Discussione a proposito della libertà in Benedetto Croce

Un confronto ragionato con il dr. Livio Ghersi a propostio del giudizio sulla concezione di Piero Ostelino su Bemedetto Croce.

Caro Ghersi,

il Tuo pezzo su Croce,  categorie e spirito, è come al solito molto argomentato ( e approfondito) a proposito di quanto ha scritto Piero Ostellino sul fatto che Croce vedesse nella libertà “una categoria dello spirito”. Solo che i Tuoi argomenti non smentiscono questa tesi , anzi la rafforzano nella sostanza.  Eppure ne vorresti derivare l’impressione  –  di cui non colgo il nesso – che “gli italiani ne traggono la conclusione che il povero Croce fosse poco più di un imbecille”.

Tu rilevi che secondo Croce “la libertà precede ogni possibile categoria perché senza libertà lo spirito umano non potrebbe esprimersi e svilupparsi” e che Croce “le riconosceva questo carattere di motore dello Spirito”. Considerazione  giusta e condivisibile da ogni liberale. Ma è una considerazione  che conferma  quanto ha scritto Ostellino, senza peraltro che sia logico darne la lettura di volontà minimizzatrice o addirittura irridente nei confronti di Croce che Tu ne vuoi dare. Proprio perché per Croce la libertà era al di fuori e prima di ogni categoria, la sua filosofia della libertà ( nonostante la sua scelta di essere anche impegnato in politica come Presidente del Partito) finisce per essere una categoria dello Spirito e strutturalmente debole nelle sue sinapsi con le cose del mondo. Questa, del resto, è in pillola la sostanza della lunga polemica che Croce ebbe negli anni ’30 con Einaudi. Il quale sottolineava l’importanza decisiva che, nella realtà quotidiana, ha la libertà di esser capace ( a differenza di altri sistemi) di  costruire istituzioni in grado di rendere liberi i cittadini, di garantire questo effetto e perciò di raggiungere un maggior benessere materiale di ciascun individuo. Da qui discende, senza salti logici, la concezione di libertà, per usare le parole di Ostellino,  come categoria della realtà, empirica, storica, E sostenere questo non irride Croce. La libertà dello Spirito resta decisiva ma poi, per quanto concerne la politica, la libertà si deve calare tra le cose da fare.

( una nota personale; è fuori bersaglio la tua tesi secondo cui essere empirico vuol dire non sapere di principi astratti, al contrario tutta l’attività conoscitiva empirica si basa sulla ricerca di regole astratte e fallibili tratte intellettualmente appunto dalla verifica della realtà ).

Dalla Tua osservazione sulla libertà in Croce – categoria dello spirito, secondo l’etichetta di Ostellino  e della FdL – deriva quale conseguenza necessaria l’idea crociana del Partito dei Liberali come prepartito. L’idea di prepartito che in qualche modo informa e guida tutti gli altri partiti, è un’idea che è molto diffusa ( non solo e non tanto perché crociana) ma che mina alle fondamenta l’azione politica dei liberali. Infatti si fonda sul ritenere che tutti sono o dovrebbero essere liberali, almeno Berlusconi, Casini, la ex Margherita, i teo-dem di Ruteli, Veltroni, gli astenuti, per dirne qualcuno. Questo preconcetto è molto duro da combattere, anche perché affermare che tutti sono liberali fa molto comodo a tantissima gente che così si autoassolve sempre, anche quando tiene comportamenti pratici non liberali. Credo che converrai , viceversa, che i liberali riconoscono la  diversità dei cittadini ed il valore del loro conflitto democratico, per cui non è affatto la stessa cosa essere liberale, conservatore, socialista o fondamentalista. Solo in nome di questa differenza i liberali possono esistere politicamente in concreto, purché abbiano il coraggio di volerlo e di restare autonomi in politica.

Infine, una considerazione semi-scherzosa sulla tua tesi per cui avrei “la scomunica facile….. perché invece «un vero liberale» non può pensarla che così e così e così”.   Mi pare che sia una considerazione banale ma pericolosa. La sua banalità sta nel fatto che da un lato esprimere idee oltretutto argomentate non è scomunicare ( questo lo pensa solo chi vorrebbe applicare anche al liberalismo il modello di una chiesa) , dall’altro che sollevare in una discussione la scomunica facile somiglia tanto al demonizzare la convinzione altrui per  nascondere la debolezza delle proprie idee. Sopratutto però è una considerazione pericolosa. Spinge a non fare lo sforzo di approfondire quello che sostiene l’altro sulla natura del liberalismo e a rifugiarsi in una distorta concezione del dubbio e del vero.

