La predisposizione a credere è parte dell’evoluzione

Scritto per la rivista LIBRO APERTO

 

” Nati per credere ” è un importante libro edito l’ottobre scorso da Codice Edizioni e scritto da tre professori universitari in sostanza a sei mani. Vitttorio Girotto ( Venezia, psicologia cognitiva), Telmo Pievani ( Milano Bicocca, filosofia della scienza) e Giorgio Vallortigara ( Trento, neuroscienze cognitive ). Esponendo le cose con parole facili , ma facendo ampio riferimento alla letteratura specialistica mondiale, il testo ragiona  in concreto  sulle radici della religiosità per introdurre un punto di vista innovativo che è più di una semplice ipotesi. Per usare le sue parole, ” sembra proprio che sia l’evoluzione che ha creato Dio e non, come credono i creazionisti e i cultori del disegno intelligente, Dio che ha creato l’evoluzione“. Il che ha rilievo non solo in termini personali. Fa compiere un significativo passo avanti alla comprensione del perché, nonostante l’enorme successo interpretativo e predittivo della teoria evoluzionistica , permangano forti resistenze alla sua diffusione. In particolare,  sul piano scientifico alla idea di  conoscere come se Dio non ci fosse e sul piano politico a quella di costruire istituzioni prescindendo dalla fede.

 

La teoria dell’evoluzione, nata esattamente 150 anni fa quando Charles Darwin pubblicò l‘Origine della specie, è una delle più grandi rivoluzioni scientifiche , ma , come già percepito dallo stesso autore, è controintuitiva nelle sue spiegazioni e in contrasto con limiti radicati nella mente umana. Darwin scrisse che anche quando le evidenze empiriche dimostrino che un occhio perfetto e complesso si forma per selezione naturale,  ciò “resta insuperabile per la nostra immaginazione”. La nostra immaginazione tende a stabilire una analogia tra oggetti complessi prodotti dall’uomo ( che sono frutto di attività cosciente ed intenzionale) e la complessità delle strutture naturali ( quindi anche loro devono esser frutto di un disegno intelligente). Viceversa la ricerca sulla realtà attraverso la ragione porta a capire che per spiegare la natura è sufficiente il cieco meccanismo automatico della sopravvivenza differenziale tra individui portatori di variazioni casualmente emerse. Con il tempo (decine di migliaia di anni)  la selezione naturale , insieme al meccanismo della selezione sessuale, favorisce i ceppi più adatti alle circostanze ambientali e trasforma incessantemente le specie. E’ un meccanismo incomparabilmente più efficace nello spiegare e pure nel prevedere (ormai è acclarato sperimentalmente ) ma assai più indigesto da accettare.

 

L’essere umano ( principalmente ma non solo)  pare propenso a ritenere che i molti sistemi complessi irriducibili esistenti in natura, siano talmente improbabili da non poter essere stati costruiti pezzo a pezzo dalla selezione. Sembriamo inclini ad esser certi che eventi molto improbabili non possano accadere per caso. E’ evidentemente sbagliato (basta riflettere su una lotteria con un miliardo di biglietti tra cui uno verrà di sicuro estratto nonostante la sua bassissima probabilità), però è una attitudine che spinge al considerare più spontanea l’idea di un disegno intelligente. La selezione adattativa di Darwin aumenta considerevolmente le possibilità di aggregare strutture funzionali e le capacità di spiegazione. Eppure  siamo portati a ipotizzare gli effetti di una azione nascosta di un essere animato e intelligente, ed a preferire  spiegazioni basate sulla intenzionalità, su deduzioni di progetto e di finalità. Tanto che questa tendenza non presenta sostanziali differenze tra un paese e l’altro, come sarebbe invece normale se avesse un’origine culturale e storica.

 

