Intervento al Convegno “un secolo di lotte popolari”

Un secolo di lotte popolari – Convegno del Comitato Livornese per la promozione dei valori risorgimentali
Ringrazio    il Comitato per la promozione dei valori risorgimentali, animato senza sosta dal Presidente e dall’amico Marzino, per questa nuova nuova occasione di diffondere l’Inno di Mameli e di riflettere sulle radici storiche italiane. Svolge un’opera unica di cui dobbiamo esser riconoscenti. Peraltro, come ho già detto a Marzino, questa volta il riflettere riguarda anzitutto la stessa presentazione scritta del convegno odierno. Credo che alcuni suoi particolari siano figli di una interpretazione con gli occhi di una parte di oggi più che della realtà storica.
Seguendo l’ordine del testo della presentazione, si comincia con i cento anni di fatica del popolo italiano e si introduce il concetto di limite dello Statuto Albertino senza far menzione della formazione risorgimentale dello Stato italiano. Il che è ben singolare per un Comitato per la promozione dei valori Risorgimentali, anche perché il concetto di limite attribuito solo allo Statuto Abertino, risulta anacronistico e sproporzionato rispetto alla citazione senza aggettivi del fascismo, specie dimenticando la circostanza che tutte le Costituzioni hanno sempre dei limiti intrinseci legati alle contingenze storiche.
Passando alla sintesi politico culturale di questi cento anni, si ripete la stranezza di un Comitato per la promozione dei valori Risorgimentali che, riferendosi all’alba del 1848, omette del tutto di citare episodi di assoluto rilievo di quello stesso anno, come le cinque giornate di    Milano e addirittura la Prima Guerra di Indipendenza che segnò il seppur sfortunato avvio materiale del risorgimento. L’omissione non pare casuale, dal momento che subito dopo si sostiene la tesi dello scontro tra grandi ideologie. E qui,    oltre a trasformare il repubblicanesimo di Mazzini in democratico, il socialismo di Proudhon in anarchismo per far rappresentare il socialismo dal massone antiborghese Blanc, oltre a dare un ordine di priorità culturali non corrispondente all’importanza che avevano all’epoca, si arriva ad inserire tra i protagonisti assoluti di allora l’ideologia comunista di Marx ed Engels.    Ma questo è anacronistico, sconvolge e non rispetta    i tempi. Fino ad allora gli scritti dei due erano circoscritti in circoli intellettuali molto ristretti e il loro Manifesto del Partito Comunista venne pubblicato la prima volta in tedesco a Londra nei giorni della rivoluzione francese della fine febbraio 1848. In inglese il Manifesto è uscito per la prima volta due anni dopo, nel 1850, sempre a Londra . In francese è uscito diversi mesi dopo. Poi è uscito in polacco, in danese. Non so dirvi quando sia stata esattamente la prima traduzione italiana, ma di sicuro molti anni dopo. E quanto poi al Capitale,    è uscito a metà degli anni cinquanta dell’ottocento. Dunque è certo che l’ideologia di Marx ed Engels nel 1848 non poteva prendere parte al confronto tra le grandi ideologie e tanto meno poteva influenzare un diffuso dibattito o i moti popolari che portarono alla Repubblica Romana alla fine dello stesso anno 1848. La vera influenza, in aggiunta all’allora decisivo patriottismo e alle idee liberali, fu del repubblicanesimo di Mazzini, che è una cosa del tutto diversa da Marx ed Engels.
La presentazione prosegue citando l’opera di Cavour e delle forze liberali e democratiche attive sotto la repressione. Anche qui attenzione. Gli stati pontificio o borbonico o altri minori erano tutti più o meno autocratici e dunque non sapevano cosa fosse la libertà dei cittadini nelle sue varie forme. Da qui le numerose sollevazioni duramente soffocate, soprattutto nel 1848, nel Regno delle Due Sicilie . Alla fine ribelli e cospiratori svolsero funzioni di mera giustificazione alle azioni di guerra più o meno ufficiale che si svolsero sotto l’egida del Piemonte. Oltre a quello che si è sempre arguito, abbastanza recenti indagini degli studiosi hanno    messo in evidenza documenti che provano senza alcun dubbio che Garibaldi e la spedizione dei Mille furono finanziati da Cavour in modo decisivo.
Infine – saltando a piè pari ogni riferimento a Porta Pia e all’estraneità del mondo cattolico ufficiale alla costruzione risorgimentale per quasi ottanta anni fino al concordato di Mussolini, proprio in opposizione ai principi della Repubblica Romana tra i quali spicca la separazione tra Stato e religione – la presentazione arriva alla Costituzione della Repubblica Italiana e la definisce sintesi delle ideologie che avevano alimentato l’opposizione al fascismo. La parola sintesi non è una accidentale alternativa alla    definizione di Costituzione come frutto del confronto tra quelle ideologie.    Il frutto è la definizione corretta, dato che la Costituzione non fù la sintesi ma frutto del frontale disaccordo tra le ideologie. Resta emblematica la vicenda di come la Costituente votò la definizione della Repubblica Italiana all’art. 1 comma 1 della Costituzione, bocciando il testo dei repubblicani e liberali, primi firmatari Ugo La Malfa e Gaetano Martino, che definiva l’Italia repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro. I voti dei cattolici politici e dei comunisti tolsero il principio di libertà dall’art.1 della Costituzione , anticipando l’altra loro analoga convergenza sulla costituzionalizzazione del Concordato all’art.7, che Benedetto Croce bollò in aula, con parole profetiche,    come “uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico”.
La parola sintesi non è accidentale, pare voluta per poter sostenere la tesi di fondo della presentazione, che ha causato anche le distorsioni storiche cui ho fatto qui    cenno. La tesi di fondo è che solo l’unità, la sintesi appunto, delle culture garantisce i principi della Repubblica Romana e riprende i passaggi fondamentali della cultura istituzionale. Questa non è una interpretazione storica, è la tesi di un partito politico, che oltretutto ha già provocato rilevanti danni oggi. La realtà storica di questi cento anni di fatica del popolo italiano mostra l’opposto. Solo il mantenimento della diversità delle culture, il loro conflitto democratico, il loro legame irrinunciabile ai fatti reali piuttosto che alla propaganda, attiva passo a passo la costruzione di regole e leggi ispirate alla libertà del cittadino. Solo nel nome della libertà, non in quello della unità, oggi possiamo opporci ad equiparare i partigiani e i repubblichini. L’unità li equipara.    La libertà del cittadino è la questione pubblica fondamentale e resta il concreto insegnamento di fondo dell’epopea risorgimentale. Tale insegnamento non può esser dimenticato né esser soggetto a manipolazioni.

Questa voce è stata pubblicata in DISCORSI, CONFERENZE, INTERVENTI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.