Dubitare non significa che nulla sia mai vero. La nostra vita è piena di un’enormità di cose oscure e incerte (lasciando qui da parte la disputa sulla piena o no conoscibilità del mondo) ma anche di un certo numero di cose conosciute. Ora l’esercizio quotidiano che un liberale fa del dubbio può significare solo che dubita di ogni diversa cosa a seconda del grado di probabilità che quella singola cosa ha di essere falsificata. Dubitare al 100% indistintamente di tutto, non è liberale, è solo sterile scetticismo spesso chiuso in sé. In questo senso, mi diresti in tono semi-scherzoso che ho la scomunica facile se mi mettessi  a sostenere che il vero liberalismo non discrimina, ad esempio, in base alla razza, al sesso, al censo, alla religione ? Non penso proprio che lo faresti né che oggi lo farebbe qualcun altro; in epoche precedenti invece lo facevano, come sai benissimo. Non è che il metodo della sostanza liberale fosse diverso, lo erano in alcuni le convinzioni storiche, ancora non approfondite. Allora, quando si richiama il vero liberalismo si intende che oggi questa risulta la natura del liberalismo. E’ possibile non avere questa idea  ma solo argomentando contro secondo i principi liberali astratti applicati alla realtà odierna. Ed è appunto un ragionamento di questo tipo, non una concezione eterna del liberalismo,  che ha portato il sito della Federazione dei Liberali a dar ragione ad Ostellino sulla libertà come concezione empirica. E l’evolversi nel tempo non significa che gli antenati fossero imbecilli.

