La prospettiva dell’azione politica liberale in Italia

Saluto al 5* Congresso Nazionale del Nuovo PLI a Roma a nome della delegazione della Federazione dei Liberali

Cari amici,

la delegazione della Federazione dei Liberali – nata nel febbraio del 1994 nella stessa sala e contestualmente allo scioglimento del Partito Liberale Italiano, e poi entrata come nuovo soggetto nelle organizzazioni liberali internazionali –  porta cordiali saluti al vostro 5° congresso.  Dopo che gli anni 2000 ci hanno visto su posizioni politiche diverse, siamo qui per dar seguito all’accordo che stipulammo all’inizio della campana elettorale 2008, reso attuabile  dalla Vostra fuoriuscita dal centro destra e dalle sue liste del Popolo della Libertà.

Con questo accordo stabilimmo due punti politicamente essenziali. Che i liberali italiani decidevano di presentare per le elezioni Europee 2009 un’unica lista che rappresenti in Italia la linea politica e culturale del liberalismo internazionale . E che I liberali italiani confermavano la loro differenza politico-culturale rispetto alle famiglie  europee socialiste e popolar-conservatrici rappresentate in Italia dal Partito Democratico e dal Popolo della Libertà, che hanno assunto una connotazione leaderistico – plebiscitaria lontana dal liberalismo. Su questi punti e nel loro spirito, collaborammo insieme alle televisioni, alle radio, con comunicati, con contatti diffusi, alla campagna della lista liberale da Voi presentata. Nei mesi successivi abbiamo proseguito in assidui rapporti di collaborazione , però  progressivamente è emersa una distinzione. La vostra tendenza ad  interpretare l’unica lista per le europee come una lista del Partito Liberale, che secondo voi, dovrebbe rappresentare tutto il liberalismo italiano entro di Voi riunito. Vi dicemmo subito,  in modo franco, che questa interpretazione della lista unica liberale alle europee secondo noi non reggeva. Non tanto per motivi formali di interpretazione dell’accordo  ma per decisivi motivi di sostanza sia culturale che politico elettorale.

Sul piano culturale , a noi pare evidente innanzitutto che, nell’ottica di costruire una casa comune a tutto il mondo liberale e liberaldemocratico che resta l’obiettivo comune, il richiamarsi al PLI storico non possa per la strada cambiare natura, da richiamo divernire una rifondazione anacronistica con la pretesa di assorbire tutto e tutti. Dallo scioglimento del PLI storico sono trascorsi già quindici anni , politicamente oggi un’era geologica. Non solo votano oggi giovani che a mala pena sanno cosa è stato il PLI, che ignorano chi fossero Malagodi, Bozzi, Valitutti e che, se si parla di Martino, pensano all’euroscettico forzista Antonio invece che al liberale Gaetano che dell’Europa è stato uno dei costruttori decisivi. Ancor più sono profondamente mutati i contesti sociali, i protagonisti politici, i problemi emergenti dei cittadini, le proposte degli altri soggetti partito, le tecniche di informazione capillare, in breve è cambiato il mondo.  E inoltre, il vostro Partito Liberale,  proprio perché rivendica con orgoglio la celebrazione di questo 5° congresso, non può insieme pensare di contenere l’intera area liberale. Ad esempio noi fummo tra gli undici fondatori dell’Ulivo, poi ce ne distaccammo circa dodici anni or sono e siamo sempre stati contro la Casa delle Libertà e insieme contro la prospettiva del PD. E poi ci sono altri gruppi, come il Coordinamento dei Liberali, o il Forum per l’Unità dei Repubblicani che fisiologicamente non possono rinserrarsi nel solo Partito Liberale.

La memoria ho detto, deve essere conservata, ma le energie liberali sono sempre rivolte al futuro. E il futuro è una posizione liberale autonoma , il progetto liberaldemocratico, il cui messaggio precipuo sia la libertà del cittadino come fulcro della convivenza e l’opposizione alle linee politico culturali del Popolo della Libertà e del Partito Democratico. Popolo della Libertà e del Partito Democratico sono tra loro differenti ma hanno in comune, cosa tipica delle forze illiberali, il rifiuto della politica come elaborazione di proposte e come comportamenti , rifiuto che necessariamente conduce alle derive leaderistico plebiscitarie che ormai sono un loro tratto comune. Del progetto liberal democratico esiste anche un elaborato programmatico di spessore che traduce in termini operativi  le idee e i principi, e che significativamente fu denominato al suo apparire Noi ragioniamo. E’ in corso una rielaborazione per renderlo ancor più attuale in  vista della lista alle europee , sulla quale collaborano significativi soggetti strutturati sul territorio, in primo luogo i Liberal-Democratici degli on. Tanoni e Melchiorre, che, usciti dal cantiere del PD per comprovata impraticabilità liberale, hanno saggiato il Popolo della Libertà per tre mesi, traendone le stesse conclusioni negative fin dallo scorso maggio ed oggi sono molto attivi per costruire la lista. E poi diversi altri soggetti,  cui guardiamo senza alcuna preclusione, salvo il richiedere un coerente impegno politico su grandi linee.

