Nella politica italiana tutti sono liberi, non tutti sono liberali

Società Libera sembra credersi autorizzata dal proprio nome a schierarsi contro i liberali in politica. Esprimersi apertamente ( vedi il riquadro sotto) è apprezzabile perché suscita un pò di dibattito politico, ma la tesi sostenuta manifesta solo la disperazione per un disegno fallito.

La tesi è l’apertura del quindicinale di Società Libera, scritta da uno dei suoi principali animatori, un antico socialista pre craxiano e mai craxiano, ai vertici di aziende di area non proprio privata, dedito un tantino snobisticamente ad una vita impolitica senza mai rinunziarvi sottobanco, che si è sempre mosso nelle acque del centro sinistra e che ha sostenuto prima l’ulivismo indistinto e poi la dissoluzione dell’opposizione, pur di favorire un manufatto, la fusione PD, nonostante fosse evidente in partenza il destino genetico di non attecchire.

L’occasione per il grido disperato sono, in coincidenza con l’avvio della fase congressuale del PD, le critiche dei liberalPD all’entrata del PD a Bruxelles nel nuovo gruppo socialista, ASDE, critiche motivate dall’aver capito bene che questo ingresso, nonostante le compunte cautele della stampa italiana nel comunicarlo, significa l’adesione del PD al filone socialista, anche perché quelli che erano della margherita vengono via dai liberali, dall’ALDE ( riducendosi a questo trasbordo la fusione del PD sbandierata come la nuova via).

Il quindicinale di Società Libera biasima i liberalPD facendo questo ragionamento. Sono dei liberali e siccome i liberali hanno vinto ed oggi possono essere utili al massimo come posizione culturale, si occupino di cultura e smettano di avere altre pretese. Questo ragionamento già non regge quanto all’assunto  di partenza ( i liberalPD non sono liberali in politica poiché non hanno effettivi comportamenti da liberali, il che è dirimente, siccome il modo di comportarsi è il cuore del liberalismo politico). Ma da un errore di giudizio, il ragionamento si trasforma in un fondamentale errore di concetto quando nega ai liberali ogni ruolo nell’azione politica ( per farlo giunge a dichiarare che vi sono superstiti liberali nel Popolo della Libertà quando da lunghi anni è chiaro e comprovato che l’affermazione “liberali nel centro destra” è un ossimoro politico: un liberale non può stare nel centro destra e chi sta nel centro destra non è liberale).

Tralasciamo qui la sensazione (non del tutto vaga) che il quindicinale di Società Libera sottintenda che la politica è potere e che la cultura non se ne deve occupare, un sottinteso elitario condivisibile solo dai conservatori e dai fautori di una lotta non democratica. E’ proprio assumendo che la cultura sia importante per la convivenza, che il grido del quindicinale di Società Libera, i liberali si occupino solo di cultura, rivela un aspetto davvero inaccettabile e preoccupante per le prospettive italiane.

Parlando in termini filosofici, se la cultura è importante per la convivenza ma non si deve occupare di politica , il quindicinale di Società Libera è in ritardo di qualcosa più di un secolo. Ai primi del novecento venne definitivamente chiarito, superando l’idealismo, che il razionale non è necessariamente il reale e che sono necessarie una serie di altre azioni perché possa diventarlo. Già allora balzò fuori che la cultura ha un senso pratico solo se ha un progetto per trasformare il reale, in altre parole se fa politica. Allora o i liberali fanno politica come tali ( ovviamente non in senso integralistico, foss’altro per interna coerenza metodologica) oppure chi si dice liberale e non lo è (perché appartiene ad un altro filone culturale) non può riuscire a fare una politica liberale , quanto meno in modi efficaci e in tempi minimali. Al massimo può studiare i testi liberali , impararli, ma se non appartiene alla cultura liberale e al suo senso critico resterà sempre un’altra cosa, pronta nell’azione a comportamenti incoerenti se non apertamente divergenti dal liberalismo. E siccome la politica è conflitto democratico e sperimentazione civile, l’escludere una cultura dal terreno politico priva necessariamente il confronto di una parte (quella liberale), dei suoi modi di interpretare il reale e dei suoi progetti per trasformarlo ( basati appunto, per i liberali, sul riconoscimento del  valore decisivo del conflitto democratico). Dunque impoverisce la politica e il governo promosso dalla politica.