Tra l’altro l’evoluzione presenta un ulteriore carattere che la rende ostica a chi sostiene l’esistenza di un qualche progettista. Come scrisse Darwin “la selezione naturale non produrrà la perfezione assoluta“. L’impalcatura logica evolutiva è tripartita, variazione casuale, eredità, selezione. Le mutazioni appaiono casuali  perché raramente riusciamo ad individuarle per la mutazione singola. Tuttavia cause specifiche esistono ( ad esempio inquinamento ambientale o radiazioni o magari errata copiatura riproduttiva) , eppure la variazione è indipendente dalle sue conseguenze adattative. Contrariamente a come si tende ad equivocare in ottica antropomorfa, l’evoluzione attiva il cambiamento, non il progresso. E lo attiva agendo non come un ingegnere che elabora progetti bensì come un artigiano del fai da te che assembla quel che ha, corregge quello che ha fatto prima, vive per così dire alla giornata adattando, magari aggiungendo ad un organo nuove funzioni con una sorta di cooptazione funzionale.  In “Nati per credere” si annota che “la selezione naturale è un processo incrementale a partire da mutazioni puntiformi.…che agisce in un contesto di vincoli”. La conformazione cognitiva del nostro cervello reagisce a questi fatti cercando di piegarli comunque ad una visione finalistica. Di fatti è propensa a scambiare cause formali  ( vale a dire un percorso vincolato di cambiamenti ) con cause finali ( che invece è un progetto da realizzare). E così non riesce a distinguere due concetti tra  loro assai diversi. La teleonomia dello sviluppo ( insita nel meccanismo selettivo e soggetta alle sue variabilià) e il principio teleologico di sviluppo ( che vorrebbe dare alla evoluzione della storia naturale cause finalistiche estranee alla sua logica).

 

Il fatto è che l’uomo è biologicamente aristotelico ed è attrezzato per vedere categorie binarie e mutuamente esclusive ( tipo bianco e nero). E gli studi più recenti mostrano che lo è fin da bambino. I bambini intuiscono precocemente che gli oggetti senza supporto cadono. E ne concludono che anche un omino di plastica non può stare in piedi sulla parte inferiore di un palloncino senza esservi incollato. Analogamente fino a otto , nove anni molti bambini non accettano che la Terra sia sferica. Insomma, la mente umana ha difficoltà a trattare eventi incerti, a cercare spiegazioni, ad utilizzare correlazioni tra due fenomeni. Noi adottiamo spontaneamente  procedure euristiche. Cioè usiamo procedure di giudizio che legano le cose ad alcune loro supposte qualità. Sono più rapide, più economiche, ma  non garantiscono di evitare errori che non dipendono da difetti di chi le usa. L’errore principale è del genere del rilievo sui limiti della casualità già fatto da John Stuart Mill, il pregiudizio secondo cui le condizioni del fenomeno finiscono per assomigliare al fenomeno stesso. In altre parole cause ed effetti si dovrebbero somigliare. Questo tipo di credenza esclude la possibilità che le caratteristiche di un dato effetto non abbiano alcuna somiglianza  con le caratteristiche della causa che l’ha prodotto. Il che è contraddetto in moltissimi casi, ad esempio da grandi scoperte in campo medico, come quando si capì che le febbri puerperali (mortali) erano causate “solo” dalle mani sporche dei medici. Insomma le procedure euristiche facilitano le idee che applicano il principio della somiglianza casuale e resistono a quelle che lo violano.

 

“Nati per credere” sottolinea che in modo assai simile, si propende a ritenere saggio affidarsi a credenze magiche senza giustificazione razionale e possibile ottenere effetti sul mondo fisico con azioni simboliche. Dalla tendenza ad usare procedure euristiche e a spiegare fenomeni con il criterio della somiglianza, deriva il vedere correlazioni che in realtà non esistono oltre che prive di nessi causali e a confondere segni e cause. Tutto ciò costituisce una inclinazione precoce ed universale a vedere il mondo in termini di scopi e disegni intenzionali. Inclinazione distorcente delle intuizioni dei bambini, che in campi sgombri da conflitti tra scienza e non scienza, come la cosmologia,  può essere ridotta con un insegnamento altrettanto precoce. Lo stesso accorgimento non è efficace in campi ove esiste lo scontro tra scienza e non scienza, come la biologia, poiché i fatti sperimentali insegnati vengono contrastati da visioni non scientifiche alternative difese da altri adulti considerati autorevoli dai bambini.

 

Sembra inoltre che vi sia un’ulteriore caratteristica innata nei bambini. Una mole di dati sperimentali, riferita da “Nati per credere” nella sua sostanza, fa capire che i meccanismi mentali per rilevare la causalità non funzionano sulla base di una vera relazione causa-effetto tra i due fenomeni, bensì sulla sola percezione di una relazione di contiguità temporale tra essi. Questo apprendimento associativo nell’essere umano ( e solo in parte negli animali) discende dall’osservazione regolare del ripetersi delle esperienze ma può anche discendere, come viene sostenuto, da una propensione primitiva della mente umana a cercare in modo spontaneo la causa di una certa trasformazione fisica. E non basta. Sempre le evidenze sperimentali, fanno vedere che oltre la causalità come relazione di contiguità temporale, la mente è predisposta per distinguere tra gli oggetti fisici inerti e gli oggetti animati dotati di intenzioni e di scopi . Anche da questa differenza ontologica si traggono delle inferenze causali. Mentre la  attitudine adattativa  sugli aggetti fisici porta alla fisica intuitiva, quella sugli aggetti inanimati (che consente alla  mente di trattare gli oggetti animati)  porta a quella che è chiamata la psicologia intuitiva, che si irrobustisce assai nella teoria della mente che è specifica se non (forse) unica nella specie umana.