Linee che emergono chiare per un progetto di lista liberale,  riformatrice e gruppi moderati. In Europa, nel partito ELDR e di conseguenza nel relativo gruppo parlamentare; in Italia, ben distinti dal Popolo della Libertà e dal Partito Democratico. Non confondendoli tra di loro, per poter meglio confutare da liberali l’uno e l’altro. Il Popolo della Libertà promette di essere un partito espressione di un centro destra conservatore seppure dal volto accattivante e dedito a promuovere il consumo facile, statalista neppur troppo velatamente ( vedi fino all’ultima uscita del Presidente del Consiglio sulla nazionalizzazione delle Banche), decisamente incline a legiferare soddisfacendo le gerarchie religiose ( principalmente ma non solo quelle cattoliche), propenso al conformismo comunitario dell’opinione pubblica, con un tratto di tracotanza che lo induce a continui interventi di forza che in sostanza non tengono  in alcun conto la partecipazione. La politica liberale è un’altra cosa, quasi punto a punto. Quanto al Partito Democratico , proprio per la sua maggiore consistenza numerica, è il responsabile maggiore del prevalere nel paese, per mancanza di un’opposizione propositiva, dell’antipolitica di massa da anni crescente e coccolata , che la sinistra ha tentato inutilmente di nascondere con i girotondi, con i comici in trasferta e con la demonizzazione. Se l’antipolitica ha prevalso, non è avvenuto casualmente per uno scherzo del destino. E’ avvenuto per precise  responsabilità, che molti hanno denunciato e scritto anni prima.  Anno per anno si è radicata l’idea di ricopiare la discesa in campo nel centro destra ed abbandonare la coalizione di centro sinistra sostituendola con un partito unico indistinto per cultura, senza progetto programmatico, senza spirito di governo  e, diabolica trovata finale del maanchista, senza partecipazione reale di nessuno se non il capo, plebiscitato per aver escluso concorrenti veri, e lesto a tirar fuori di tasca i foglietti con l’organigramma delle cariche e sancire la cacciata di tutti salvo il dipietrismo.

Un noto parlamentare che da Forza Italia è da poco passato nel vostro partito – permettetemi una battuta, si può dire novello Paolo folgorato su una via, quella dell’Hotel Mantegna – ha scritto  che  nel PD c’era del buono ma il risultato è perdente.  A me pare che il risultato è perdente perché è l’idea stessa del PD ad essere del tutto inadeguata per affrontare e per governare i problemi di una società moderna, nel quadro, per di più,  della globalizzazione crescente nell’ultimo decennio . Non balocchiamoci a dare la responsabilità alla sinistra ,  non additiamo al pubblico ludibrio la mitizzata frastagliazione delle forze che darebbe spropositati poteri ai piccoli nanetti – come dire che l’insistenza di noi liberali per la centralità del singolo cittadino è in pratica un attentato al buon governo e alla possibilità di istituzioni solide – . Non facciamolo, Si tratta invece del fatto  che in democrazia non è possibile costruire un partito sul vuoto di principi condivisi, di analisi della realtà, di proposte concrete per edificare le istituzioni e per assicurare che nessun cittadino resti indietro, quanto a povertà economica o a carenza di diritti.