La posizione del quindicinale di Società Libera pare non capire che sta proprio qui la causa storica del buco di liberalismo in Italia. La progressiva marginalizzazione del liberalismo politico nell’ultimo secolo, dai tempi di Casa Reale impegnata contro Giolitti per l’entrata nella prima guerra mondiale. E non avvertendo la questione, il quindicinale vorrebbe addirittura prorogarne la durata facendo di una questione di fatto (la marginalizzazione dovuta al revanscismo antirisorgimentale, ai pregiudizi ideologici di origine marxista, ripresi dalla mistica fascista e occhieggiati da alcuni filoni teo-con, alla mancanza di professionalità di una pubblicistica dedita allo scoop dell’evento e al profetismo invece che ad una attenta informazione sulla realtà ed i suoi rapporti ) una questione di principio (i liberali confinati nella cultura e fuori della politica), nonostante che già oggi i dati sperimentali mostrino che la marginalizzazione del mondo liberale è stata negativa nell’evolversi delle cose in Italia quanto a tempi e a clima istituzionale.

E non basta. Per meglio sostenere la sua assurda tesi dei liberali fuori dalla politica, Il quindicinale di Società Libera prova a reinventare il concetto stesso di liberalismo. Lo equipara all’anticomunismo, cercando di sfruttare l’evidente fallimento storico del comunismo. Il quindicinale di Società Libera dovrebbe però sapere che la natura dei liberali non deriva per niente dall’essere anticomunista, ma al contrario è la stessa natura di liberali che la porta ad essere “anche” anticomunista. Il comunismo è politicamente finito, ma non per questo è finito il liberalismo, che ha idee e progetti per l’oggi e per il domani duramente combattuti da altri avversari vivi e vegeti. Sotto il profilo ideale e storico, il liberalismo precede di almeno un secolo il comunismo e fin dall’inizio la dottrina antitetica al liberalismo è il conservatorismo, cioè la volontà ( immutabile nelle diverse epoche ) di non mutare nel tempo i rapporti della convivenza e di potere. Il marxismo è una forma modernizzata e totalitaria di conservatorismo, ove il padrone reale è  il conformismo di stato, l’obiettivo è utopico ( la società senza classi fuori del tempo storico), l’immobilismo e la miseria stabile ne sono la conseguente realtà.  Tutti i conservatori vorrebbero società chiuse dirette da grandi addetti, mentre il cambiamento liberale si sforza di continuo di aprire la società all’interagire degli individui. All’ingrosso  ( pensando al metodo di funzionamento e non al modello ) si può dire che il liberalismo permea in quest’epoca il contesto giuridico ed istituzionale dei paesi democratici. Non si deve tuttavia scordare non solo che ciò è il prodotto della spinta indefessa del liberali nei precedenti periodi storici ma soprattutto che è impossibile sostenere che gli attuali contesti giuridici ed istituzionali devono restare come sono e che non c’è niente da cambiare per rendere le condizioni di vita e le interrelazioni individuali aperte e in grado di affrontare le odierne sfide ben concrete delle illibertà. L’indispensabilità politica dei liberali dunque permane immutata anche in Italia.

I liberali hanno la specifica caratteristica di essere i soli ad inglobare nel proprio modo di essere due attitudini tra loro connesse essenziali per costruire le istituzioni: mettere al centro di ogni azione politica la libertà di ciascun cittadino e adeguare proposte operative ed istituzioni al passare del tempo ( e dunque per i liberali vi sono sempre lavori in corso). Gli altri non hanno queste due caratteristiche. La prima non la hanno perché perseguono differenti obiettivi, come lo statalismo, la classe, l’autorità, le corporazioni, la fede religiosa, le amicizie. La seconda perché gli altri hanno il solo intento di presentare dei modelli fissi spacciati per risolutivi e non di costruire delle istituzioni aggiustabili nel tempo in modo da rendere effettiva la libertà del cittadino commisurata alle condizioni di tempo e di luogo.

