Un libro da leggere

Scritto per la rivista LIBRO APERTO

 

Parlo di un libro che ognuno dovrebbe leggere perché scritto da un esperto che spiega con rigore, chiarezza e semplicità il percorso umano che va dal concepimento alla coscienza adulta e che non può essere ignorato da nessun membro di un consorzio civile. E’ il recente lavoro  ( L’etica della vita, Rizzoli,  pag.186, formato 18×12 cm., gennaio 2008) di Edoardo Boncinelli, scienzato ed editorialista del Corriere della Sera, che include anche un illuminante glossarietto per tradurre termini scientifici in italiano corrente ed una bibliografia essenziale per chi abbia voglia di approfondire di più.

Il libro di Boncinelli illustra passo passo le forme e i tempi del processo della vita individuale, a partire dal passaggio della lunghissima molecola di  DNA (il genoma) – con cui i genitori trasmettono  tutte le istruzioni genetiche  necessarie – poi alla formazione dell’embrione (gastrulazione), all’evolversi del feto e via via fino all’installarsi della memoria e della coscienza vera e propria dopo qualche anno di vita del nuovo essere umano. E ripetutamente Boncinelli avverte che già il genoma di ognuno di noi non è la semplice combinazione di quelli dei due genitori perché presenta migliaia di piccole alterazioni (mutazioni) che lo rendono unico. In seguito , quando si tratterà di produrre un gamete (cioè la cellula uovo femminile o lo spermatozoo maschile), vi saranno altri rimaneggiamenti per cui saranno diversi perfino due gameti dello stesso individuo e dunque ancor più unico sarà il discendente. Non basta. Gli stessi meccanismi biologici  del lungo processo che è la vita umana provocano delle differenziazioni casuali e altre differenziazioni sono indotte dall’esperienza sensoriale. Alla fine, non vi è scientificamente alcun dubbio che ogni individuo è unico e irripetibile.

L’autore percorre in dettaglio ogni gradino della scala della parte iniziale della vita umana. Comincia dai meccanismi della fecondazione, e passa allo zigote – la grande singola cellula che racchiude il patrimonio genetico e la dotazione biologica necessario per lo sviluppo ( e teniamo sempre presente che non più di un quinto degli zigoti e forse ancora meno arriva alla nascita ) – zigote di cui l’autore segue le successive duplicazioni , prima fino ad otto cellule, fase in cui ognuna delle cellule  (chiamate blastomeri) ha potenzialità biologiche illimitate e sono perciò definite totipotenti, e poi a 16 cellule, fase in cui si compattano (il nome diviene morula) e si differenziano rispetto alla posizione interna o esterna della cellula, e infine alla  sferetta  con uno spazio vuoto al centro (ora chiamata blastocisti) contenente una cinquantina di cellule interne che non sono più totipotenti ma pluripotenti perché possono dar luogo ai tessuti embrionali ma non più agli annessi che sono necessari al sviluppo dell’emrione. Fino a qui sono passati 5/6 giorni dal concepimento, ciò che si è formato dallo zigote ha percorso la tuba della madre e la blastocisti si prepara ad annidarsi nell’utero avviando un dialogo enzimatico funzionale con esso. Questo dialogo si protrarrà altri sette-otto giorni durante i quali si fisseranno i dettagli della futura convivenza tra la blastocisti e l’utero ( proliferazione dei tessuti uterini per avvolgere la blastocisti e soppressione della mestruazione nella madre) mentre si mantiene la capacità della blastocisti di suddividersi per dar vita ad individui diversi.

Arrivati alla fine della seconda settimana, emerge lo stadio che un grande biologo giunge a definire l’evento più importante della nostra vita, quello della gastrula, vale a dire della formazione dell’embrione. Fino a quel momento, ribadisce Boncinelli, nella blastocisti è impossibile intravedere alcunché di umano. Da quel momento si palesa per la prima volta il progetto del futuro embrione attraverso tre mutamenti fondamentali ( perdita della capacità di suddividersi ancora, determinarsi dell’asse corporeo principale, testa-coda, dilaminazione delle cellule, attraverso processi di separazione e aggregazione, in tre foglietti germinativi da cui deriveranno tessuti, organi e apparati dell’embrione). Solo da questa fase in poi l’embrione comincia a strutturarsi e ad animarsi ed a rigore è quindi possibile usare il termine embrione. Estenderne l’uso per suscitare emozioni umanizzanti, ammonisce l’autore, non ha alcuna valenza scientifica, anche perché quotidianamente i risultati sperimentali confermano che anche embrioni non umani – in specie ranocchio, pollo e topo  – presentano processi biologici fondamentali analoghi nelle linee essenziali.