Del resto, quanto va profilandosi in queste ore nel PD è una risposta burocratica ad una gravissima carenza di progetto politico. E di fatti in queste ore, si va parlando di organigrammi, di squadre da equilibrare, di sopravvivere con il vuoto politico attorno. Pochi se non punti, sembrano accorgersi di un dato oggettivo,  vale a dire che sarebbe urgente una iniezione di sano , buon vecchio dibattito politico sulle idee e sulle scelte. A cominciare dal trattare il rapporto laici religiosi. Non per  gettare questo rapporto tra i rifiuti di pessimo gusto – questo in sostanza fa intendere stamani il solito professor Salvati sul solito Corriere della Sera – ma perché questi due mondi sono destinanti strutturalmente ad essere distinti per cultura ed attitudini – evolutivo ed attento al senso critico dell’individuo il primo, staticamente conservatore e fautore della tradizionali impostazioni comunitarie il secondo – .  E’ impossibile stabilire per decreto che questi due mondi  sono tra loro indistinti in quanto la loro distinzione sarebbe cosa del passato, quando le cose della vita sono lì a mostrare che questa distinzione fa parte della esistenza di tutti i giorni, e dunque deve essere di continuo affrontata, non con accordi tra potentati o con formule di sostanziale equiparazione di mentalità laica e mentalità religiosa , ma nella formula della libertà di religione nell’ambito dello Stato che fin da metà dell’ottocento Cavour e Mazzini avevano proposto con grande efficacia, anche se con grande scandalo dei benpensanti avvinti al potere temporale. Per parafrasare il distacco dalla realtà che affligge il PD, sono esemplari le considerazioni pubblicate da un Corriere della Sera in gramaglie dopo anni di esaltazione del PD e del veltronismo, in un intervista al sociologo Barbagli. Il sociologo Barbagli afferma che , dopo lunghe e tormentate pene , è riuscito a tenere distinti l’essere un ricercatore e l’essere un uomo di sinistra. Ora ha deciso che può essere un ricercatore e nient’altro,  dal momento che è impossibile conciliare le due cose . Appunto. Solo il liberalismo ha fisiologicamente un’impostazione che con il senso critico riprende la logica della ricerca e col concetto di  istituzioni   rivisitabili di continuo riprende la logica conoscitiva della scienza e del suo fecondo criterio di fallibilità. Solo i liberali possono essere dei ricercatori.

In verità, sul punto le cose non stanno  come ha scritto il novello Paolo sulla via di Damasco. Non è che, senza un partito che sappia parlare al cuore e alla mente degli italiani di sinistra, la democrazia si atrofizza e non è un bello spettacolo. Il principale buco che per decenni si è scavato sotto i piedi degli italiani, è un buco di liberalismo. Nostro compito è proclamare alto e forte che è proprio perché non c’è sufficiente liberalismo nell’arena del confronto politico, che  la democrazia si atrofizza e non è un bello spettacolo, come da lungo tempo ormai si avverte in Italia. Questa è la missione profonda e non contingente che ci proponiamo con la lista comune alle elezioni europee. La lista di chi è orami convinto che i problemi del paese non si affrontano con le ricette neoconservatrici , non si affrontano con l’amarcord vetero gauscista, oppure con tante buone intenzioni assistite dal vuoto di progetti. E neppure saltabeccando da una parte all’altra alla ricerca di protezione da parte del potente di turno, come purtroppo fin qui hanno continuato a fare i radicali. Né mescolandosi a chi progetta la riesumazione della vecchia democrazia cristiana, quella UDC che si contraddistingue per la lontananza da ogni impostazione degasperiana, che prevedeva la collaborazione con i liberaldemocratici e non il loro soffocamento di principio. D’altra parte, per dei liberali mi pare difficilmente proponibile pensare di fare un’alleanza esclusiva e qualificante con un partito come lo MPA che fa parte del centro destra, che annovera nelle sue file membri del governo, che  in partenza esclude ogni possibiliià di elezione per un liberale e che, oltretutto, pare intenzionato a garantirsi il 4% alleandosi con la destra dell’ex ministro Storace , chiaramente promotrice di politiche non liberali.

Ci pare evidente che il nostro compito di liberali è lavorare a riempire il buco di liberalismo che affligge il paese, partendo dal mettere in cantiere il progetto liberale democratico in occasione delle Europee di giugno. Anche perché, facciamo bene attenzione, oltre le condizioni politiche assai favorevoli, da ieri l’altro e da ieri si è profilato un quadro legislativo che è meno penalizzante nei nostri confronti. Con la legge del 18 febbraio, non è più esatto che i  seggi italiani a Bruxelles saranno ripartiti solo tra le liste sopra il 4%; i seggi pieni saranno ripartiti con il 4% per cento, ma per i seggi restanti  concorreranno anche i resti delle altre liste, quelle che non hanno raggiunto il quoziente nazionale. In pratica, sopra l’ 1,5 per cento di nostri voti è possibile scatti un deputato eletto. Con la conversione di un decreto legge fatta il 19 febbraio, che ora deve essere vagliata alla Camera tra le lacrime del Corriere, in ogni caso superando il 2% dei voti si avrà diritto ai rimborsi pubblici per le spese elettorali.