Il non volere i liberali in politica (poiché loro dovrebbero esercitare un’altra funzione) corrisponde all’impostazione di gruppi compìti nelle forme che però in sostanza vedono la politica come occasione per conservare i propri privilegi sociali e non si preoccupano di rispettare i rapporti con le esigenze della convivenza libera (che viceversa i liberali fisiologicamente si sforzano di promuovere). Gruppi che piuttosto che prendere atto del mondo quale è, lo rifiutano e pretendono che la realtà debba essere solo quella che dovrebbe essere jn base alla loro manifesta (secondo loro) superiorità morale. Il loro è un distacco elitario dal conflitto pluralistico delle convivenze democratiche. Se la prendono con i liberali perché, essendo in Italia più deboli, attaccarli serve a rendere gustosa l’egemonia e, sperano, a rafforzarla.

E il bello è che questi gruppi sono tanto più accaniti contro i liberali quanto più i liberali non sono integralisti, quanto più non confondono il pluralismo con il sistema proporzionale e quanto più rivendicano la loro funzione di fisiologici innovatori anche sostenendo posizioni di riguardo proprio verso il mondo tradizionalmente più attento alle questioni sociali, senza esserlo abbastanza per le questioni individuali, e verso la necessità di formare in Italia un’opposizione rispettosa nel profondo dello Stato di Diritto. Non volendo i liberali in politica, questi gruppi credono di dare maggior forza ad una sinistra più accattivante perché meno rigorosa e più alla moda ed al contrario la rendono ancor meno credibile presso l’opinione pubblica proprio perché la fanno avvertire come qualcosa senza spessore incline ai vecchi vizi leninisti dell’assorbimento degli altri a fini di potere. Tali gruppi dicono di voler fare opposizione, ma nei fatti, comprimendo i liberali, sono i migliori alleati della cultura che da il successo al berlusconismo.

Due notazioni finali. Una sul paragone del tutto fuori bersaglio tra il ruolo dei liberali nella società e i rapporti tra fisica e matematica. Non vi è alcuna attinenza. La matematica presuppone la realtà, da essa astrae alla ricerca di nessi e poi sviluppa in via di autonomia logica scovando pure relazioni o interpretazioni che non necessariamente rientrano nella realtà. La fisica tenta di cogliere la natura dei fatti e il funzionamento delle cose formulando ipotesi interpretative da sperimentare. Così utilizza la matematica non solo come sistema di calcolo ma talvolta come spunto per valutare l’applicabilità di nuove indicazioni non solo sperimentali e di insospettate relazioni supposte in ambito matematico. In ogni caso fisica e matematica puntano ad ampliare la conoscenza umana del reale ma non hanno l’obiettivo di trasformare i rapporti di convivenza tra umani e stabilire nuovi criteri di utilizzo umano della conoscenza a fini di libertà individuale. Obiettivo che è invece il fine fondamentale di ogni politica liberale. Inoltre in fisica e in matematica , analogamente che nella scienza, la discussione e il confronto sono determinanti. Lo sono pure nel caso della politica ma, a differenza dalla  politica, qui discussione e confronto non prescindono mai dai nessi logici o dai risultati sperimentali ( nonché dalla coerenza con essi delle ipotesi interpretative) e fondano solo su di essi i giudizi per la scelta evitando la meccanica del voto a maggioranza necessariamente comprendente anche  pulsioni emotive o credenze e soprattutto si sforzano di non influenzare con tale criterio maggioritario l’impegno ad una continua ricerca. Per la scienza ( analogamente che per i liberali) sono inconcepibili criteri egemonici di chiunque. E per simmetria anche l’esclusione di chiunque. Nei decenni, questa metodologia operativa di tale meccanismo è sempre più universalmente condivisa. Nessuno pone quindi il problema di delimitare settori di intervento invalicabili tra fisica e matematica o di reciproca rappresentanza. Infine fa sorridere qualsiasi liberale l’idea stessa di voler sostenere che il liberalismo ha vinto e che tutti ormai sono liberali. E’ una tesi assurda che vorrebbe eliminare il tempo e far finire la storia, mentre è tipico dei liberali ripensare di continuo le condizioni sociali e le istituzioni che regolano la convivenza tra diversi. La presunzione dell’omogeneo è un indicatore sicuro di illibertà. Nel complesso, dunque, quello del quindicinale di Società Libera è un paragone senza fondamento.

