La libertà nella convivenza

Scritto per la rivista LIBRO APERTO

La questione della libertà del cittadino si impone con sempre maggior chiarezza come la questione centrale della convivenza. Nel concreto, una convivenza è tanto più aperta e democratica quanto più è improntata alla libertà. Non la libertà come omaggio retorico, più o meno un rituale teorico e comunque non operativo, ma come caratteristica essenziale dell’esprimersi di ciascun cittadino e del rapportarsi tra cittadini. Da vivificare sempre nella pratica con leggi adeguate. Per questo non è possibile parlare di religione della libertà riducendo la libertà a categoria della religione, religiosa o giacobina, e rompendo l’essenziale collegamento  tra il concetto di libertà e l’effettiva libertà del cittadino.

 

La libertà politica è cosa molto più complessa della libera disponibilità interiore di ciascuno, anche se la presuppone. A differenza di ogni dogmatismo di qualsiasi Chiesa, la libertà di ognuno non è finita, non è riducibile a verità assoluta, è strettamente collegata al mondo. Relativamente a ciascun individuo,  la libertà è frutto dell’esercizio del proprio senso critico. E nella convivenza ci sono tante libertà quanti sono gli individui che la perseguono. Non esiste una libertà assoluta applicabile in modo conforme. Non può essere una religione che sovrasta i cittadini. Perciò la libertà di religione non va confusa con la religione della libertà. E non a caso. Per i liberali costruire la libertà del cittadino significa, nel quadro di un fisiologico conflitto democratico, dare alla convivenza regole istituzionali per il dispiegarsi delle diversità individuali.

 

Oltre due secoli fa, lo spirito liberale della rivoluzione francese portò all’uso di piantare nelle principali piazze l’Albero della Libertà. Non per caso, questo albero fu una delle prime cose abbattute con il ritorno dei conservatori. Si voleva impedire che mettesse radici e crescesse, tramandando la metaforica  indicazione che la libertà non può essere statica, evolve, deve essere liberazione. Se non è liberazione delle strutture istituzionali e riconoscimento del ruolo delle identità di ogni cittadino, non è libertà.  Sono caratteristiche che non contrappongono né dividono i cittadini ma consentono di manifestarne le differenze. Lo scopo della libertà non è unire, è quello di dare concretezza al diritto di ciascuno di essere diverso. E così per gli altri cittadini. Sono le regole dell’affidarsi alla libertà di ciascuno che potenziano la convivenza rendendola più libera. La levigata e massiccia società unicà è un’illusione che nei secoli ha prodotto infiniti lutti, perfino il conformismo massificante di tutte le ideologie che hanno cercato di trasformare la celebrazione della libertà nella festa della propria verità. Le società libere sono naturalmente percorse dalla divisione dei differenti apporti individuali. Questi apporti individuali, chiunque può darli, ma poi, in sede storica, non è mai possibile equiparare idee e comportamenti di chi si è comunque battuto contro la libertà del cittadino con idee e comportamenti di chi si è battuto per la libertà.

 

Per di più, la storia dimostra che chi si batte per la libertà delle differenze possiede anche una miglior capacità di incanalare verso un unico obiettivo, a seconda del dato momento storico, le profonde divaricazioni originarie. E’ un po’ il destino dei liberali. Dare alla politica contributi importantissimi eppure venir costantemente trascurati come fastidiosi teorici – proprio loro che delle teorizzazioni sono nemici dichiarati – al punto da esser accanitamente nascosti nelle analisi e poi nelle ricostruzioni fatte dai rigidi fedeli ( loro sì i continui falliti della storia) del mondo religioso, delle classi, delle utopie , dei modelli, e dei mille modi con cui si tenta ossessivamente di escludere il tempo dalle cose della politica. Molti non si accorgono neppure che puntare all’unità, alle organizzazioni chiesa, alla indistinzione, confligge nel profondo con la libertà del cittadino.  Ecco perché chi persegue il pluralismo e intende non perdere il legame con la realtà,  si sbaglia gravemente e si contraddice se cede alla tentazione di bloccarsi sul bipartitismo.

 

In ogni momento e luogo, è normale in politica proporsi di raggruppare la scelta dei cittadini su questo o quel tema. Purché non si abbandoni la logica del pluralismo e non si prescinda neanche un attimo da una totale consapevolezza da parte di tutti, dei promotori e dei protagonisti, che il tema su cui si raggruppa e il modo di raggruppare restino attinenti alla questione cardine, come agevolare la libertà del cittadino. Non si può confondere la necessità di essere vicini alla semplice sensibilità delle persone normali, il popolo, con il render facile ogni cosa per poter dar regole alla  convivenza seguendo un modello rigido e funzionale a poche identità di tipo collettivo. Accantonare anche solo in parte il principio della libertà del cittadino, non consente poi di evitare il dirigismo più o meno esplicito. Insomma, la libertà politica non deve mai imporre la libertà di uno o di alcuni a quella di tutti gli altri. Solo in questa accezione liberale, coesistono fattivamente la libertà da qualcosa e la libertà di fare.