A noi dunque sembra che non dovremmo lasciarci sfuggire questa occasione di presentarci tutti insieme in una lista per le Europee con un’immagine giovane ed aperta,  con un simbolo di nuova struttura, verso il partito ELDR e in vista del più generale progetto liberal democratico. Naturalmente, il nocciolo politico delle considerazioni che vi ho fatto in questo in saluto sono per noi un punto fesrmo e al tempo stesso, ci pare, assai ragionevole tra liberali. Ciò mi spinge a concludere questo saluto anche con cenni che potrebbero sembrare andare oltre un saluto. Non credo sia così, perché un saluto ad un Congresso è un atto politico e non un passo di galateo. Noi siamo stati colpiti dalle numerose e non banali controversie che hanno contraddistinto la preparazione di questo vostro 5° congresso. Insieme alla vivacità del dibattito, salta all’occhio che la gran maggioranza di coloro che attaccano il Segretario qualificandolo solo come segretario uscente e scrivendo che fa proposte senza senso , sono , per loro stessa dichiarazione, mai stati iscritti prima al Partito Liberale, oppure ne erano usciti proprio per la Vostra scelta alle politiche, e comunque aspirano ad iscriversi al PL solo perché non ne condividono la scelta politica e vorrebbero riportare la vostra sigla nel Popolo della Libertà. Anche se poi sembra si siano resi conto della assurdità della richiesta – il Popolo della Libertà sta notoriamente nel PPE – ed abbiano precisato, vogliamo riportarlo non nel Popolo della Libertà ma nel centro destra, lo snaturamento politico culturale del vostro partito sarebbe lo stesso.

Prima di tutto ad un partito ci si iscrive solo condividendone idee e scelte di indirizzo. Pretendere di essere i veri interpreti del liberalismo, proponendone un’immagine del tutto contraria a quella che è scritta nei testi, che indicano le organizzazioni liberali internazionali ed europee, che è avvalorata  dall’esperienza storica, che è proposta da chi non ha mai smesso di comportarsi da liberale, è una bizzarria che, oltre a non nascondere il vero intento di sostituire il segretario De Luca attraverso una sorta di Offerta Pubblica di Acquisto, confonde gravemente le questioni politiche. Un partito non è una candidatura che si può decidere con primarie aperte a tutti i cittadini ( e comunque in America, in quei pochi stati che lo fanno, si attivano procedure più complesse). E’ un’organizzazione aperta a chi ne condivide idee e azione, non a chiunque qualunque possano essere le idee professate. La nostra Costituzione fissa il diritto di associarsi e l’obbligo di regolare democraticamente i partiti. Ma non prevede un diritto di iscriversi a qualsiasi partito a proprio capriccio. Abbiamo avuto l’impressione che vi sia chi pensa che, contrariamente alla lezione di Einaudi il quale ammoniva che la politica non è una società per azioni, cerchi di approcciarsi al vostro partito con la logica del pallottoliere, per poter operare una mutazione genetica del partito e del liberalismo, per poi  vantare meriti di conquista alla corte del Popolo della Libertà. Per questo, vi avevamo proposto con altri amici l’opportunità di uno slittamento del Congresso a dopo le Europee; e tutt’oggi, almeno noi, ci auguriamo che il vostro congresso possa non voler  cambiare  la natura profonda del liberalismo e le scelte da voi fatte l’ultimo anno. Comprenderete che anche noi verremmo toccati qualora dovesse invece passare l’idea che il centro destra è l’approdo dei liberali, addirittura quando , per fare un esempio, c’è una proposta legislativa importantissima per la convivenza, il testamento biologico, e il centro destra sta accanitamente proponendo una formulazione secondo cui non verrebbe sancita la libertà di ogni cittadino di scegliere le condizioni della propria morte, ma al contrario si intende ricondurre le scelte del cittadino sotto il controllo pubblico del politicamente corretto. Scegliere di essere alleati del centro destra , significa rinunciare in partenza alla nostra missione di colmare in Italia il buco di liberalismo. Per quanto ci concerne, questo non lo accetteremmo. Già siamo riusciti, in qusto caso attraverso vie legali , a impedire lo scippo del nome Partito della Libertà e a fare mutare il nome in Popolo della Libertà. Non resteremmo certo politicamente rinunciatari se si dovesse verificare questa denegata eventualità.

Ovviamente  mi auguro che la vostra saggezza vi porti a decidere di prendere parte insieme a tutti gli altri al tenace lavoro politico per la lista liberale, riformatrice, moderata alle europee e a più lunga scadenza per il progetto liberal democratico.

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