 

Tali due distinte specializzazioni della mente hanno due conseguenze cognitive molto interessanti. La prima è che se oggetti fisici e oggetti mentali sono separati, è possibile concepire oggetti privi di mente e menti privi di corpo, il che da “fondamento cognitivo alla credenza negli dei, negli spiriti e nella vita dopo la morte”.  La seconda è la possibilità di sopravvalutare quegli oggetti animati che sono i membri della specie umana e quindi ad inferire e attribuire desideri ed obiettivi umani  anche agli oggetti che non li hanno. Simili conseguenze vanno considerate insieme ad un altra circostanza. Il nesso di causalità fisica  richiede sempre la prossimità temporale sia per gli oggetti fisici che per quelli mentali psicologici, ma mentre il meccanismo di forza che sottostà alla causa fisica richiede anche una contiguità spaziale, il meccanismo di intenzione che sottostà alla causa psicologica non dipende dallo spazio ma da un agente che intenzionalmente  avvii un’azione. E’ provato che i bambini sono capaci in modo innato di distinguere oggetti inanimati e oggetti animati. E tendono  ad attribuire intenzionalità ad oggetti che non sono animati e il cui comportamento viene lo stesso interpretato precocissimamente in termini di scopi e obiettivi da raggiungere. “Nati per credere” rileva che questo attribuire stati mentali ad oggetti fisici è naturale nei bambini normali, scompare nei bambini autistici (il che suggerisce che il deficit autistico sia appunto l’assenza di questa facoltà).

 

Pare oramai evidente che “la mente umana si è evoluta, per selezione naturale, per pensare in termini di obiettivi e di intenzioni, perché è altamente adattativo farlo……. Noi tendiamo naturalmente ad attribuire segni di intenzionalità simil-umana alle cose più diverse, dalle nuvole agli uragani, dalle rocce  ai treni e ai vulcani. Ci sono buone ragioni evoluzionistiche per una tale accentuata sensibilità: meglio essere cauti che morti . E’ una buona idea interpretare un ramo spezzato come segno di un nemico o di un predatore, cioè di un agente causale, piuttosto che di un fenomeno fisico naturale, come l’azione del  vento“. E questo , in particolare, per tutto ciò che presenta una struttura complessa e apparentemente non casuale. Avendo una  propensione del genere, “da qui a immaginare che il mondo sia stato progettato intenzionalmente da un artefice il passo è breve”. Ed è qui l’errore. Gli esseri viventi sono sistemi la cui struttura è indirizzata ad una funzione. Non perché la funzione sia il risultato di un progetto intenzionale. Al contrario perchè la funzione è il risultato operativo della selezione naturale. Per i bambini “le proprietà biologiche sono ereditabili sulla base delle loro conseguenze funzionali piuttosto che sulla base della loro sola origine”. E lo fanno anche per i fenomeni non biologici. In ogni caso, intorno ai dodici mesi di età, il bambino possiede la nozione di entità intenzionale. Così i meccanismi psicologici intuitivi, che favoriscono il pensiero magico-religioso e sovrannaturale, fanno parte dei nostri normali processi cognitivi come sottoprodotto naturale di una mente evolutasi pensando in termini di obiettivi e di intenzioni. Non spariscono con l’età, anche se sono messi in sordina dall’istruzione e dalla conoscenza. L’integrazione della conoscenza tra dominio fisico e dominio psicologico non si completa neanche negli adulti. Tanta gente non  crede  di essere, crede solo di occupare il proprio corpo e che in vario modo le creature intenzionali possano sopravvivere alla distruzione del proprio corpo. Ed il soprannaturale è così radicato perché è poco controintuitivo. “Rappresentano piccoli scivolamenti rispetto a quanto viene ammesso nei rispettivi domini della fisica, della biologia e della psicologia intuitiva“. Al punto che credere nella vita dopo la morte  non ha evidenze sperimentali ma resta assai meno controintuitivo dei ragionamenti scientifici.