In questo periodo e per tutta la terza settimana, l’embrione si presenta come un disco ovale, a struttura trilaminare ma dalla geometria essenzialmente bidimensionale. Durante la quarta settimana diviene tridimensionale , si abbozzano la futura testa e la bocca, si incurva in una struttura tubolare con la parte del tronco che si allunga più veloce delle estremità e le dimensioni crescono fino a tre millimetri, quasi trenta volte rispetto a quelle della gastrula. L’embrione ha assunto la forma di embrione di mammifero. Altre quattro settimane e si mostrerà come embrione umano. E’ allungato altre dieci volte, arrivando a tre centimetri, e pesa mille volte di più, intorno ai tre grammi.

Da qui alla nascita il percorso è ancora lungo. Dalla definizione generale del piano corporeo dell’embrione si passerà all’organogenesi nel feto, un  processo lungo e articolato in cui prenderanno forma compiuta i tessuti, gli organi e gli apparati del nuovo individuo. Boncinelli lo descrive distinguendo tra i mutamenti all’esterno e quelli all’interno. All’esterno, l’occhio e gli orecchi  si abbozzano molto precocemente nelle prime settimane e poi acquistano la loro funzionalità con lentezza durante l’intero arco della gestazione , coinvolgendo nel caso dell’occhio forme di reciproca induzione a trasformarsi, ad esempio tra la regione del cristallino e quella della retina. La bocca e il suo apparato seguono una linea di sviluppo molto complessa che conserva le fasi del percorso evolutivo dei vertebrati. La formazione degli arti inizia assai presto e gli arti sono già ben distinguibili all’ottava settimana, proseguendo poi la crescita e il perfezionamento sempre sotto la regia di reti di scambi di messaggi chimici tra geni regolatori e geni esecutori attraverso la grande famiglia di proteine conosciuta come fattori di crescita. E in tutti questi casi esterni, il meccanismo con cui si raggiunge la perfezione delle forme biologiche funziona con un processo in tre fasi: la prima in cui le cellule si accumulano in una posizione specifica del corpo, la seconda in cui la struttura si caratterizza e si articola in varie parti proporzionate, la terza  in cui si cesellano le forme attraverso una morte cellulare programmata che fa assumere l’aspetto definitivo sottraendo specifiche porzioni.

All’interno avvengono le cose più importanti e in numerosissimi sistemi, apparati ed organi, tutti necessari per affrontare la vita. Boncinelli si sofferma su alcuni. Delle ossa e dei muscoli rileva la caratteristica natura segmentaria, che attraverso una successione di strutture ripetute semplifica la struttura corporea assicurandole armonia e flessibilità nella fase adulta. La costruzione ossea inizia dopo la quinta settimana come abbozzo di cellule cartilaginee che, con una certa lentezza, vengono progressivamente sostituite da cellule ossee immerse nella cosiddetta matrice ossea, ricca di minerali; l’ossificazione vera e propria comincia dopo la nascita e termina verso i 20 anni, cosicché le ossa si irrobustiscono ma divengono poco elastiche e mineralizzate e dunque, essendo ormai prive di elementi cellulari, hanno grande difficoltà a rigenerarsi quando danneggiate. Poi il libro parla del cuore e del sistema vascolare, della determinazione sessuale primaria e di quella secondaria, delle malattie legate al sesso e dei mosaici genetici. Quindi illustra il sistema nervoso, il più importante di tutti gli apparati del corpo, quello che ci fa vivere la vita ad un livello superiore, che comincia a svilupparsi molto presto e continua a farlo per la vita intera. Il sistema nervoso è composto essenzialmente dal tronco cerebrale , dal cervello e cervelletto e dal midollo spinale, che si sviluppa in modo segmentario e che non si modifica né si rigenera dopo la nascita.