La libertà, secondo Benedetto Croce

Piero Ostellino non ama Benedetto Croce. I gusti sono gusti. Così, anche quando si occupa di altro, di Luciano Violante, del comunismo, della tragedia delle foibe, non può fare a meno di scrivere: «Sono convinto — a differenza di Benedetto Croce, il liberale della libertà come “categoria dello spirito” — che la libertà sia una “categoria della realtà”, una concezione empirica, storica, della convivenza politica» (Corriere della Sera, 13 febbraio 2009, pagina 1).
Ovviamente, a me dei gusti di Ostellino interessa poco. Mi interessa, invece, dei tanti italiani i quali, magari non avendo grandi conoscenze in materia di filosofia, leggono un editoriale nel più diffuso quotidiano italiano e ne traggono la conclusione che il povero Croce fosse poco più di un imbecille. Figuriamoci: “categoria dello spirito”, e giù risate.
Come maestro di liberalismo, Ostellino viene preso molto sul serio anche da altri liberali a denominazione di origine controllata. Così, nel sito della Federazione dei Liberali, si legge a commento: «Molto giustamente Ostellino si distingue da Croce nel sostenere la tesi, che da tempo è anche la nostra, secondo cui la libertà è una concezione empirica della convivenza politica. Allora però bisogna andare oltre la filosofia crociana » …, eccetera. “Empirico”, “empirismo”, sono termini che piacciono, fanno tanto cultura anglosassone. E stiamo attenti perché il leader della Federazione dei Liberali ha la scomunica facile. Ti può colpire da un momento all’altro facendo rilevare il tuo grave errore in fatto di liberalismo, perché invece «un vero liberale» non può pensarla che così e così e così. Laddove il pensiero del «vero liberale» naturalmente coincide con quello del medesimo leader della Federazione dei Liberali.
Passo dal tono semi-scherzoso a quello serio. Per chi avesse voglia di approfondire, andando oltre il comune sentimento di diffidenza nei confronti del pensiero filosofico. Che cosa sono le categorie dello spirito? Sono le «forme» ideali eterne con cui lo spirito si manifesta nella storia. La verità (il Vero), la bellezza (il Bello), la bontà (il Bene) sono le classiche categorie che ritroviamo nelle opere di tanti filosofi. Sono definite “eterne”, o necessarie, perché, al di là dei diversi contesti socio-culturali, e a prescindere dalle modifiche che intervengono con il passare del tempo, gli esseri umani si sono sempre confrontati con questi valori. Per fare un esempio: il sentire estetico muta, come testimoniano i differenti stili architettonici che si sono manifestati nel divenire storico, ma resta la categoria della bellezza, cioè la cornice ideale cui vanno ricondotte le riflessioni in questo campo di attività umana.
Croce aggiunse alla tradizionale triade una quarta categoria, quella dell’Utile (da lui anche definito Economico, o Vitale), proprio per rendere la propria filosofia più aderente alle reali dinamiche degli esseri umani. Ha scritto: «Le forme dello spirito, essendo tutte necessarie, sono tutte necessariamente di pari dignità, e non sopportano se non un ordine di successione e d’implicazione che non è gerarchico, perché per la circolarità o circolazione della vita spirituale nessuna di esse dà l’assoluto inizio e nessuna il termine assoluto» (“Sulla teoria della distinzione e delle quattro categorie spirituali”, 1946, raccolto in “Filosofia e Storiografia”).
Prima sorpresa: secondo Croce, la libertà non è una “categoria” dello spirito. Precede ogni possibile categoria, perché senza libertà lo spirito umano non potrebbe esprimersi e svilupparsi, in nessun ambito di attività. Proprio in quanto le riconosceva questo carattere di “motore” dello Spirito, Croce definiva la libertà “principio religioso”. Gli empiristi, come Ostellino o come Raffaello Morelli, non vogliono sapere di princìpi astratti. Vogliono che la libertà si traduca in disposizioni costituzionali, in norme giuridiche, in provvedimenti di politica economica. Vogliono risposte concrete subito, qui ed ora. Non considerano che “tutto si tiene”, che le soluzioni individuate sono sempre “storiche”, cioè suscettibili di essere superate quando mutino in modo rilevante le condizioni ambientali e le circostanze di fatto. Invece, ciò che veramente serve, e serve sempre, è l’atteggiamento mentale, l’animo, cioè la volontà di misurarsi con le difficoltà e di superarle, ricercando, di volta in volta, soluzioni rispettose della propria libertà (quindi, dignità) individuale, così come della libertà (quindi, dignità) di ogni altro essere umano.
Affinché questo animo liberale ci sia e sia diffuso occorre fare proprio ciò che gli empiristi riterrebbero perdita di tempo. Incoraggiare gli uomini a coltivarsi in quanto esseri portatori di esigenze spirituali. Non si può ricostruire la storia usando soltanto il metro dei vincitori e dei vinti. E’ importante anche il ruolo delle forze religiose e delle forze morali. A partire dalla terza edizione di “Teoria e storia della storiografia”, nel 1927, Croce ha definito in modo compiuto il concetto di “storia etico-politica”: «la storia etico-politica s’indirizza agli uomini di coscienza, intenti al loro perfezionamento morale, che è inseparabile dal perfezionamento dell’umanità». I protagonisti di questo tipo di storia — riporto gli esempi citati da Croce — sono Gesù di Nazareth, Paolo di Tarso, Lutero, Mazzini. In questa storia non si discute di vincitori e vinti, perché pure chi sembra perdere (in questo senso è emblematico il riferimento a Gesù crocifisso), può seminare nella storia valori morali e quindi suscitare delle forze che si affermeranno nel tempo.
Seconda sorpresa: nel sistema crociano “spirito” e “realtà” sono sinonimi. Come già Hegel, Benedetto Croce era un filosofo “monista”. Egli concepiva un’unica realtà spirituale, negando che la natura e lo spirito fossero entità sussistenti autonomamente. La “dualità”, o dualismo che dir si voglia, era la bestia nera del Croce filosofo. E’ quanto egli ha sempre massimamente combattuto, in ogni campo. La stessa concezione dialettica aveva ed ha una sua funzione morale: il momento negativo, diciamo “il male”, per semplificare, il più delle volte non sta fuori di noi, non riguarda altri, ma è dentro di noi; è una nostra insufficienza, quindi siamo noi stessi che dobbiamo superarlo. Questa concezione nega alla radice l’opposta concezione manichea, che invece assolutizza gli opposti, vedendo il bene tutto da un lato ed il male tutto dall’altro, cosicché non resta altra soluzione che la guerra di annientamento finché uno dei due termini trionferà sull’altro.  Al contrario, la dialettica non postula alcuna guerra di annientamento, perché gli opposti vengono concepiti come elementi necessari di uno stesso processo.
In molti luoghi crociani si legge: “categorie dello spirito”, o della realtà, che è lo stesso.
Non voglio imporre ad alcuno l’amore per la filosofia di Croce. Il quale oltre tutto, come i suoi studiosi ben sanno, è un filosofo difficile, che si può comprendere soltanto dopo averlo molto letto e meditato. Tuttavia, per i giornalisti dovrebbe valere la regola aurea che vale per tutti coloro che si cimentano nel campo nel pensiero: niente obbliga a citare il tale Autore, ma quando lo si cita si ha il dovere di riportarne esattamente il pensiero. Dopodiché lo si critichi pure quanto si vuole, con argomenti la cui fondatezza è sempre rimessa alla valutazione dei lettori.

Livio Ghersi

Questa voce è stata pubblicata in argomento Fatti passati, argomento Politico, LIBRI, OPUSCOLI e TESTI NON BREVI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.