 

A questo punto è naturale domandarsi se questa propensione al sovrannaturale, che deriva dalla selezione naturale, comporta davvero dei vantaggi per la convivenza sociale. I dati mostrano che questa conseguenza non c’è. Non solo perché molti sistemi di credenze inducono i loro fedeli a comportamenti ostili contro altri credenti o non credenti e sono numerosissimi i casi di violenze in nome di qualche fede. Soprattutto perché  sperimentalmente non esiste una correlazione tra effetti sociali e credenze religiose o secolari. Gli Stati Uniti sono la nazione occidentale meno secolarizzata. La stragrande maggioranza degli americani crede in un creatore e non crede alla teoria dell’evoluzione. Ebbene  negli Stati Uniti il rapporto tra tasso di omicidio, suicidio, aborto, gravidanza di minorenni e tasso di diffusione delle credenze religiose è molto più alto rispetto a paesi relativamente più secolari come la Gran Bretagna. Lo stesso tasso diminuisce assai al crescere della secolarizzazione, come in Francia o in Scandinavia. Anche se alcuni ipotizzano che il rapporto sale quando le concezioni religiose sono dualistiche, cioè  predicano insieme Dio e il diavolo, i dati mostrano che i cittadini occidentali “che professano una fede religiosa non sono cittadini migliori dei non credenti”. La stessa  cosa è stata accertata anche nel confronto tra aree diverse di uno stesso paese. Ad esempio, è stato dimostrato che nelle varie regioni italiane lo sviluppo economico ed istituzionale è legato al senso civico e non alle misure di religiosità. Inoltre, molti altri dati sperimentali mostrano pure che il comportamento morale non si manifesta dopo e in funzione dell’acquisizione di credenze religiose.  I bambini hanno capacità di giudizio morale (i concetti di giusto e sbagliato) precocemente. Prima di ricevere insegnamenti, tanto più insegnamenti di carattere religioso. E altrettanto avviene in altri cuccioli animali.

 

Viene fatta anche un altro tipo di considerazione in “Nati per credere”. Una parte del cervello, il lobo temporale, se lesionata, origina in genere intense esperienze spirituali, moralismo estremo, estasi,  fervore religioso ( in circa il 40% dei casi) , con accompagnamento di crisi epilettiche.  Anche altre aree cerebrali sono interessate ad esempio alla meditazione e alla preghiera, non poco la corteccia frontale. “Molti ricercatori ritengono pure che le esperienze indotte dalle droghe psichedeliche siano fondamentalmente simili a quelle descritte dalla persone che hanno vissuto esperienze mistico-religiose“. E poi c’è da tener presente che gli emisferi cerebrali destro e sinistro svolgono ruoli differenti nel fissare e nell’aggiornare le credenze religiose e sovrannaturali. L’attività dell’emisfero sinistro tende a confermare le ipotesi preesistenti e stereotipe interpretando in tal senso i dati entranti, mentre quella dell’emisfero destro tende a considerare elementi di messa alla prova e alla modifica delle credenze. Ed inoltre un minor grado di comunicazione tra i due emisferi è  correlato ad una maggior propensione a credere nel creazionismo. Tali tendenze sono anche connesse alla soglia personale di aggiornamento delle credenze e di rilevamento delle anomalie nei sistemi di credenze riscontrate dall’emisfero destro. Tuttavia in genere si può dire che ovunque i bambini  di 8-10 anni tendono ad essere creazionisti e a respingere spiegazioni evoluzioniste, laddove a partire dagli 11-13 anni gli argomenti evoluzionistici cominciano a far breccia e possono essere eventualmente adottati nuovi tipi di credenze. E quando si è arrivati all’evoluzionismo, l’emisfero destro continua a svolgere la sua funzione di ricercatore critico di anomalie e di incoerenze, ma non trova dati sperimentali per tornare al creazionismo e così non abbandona più il raggiunto evoluzionismo.

 

