Contro le concezioni distorte sul referendum

Non intendo girare intorno con le parole alle questioni politiche centrali dell’articolo di C. Sono tre e dimostrano ( le cito in ordine rovesciato per comodità espositiva) una percezione del tutto distorta delle natura dell’istituto del referendum in generale, di questo referendum in particolare e  delle condizioni strutturali delle democrazie occidentali.

In generale, è completamente fuorviante scrivere che “Il quorum rende i referendum una consultazione impari”. Perché i referendum abrogativi non sono come una normale elezione politica o amministrativa. Nei referendum abrogativi non si parte da zero, e cioè dalla proposta dei referendari, si parte dalla legge che è stata approvata in Parlamento. E così la Costituzione, per tutelare la centralità del Parlamento, ha posto il vincolo che per abrogarla deve andare alle urne almeno la maggioranza degli elettori. La tesi del voto impari, se fosse presa per buona, indirizzerebbe la Repubblicana Italiana sulla prospettiva di essere una democrazia diretta e non più una democrazia parlamentare. Siamo pronti a discutere di questo se si vuole, ma non partiamo da una cosa contraria alla odierna realtà.

In particolare, il referendum Guzzetta non  “ha provato a bonificare il Porcellum dagli incentivi normativi più manifestamente anti-bipolari e ad indicare al Parlamento una linea di riforma più compiutamente bipartitica” . Questa era l’accusa, dimostrata punto per punto, avanzata dal nostro Comitato, no quanto per mesi hanno detto i Promotori. Se avesse reso esplicita questa motivazione il referendum avrebbe probabilmente battuto il proprio stesso record negativo assoluto di partecipazione storica al voto. I Promotori hanno invece sostenuto con insistenza due tesi indubbiamente false: che il referendum avrebbe abrogato il porcellum e che, se il referendum fosse passato, il Parlamento sarebbe stato costretto a fare una nuova legge. Cose che bastava leggere il testo dei quesiti e della legge per vedere false. In realtà, il referendum non abrogava una cattiva legge, la rendeva ancora peggiore. E se il referendum fosse passato, le modifiche sarebbero entrate immediatamente in vigore. Lo stabilisce in modo inequivoco la legge vigente. In ogni caso i dettagli di questi primi due punti si trovano su www.battilo.it

Vi è poi la valutazione delle condizioni strutturali delle democrazie occidentali. L’articolo di C. , anche qui, esprime un’idea tipicamente aristocratica, che rientra nelle logiche del quarto di secolo liberista conservatore presenti soprattutto nel mondo USA , ma che  di fatto non ha riscontro nelle democrazie occidentali e che, per quanto è stata messa alla prova, è miseramente fallita. Non esiste una democrazia bipartitica, è un invenzione italiana, un paese in cui ci ostina a leggere come bipartitiche democrazie che non lo sono. Palesemente non lo è la Gran Bretagna e non lo sono neppure, seppure per ragioni diverse, gli USA . Là le primarie durano molto a lungo e incarnano una logica di molteplici partiti che sono in lotta come in un torneo di tennis o nei mondiali di calcio. In due restano solo alla fine. Il cuore della democrazia non può essere che il pluralismo delle diversità.

Questa è stata la vera battaglia combattuta nel referendum. Il gruppo molto nutrito di poteri davvero forti ( e cioè due terzi del PD, la maggioranza del PDL, tutta Repubblica, il grosso redazionale del Corriere della Sera, per non dire altro) puntava ad arrivare al partito solo al comando e a soffocare il pluralismo. Gli italiani hanno detto un chiaro no ( che si aggiunge al risultato delle Europee , dove anche qui i due maggiori partiti prendono solo il 61%, l’altro 39% degli italiani vuole altro). Con la riforma voluta dal referendum, le trattative di potere sarebbero state senza dubbio agevolate, ma si sarebbe persa per strada la democrazia liberale. Così come si perde tutte le volte che alla contrapposizione aperta e sulle diverse idee e progetti per governare, si preferiscono le logiche consociative della spartizione del potere e delle coalizioni solo per primeggiare e poi fare inciuci sotto banco. Questa è la vera radice del fallimento della costruzione del PD e del fatto che, palesemente, il dopo Berlusconi appare così problematico per il Popolo della Libertà.

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