 

Tutti questi non sono problemi accademici, fanno parte della realtà. Di continuo, nella attività politica, emerge la necessità di prestare attenzione ai complessi aspetti della libertà individuale. Si possono fare due importanti esempi attuali, uno molto generale, uno italiano più contingente. L’esempio generalissimo viene dalle riflessioni sulla natura del capitalismo investito dalla crisi in corso. Appare evidente che i gravi errori politici del governo Bush e quelli economici dei grandi gruppi bancari e delle burocrazie finanziarie non sono stati casuali. Sono figli della mutazione nella natura del capitalismo. Dal capitalismo di risparmio, fondato sullo spirito di responsabilità nel lavoro innovativo e sul limitare i consumi immediati, così da poter disporre di un domani soddisfacente, si è passati in modo sempre più accelerato ( e, diciamolo, molto spensierato ) al capitalismo di debito, ispirato allo sganciare il denaro circolante dal lavoro o dai prodotti realmente innovativi e al consumare nell’immediato senza freni , così da poter accaparrarsi il massimo possibile subito e senza curarsi degli altri. L’esperienza ha dimostrato che il capitalismo di debito indipendente dal debito non può reggere. O, in altre parole forse più penetranti, che non può reggere un capitalismo distaccato dal tempo e dalle persone.

 

Questo è infatti il capitalismo di debito. Pensare che ogni cosa si concentri nell’oggi e che la libertà individuale si esaurisca nell’aver mani libere per ottenere riconoscimenti di successo e bonus finanziari per la propria attività. Come se il domani fosse irrilevante, gli individui fossero solo quelli di successo e il mercato della circolazione di beni, persone, servizi ed idee si riducesse ad una mera disputa di accaparramento. Tutto oggi a chi è più bravo in sveltezza, agli altri mai nulla. Ciò è l’esatto contrario di una società aperta che, proprio perché si fonda sulla libertà di ogni cittadino (e non di un gruppetto), è di continuo attenta ai meccanismi che garantiscano il merito e insieme le attitudini e capacità di ciascuno di esprimersi nel tempo, di poter sempre ripartire con nuove possibilità.  Eppure, per ricominciare a tener conto del tempo, non si può tornare semplicemente al vecchio capitalismo di risparmio. Si deve escogitare un rinnovato sistema che inglobi la volontà consumistica indotta appunto dal risparmio ma che ci preservi dalla logica fuori del tempo e selvaggia del capitalismo di debito. Perciò non può essere un modello rigido. Ora  più che mai occorre reinnescare un mercato funzionante. Che attinga alla libera inventiva di ciascuno, che venga regolato da una partecipazione prodotta dal conflitto democratico e che sia attenta non solo agli interessi dei possessori di un determinato bene ma anche agli interessi dei cittadini che vivono attorno a quello stesso bene e dal cui processo produttivo sono influenzati. Niente di tutto questo si può fare in una logica che prescinda dalla libertà individuale.

 

L’altro esempio, quello italiano e assai recente, si trova nella proposta ufficiale  di istituire un fascicolo elettronico unico per tutta la vita del lavoratore. Dovrebbe includere ogni dato che concerne il lavoratore, dai posti di lavoro alle vicende di salute, dall’infanzia in poi. Qui balza evidente che l’indispensabile uso  degli strumenti digitali deve servire a potenziare la libertà individuale del cittadino, non a ridurla. Dunque occorre molta attenzione. Nel fascicolo elettronico si deve differenziare in modo selettivo l’accesso ai dati della salute, così da escludere la possibilità che divengano preda di estranei ( assicuratori o datori di lavoro ) per essere usati in campo assicurativo e nella gestione del personale a danno proprio del singolo cittadino. Del resto, la problematica delle  norme di sicurezza non parte da zero. Il Garante della Privacy ha già dato indicazioni per proteggere i dati personali e sta conducendo, per concluderla alla fine di maggio, una consultazione di tutte le  associazioni, organismi, professionisti in vario modo coinvolti ed interessati alla materia. Ed è certo che l’antidoto principale ai possibili abusi è tener saldamente presenti i problemi della libertà individuale. Al riguardo, non cadiamo nel tranello di pensare al rifiuto dei moderni mezzi informatici per salvaguardare la libertà.

 

Come sempre, la libertà può essere salvaguardata solo esercitando il senso critico e trovando regole adeguate. Per andare avanti con la vita, senza accantonare mai le private diversità  individuali  dei cittadini nel costruire le istituzioni della convivenza.

 

 

 

Questa voce è stata pubblicata in argomento Politico, LIBRI, OPUSCOLI e TESTI NON BREVI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.