Nella parte finale, “Nati per credere” descrive i diversi punti di vista e le varie risultanze sperimentali sul ruolo delle credenze religiose e in particolare sul chiedersi come le ragioni per cui le credenze religiose sono sorte si siano evolute in modo da trasformarsi nei differenti vantaggi sociali che  si riconoscono oggi. La conclusione degli autori è in chiave ancora dubitativa ma non meramente ipotetica. In sintesi la tesi complessiva di “Nati per credere” è che le credenze sono iniziate come effetti collaterali dell’iperattività dell’atteggiamento intenzionale e dell’acquisita consapevolezza della morte. E poi, attraverso tante forme di adattamenti e aggregazioni , assemblando quello di cui disponiamo. Essendo originata da questo genere di meccanismo di cooptazione funzionale, la credenza non risulta una inevitabile conseguenza della forte tendenza umana a rilevare intenzioni e agenti nascosti. Anzi sarebbe anche in concorrenza con altre forme di adattamento che la bilancerebbero. Si sarebbe così innescato un processo di adattamento individuale, autonomo e irripetibile da preservare. Questa concezione fa emergere una radicale contingenza storica che sfida i nostri adattamenti cognitivi primari. “Non solo siamo finiti ma le cose potevano andare diversamente….. Preferiamo allora ricostruire un senso fittizio che esorcizzi l’insensatezza del dato empirico facendoci sentire parte di un disegno”. Forse, invece, viene scritto nelle ultime righe, bisognerebbe “accettare la contingenza e la finitudine della nostra presenza qui, cogliendone il fascino recondito“. Controllando meglio gli impulsi derivanti dall’emisfero cerebrale sinistro, “guadagneremmo l’autonomia e l’umiltà di chi, non potendo delegare ad alcun agente intenzionale nascosto le ragioni della sua esistenza, sa che può contare soltanto sulla sua libertà e, insieme, sulla sua responsabilità“.

 

Le tesi sperimentali esposte nel libro qui recensito costituiscono, in Italia, un importante evoluzione conoscitiva. E in particolare lo sono per il liberalismo politico. Almeno sotto due aspetti, uno, quasi una curiosità, di tipo sociologico e uno di principio. L’aspetto di tipo sociologico è l’abbozzo di spiegazione dei motivi profondi del fenomeno, ben noto a chiunque abbia fatto politica per i liberali, per  cui i voti elettorali sono un quinto o un sesto delle propensioni teoricamente dimostrate. Questo perché le scelte individuali di ragione sono pesantemente condizionate dalle credenze del come stare nella propria comunità, di non stare da soli. E così, in nazioni come l’Italia ove il liberalismo politico è da quasi un secolo sotto il quattro per cento, è naturale alla fine, per non stare in pochi,  preferire di aggregarsi ai più grossi anche se non sarebbero la propria prima preferenza.

 

L’aspetto di principio è forse meno immediato ma assai più importante. E più complesso. “Nati per credere” aggiunge, con la forza dei dati sperimentali, ulteriori argomenti a favore del metodo di comportarsi liberale. Innanzitutto, l’attitudine al senso critico che trova un fondamento anche biologico e un decisivo riscontro nel vedere che il cambiamento viaggia attraverso modifiche, aggiunte e rimaneggiamenti a livello individuale. Poi fa constatare che il tempo è un elemento irrinunciabile della realtà e che perciò non si devono politicamente ricercare modelli esplicativi eterni che spingono ad ingabbiare il cittadino e a trasmettere credenze al posto del senso critico. Inoltre da centralità alle regole di convivenza, che consentono di immagazzinare l’esperienza dei tanti individui e che sono strutturalmente concepite per poter essere un qualcosa di rimaneggiabile per meglio attivare la libertà del cittadino. Dunque il diritto non è naturale in quanto innato in uomini e donne, il suo esser naturale consiste nel prodursi secondo una logica evolutiva umana  in base ai luoghi e alle epoche. Vi è poi  il rilievo scientifico riconosciuto ad una impostazione sulla laicità tipica dei liberali e che fa storcere il naso in altri non liberali: quella per cui le credenze, seppur  irragionevoli, sono un dato fisiologico dell’animo umano ( come dice il sottotitolo del libro, il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin) . Di conseguenza, il vero problema non è impedire le credenze  bensì diffondere l’idea liberale che le contrasta lasciando libertà di credenza individuale pubblica anche se le istituzioni liberali non si parametrano alle credenze, e dunque separazione tra Stato e Chiese e opposizione politica non alle Chiese ( che, predicando la loro rispettiva credenza, fanno il loro mestiere) bensì ai civili che ( non di rado  per esclusivi motivi strumentali)  pretenderebbero di costruire  le istituzioni ad immagine di una fede. E infine da “Nati per credere”  si ricava la spinta ad accettare un’idea che emerge sempre più e che richiama le logiche liberali. Per quanto concerne la vita sulla terra, le credenze non conoscono né costruiscono, lo possono fare i vari individui attraverso l’evoluzione ma una condizione per farlo è capire che ogni cosa umana è, rispetto ai tempi cosmici, temporanea e limitata, il futuro non si esaurisce nel progettarlo, gli individui devono essere i protagonisti ma non devono voler essere ipertrofici e pretendere di collocarsi fuori del tempo e dello spazio. La memoria resta e le generazioni si susseguono.

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