La seconda notazione è a proposito della casuale citazione  in calce al riquadro di una frase di un libro di Dahrendorf  ( “gli uomini hanno bisogno di qualcosa di più dei diritti e del denaro per vivere una vita piena e soddisfacente. Hanno bisogno di metri che diano senso alla loro vita, supporti orientativi per il loro cammino” ). Presentata avulsa dal suo contesto si presta ad un equivoco pericoloso. Di certo l’identità di ciascuno non dipende solo dai diritti e dal denaro. Sono proprio i liberali a dirlo, battendosi da sempre contro l’idea dell’identità unica. Ciò non significa, per Dahrendorf e i liberali, che è sbagliato dedicarsi a fondo al dare regole per promuovere il rispetto dei diritti o a dare regole riguardo la circolazione del denaro nella convivenza. Questioni politiche centrali per un liberale, di cui Dahrendorf si è occupato fino alla fine. Dare regole per queste finalità è essenziale perché tocca aspetti decisivi delle relazioni individuali e dello stare insieme. Senza di loro non si costruisce niente per lo Stato della convivenza. Ma questo non può mai essere confuso con la pretesa di escludere altri interessi  o altre attività d’altro genere in altri settori ( si pensi solo al vasto ambito religioso). Perciò lo Stato dei liberali non è invasivo, precettivo ed esaustivo. Di sicuro però, per la stessa ragione,  Dahrendorf e i liberali hanno sempre contestato la pretesa opposta, quella di non occuparsi di dar regole ai diritti e al denaro nel segno di valori fuori dallo spazio e dal tempo, che dicono  di essere più umani e invece agevolano l’autorità dei più forti (si pensi alla lungimiranza dell’impostazione cavourriana). Allora, se alla citazione si da una lettura avulsa dal contesto, sarebbe possibile anche questa seconda interpretazione politicamente illiberale.

Insomma, è comprensibile che il quindicinale di Società Libera usi le sue notevoli risorse per cercare di propagandare le sue convinzioni. Che sono appunto quelle di una società libera, e dunque di sicuro una società democratica ma non per questo una società liberale. La società liberale è cosa assai più complessa e più evoluta proprio perché , in ogni condizione storica, si propone di favorire la più alta e più estesa espressione delle differenze e della libertà individuale. E che dunque è connaturata e non estranea alla politica. Nei decenni passati, i fautori del sole dell’avvenire respingevano il liberalismo perché lo bollavano quale ideologia di classe legata alle infrastrutture borghesi; ora corrono a teorizzare che il liberalismo, siccome ha vinto, è divenuto inutile in politica. Lo scopo resta il solito. Evitare che il liberalismo in politica esplichi la sua carica di partecipazione attiva, che disturba il manovratore di turno, e le sue parole d’ordine perché serve ad esercitare il senso critico e a dissolvere (davvero, non a discorsi) le concentrazioni di potere in essere con il fine di spingere alla società aperta. Stando a questo riquadro, il quindicinale di Società Libera non intende rafforzare l’idea liberale, ma confinarla e corroderla. Auspica una società libera ma non una società liberale.

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