Il sistema nervoso è un complicatissimo reticolo di connessioni che controlla l’intero corpo e rende possibile le interazioni con il mondo. E il suo organo più prezioso è la corteccia cerebrale, che distingue l’essere umano da tutti gli altri esseri viventi, perché nessun altro mammifero ne ha una comparabile per numero di neuroni (cellule in cui il segnale nervoso passa in una sola direzione prefissata), per superficie e per complessità di connessioni. La corteccia si sviluppa dopo l’ottava settimana, anche con migrazione di neuroni, e nel medesimo periodo cominciano a stabilirsi le connessioni, in modo accelerato fino alla ventottesima settimana e poi a ritmo sostenuto fino a quattro settimane dopo la nascita. Dopo di allora la crescita dei neuroni cerebrali cessa ma in compenso aumenteranno il numero, la velocità e l’efficienza delle connessioni. Ogni neurone è un corpo cellulare grigio con da una parte piccoli e ramificati dendriti e dall’altro un singolo, più grosso e più lungo prolungamento (assone) che nel tempo viene avvolto da una sorta di isolante di colore biancastro ( guaina mielinica) che accresce la velocità del passaggio del segnale nervoso. L’avvolgimento degli assoni avviene progressivamente, è già molto consistente verso i sei anni di vita (anche se si completa verso i 20) e comporta pressoché da solo l’aumento di volume e di peso del cervello. Il segnale che attraversa il neurone è di tipo elettrico ma la connessione con i dendriti di un altro neurone avviene mediante una microstruttura nervosa (sinapsi), che, essendo in parte collocata sul primo neurone e in parte sul secondo, determina una microscopica fessura intermedia la quale può essere attraversata solo da un equivalente segnale chimico che, raggiunto l’altro neurone, si ritrasforma in segnale elettrico. Naturalmente questo schema di massima opera secondo modalità che  dipendono da vari fattori chimici e in generale dall’architettura funzionale complessiva delle sinapsi. Architettura che cambia di continuo, dato che si verifica un incessante processo di formazione di nuove sinapsi, di soppressione e di rimodellamento, in genere legato a conoscere cose nuove o alla ricatalogazione di quanto già appreso. Dunque, le grandi strutture nervose sono fondamentali per la nostra vita ma ciò che ci distingue individualmente  sono le sinapsi e i loro modi di disporsi durante l’arco della vita di uno stesso individuo. E i contatti sinaptici presenti in ognuno di noi sono una quantità strabiliante, dell’ordine di un milione di miliardi.

La maturazione fisica e psichica dell’individuo prosegue anche dopo che, con la piena maturazione dei polmoni e la conseguente attivazione di complessi meccanismi, il neonato arriva a vedere la luce. Alla storia interna e nascosta che per secoli, e fino a tempi non lontanissimi, restava in ombra e veniva ricostruita per sommi capi, si aggiunge ora un nuovo essere  visibile di cui è possibile seguire fisicamente l’avventura umana che lui stesso, dopo un inizio incerto, decide di vivere divenendo sempre più autonomo e protagonista. Nei primi anni di vita, la più evidente caratteristica del nuovo soggetto è il potenziale di modellabilità del cervello. Il cervello dal pesare alla nascita un quarto di quello adulto , arriva al 90% a cinque anni , il 95% a dieci e si completa dopo la pubertà. Questo consente di adattarsi in modo  velocissimo agli stimoli ambientali, imprimendo nel cervello un numero impressionante di cose. Una simile propensione dura abbastanza dal darci un vantaggio impressionante sulle altre specie e , già a tre quattro anni, ci rende uomini e donne del proprio tempo e accentua le differenze individuali. All’influenza della componente genetica si aggiungono gli effetti della biografia e del caso, che costituiscono come un completamento della prima, che sono impetuosi almeno fino all’adolescenza ( con le contemporanee maturazione sessuale e fine della crescita cerebrale) e  che portano ad apprendimenti di estrema complessità come il linguaggio, il riconoscimento dei volti,  il riconoscimento  di sé, la memoria. La capacità di imparare ad utilizzare un linguaggio articolato, fatto di piccole unità tra loro ricombinabili, è una delle essenziali caratteristiche distintive degli esseri umani. Ed è una capacità molto forte nei primi mesi ed anni, che si mantiene elevata fino grosso modo agli otto anni e poi inizia a declinare. Anche il riconoscimento dei volti , specie nelle rappresentazioni su supporti fisici, e poi quello di sé è una caratteristica distintiva dell’essere umano che si affina nel tempo.

