiche. Ora i due autorevoli opinionisti hanno il merito di dire che il re è nudo. E questo è già importante. La questione è se basti per una diagnosi e per la  terapia conseguente.

Escludo subito l’ipotesi che questo prendere atto possa poi essere funzionale al proseguire sulla linea delle teorie falllte. Sarebbe semplicemente non tener conto di tutto quanto è successo negli ultimi quindici anni e continuare a preferire le utopie alla realtà. Questo rifiuto della realtà il paese non se lo può più permettere.

Riscoprire i criteri liberali nel dare regole alla convivenza, non è una esigenza da missionari liberali, ma una necessità concreta per l’Italia nel mondo attuale. Una politica  con adeguati connotati liberali , proprio perché non è una formula libresca da apprendere a pappagallo, non è separabile dalla presenza di un gruppo che ha come dna il comportarsi da liberali. Una politica che oltretutto non si limita ai tradizionali diritti  ( in ogni caso importantissimi) ma un modo di fare tutte le leggi e di prendere tutte le decisioni di governo prefiggendosi sempre come obiettivo il cittadino nelle sue relazioni con gli altri cittadini. Una politica liberale non promuove campagne mediatiche che frustrano le riforme perché non si preoccupano delle conseguenze  nella politica, verso la politica e tra i vari gruppi di cittadini. Una politica liberale non esaurisce le riflessioni sulla globalizzazione economica in un torneo tra vecchie scuole e si impegna piuttosto a individuare sempre nuove regole indispensabili per utilizzarne la forza di apertura dei circuiti sociali contro i grandi monopoli corporativi e contro i protezionismi comunque denominati e giustificati. Una politica liberale non è opportunista sugli immensi problemi delle nuove frontiere della scienza e delle questioni biologiche, e consente alle istituzioni di affrontarli regolandoli secondo il criterio di dar spazio ai ricercatori e alle libere convinzioni di ognuno senza mai obbligare nessuno ad una verità comunitaria.

Per arrivare a questa politica, anche i liberali devono avere la loro rappresentanza. Occorre capire che il liberalismo è un sostantivo politico, non  un aggettivo specificativo di qualche altra idea o personaggio. Proprio perché la forza di apertura del liberalismo attraverso il conflitto democratico non può confondersi in partiti con un contrapposto filone culturale. Mettere su le alleanze sulle (poche) cose da fare di volta in volta, è indispensabile (specie in epoca maggioritaria) ma ben diverso dalla indistinzione. Però le alleanze non si possono fare se prima non c’è un peso identitario. Ovviamente deve essere chiaro che la mancata rappresentanza della liberaldemocrazia non è solo colpa dei molti non liberali. Anche i liberali hanno contribuito equivocando tra politica dell’individuo e piccole convenienze personali, trovando più comodo accodarsi ai più potenti che non fare dure lotte per la libertà (indispensabili sempre e dovunque, seppure in diverso grado). Resta il fatto che il nodo politico di fondo da risolvere per il paese è la mancanza di rappresentanza politica dei liberali.

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