In tutto il libro Boncinelli applica con rigore l’approccio conoscitivo basato sui risultati della ricerca e non si pone domande attinenti questioni estranee all’ambito sperimentabile. Anche se, fin dall’inizio, la predominante parte descrittiva ed esplicativa si contorna di osservazioni, seppur solo accennate, che fanno balenare l’esistenza di altri punti di vista su cui l’autore pare attirare l’attenzione come indizi per approfondimenti alternativi. Le prime righe, “la vita viene da lontano…senza essersi mai interrotta…. alberga per un pò in un organismo e poi si trasmette”, inquadrano il tema della vita di ciascuno come strumento che solo individualizzandosi esercita la sua funzione complessiva nel tempo. La questione non viene poi sviluppata, ma appare un modo felpato dell’autore di prendere subito le distanze dalla tesi di quanti invece vorrebbero il concepito come il prodotto immodificabile del disegno divino.

Analoga predisposizione è rilevabile quando Boncinelli scrive che “la vita trova il suo fondamento nei dettagli,  quasi sempre a livello molecolare, anche se a noi piacciono i ragionamenti che si snodano a livello globale, che qualcuno definisce olistico. Ma questo si regge, quando si regge, a livello molecolare”. Anche qui si fa capire che la scienza è esperimento ed evoluzione basati sugli individui. Ancor più chiaramente lo fa intendere quando scrive che “la vita è un processo senza sosta” ed “è un processo irreversibile”. E che dal punto di vista umano “ogni singola vita è importante, ogni esperienza è importante, ogni singolo atto mentale è importante”. Poi , nel capitolo finale, inizia a trattare l’etica della vita e qui in parte si discosta dal criterio adottato fino a quel punto.

Continua sì ad adottare il metodo raziocinante della scienza nel distinguere i diversi aspetti delle questioni in gioco, delle loro caratteristiche e delle interpretazioni che ne danno le varie scuole di pensiero (culturali, filosofiche e religiose), però evita di porre il problema di quali possano essere le conseguenze operative dell’adottare l’una o l’altra visione di questa o quella scuola. Così facendo l’autore finisce per compiere una omissione di fondo. Omette di parlare di una questione per cui è qualificato come ricercatore ed è sempre legittimato come cittadino: il tema delle condizioni pubbliche adatte al libero esistere della ricerca. Sotto questo aspetto e a prescindere dalla volontarietà,  mi pare che il libro abbia una pecca e contraddice di fatto l’obiettivo di contribuire a sviluppare le condizioni per cui  la ricerca  possa vivere appieno. Insomma, un conto è limitarsi a trattare, ad un alto livello divulgativo, solo le questioni scientifiche non toccando altri settori (così da lasciare ad altre discipline il compito di affrontarne i relativi problemi); un conto è mischiare questioni scientifiche ad aspetti etici , intaccando la regola che tali aspetti risulterebbero per natura estranei all’ambito scientifico e pur tuttavia continuando a non applicare loro il sistema sperimentale, almeno nella misura possibile ( così permettendo una sottile tracimazione dell’etica nei campi scientifici).

Il taglio dell’ultimo capitolo è scrutare gli avvenimenti passati e quanto hanno permesso di capire e di conoscere, mettere in chiaro i punti di vista delle differenti scuole di pensiero e non sottacere le proprie preferenze, magari spingendosi ad illustrare verso dove l’autore pensa di indirizzare la propria attività di ricerca. Tutto, però, tenendo sempre fuori dal ragionamento il cercare di cogliere come, di volta in volta, sia stato possibile arrivare alla conoscenza e il chiedersi se proporsi alcuni indirizzi di ricerca equivalga alla possibilità di realizzarli. Quando si introduce la questione dell’etica della vita – che è una cosa legata indissolubilmente al tempo – credo non ci si possa fermare a ricostruire lo stato dell’arte del già conosciuto e a indicare le proprie scelte di ricerca prescindendo dalle effettive condizioni di libertà di metterle in pratica. Diviene ineludibile porsi alcune domande. Il processo di conoscenza da parte del singolo ricercatore o del gruppo di ricercatori ( in fin dei conti anche di ogni cittadino) è o no indifferente alle condizioni ambientali in cui si svolge ?  Sulla ricerca influiscono o no gli ostacoli alle relazioni tra i ricercatori come singoli e come gruppi oppure alle relazioni tra il mondo della ricerca e la realtà sociale esterna oppure alla scelta degli ambiti  cui la ricerca può applicarsi ?

Senza dubbio Boncinelli è pienamente consapevole che le condizioni ambientali influenzano il processo di conoscenza e che ostacoli politici, sociali ed economici hanno frenato e tendono a frenare la libera ricerca a tutto campo. Ma il punto è che non basta averne consapevolezza e per il resto affidarsi alla capacità esplosiva della voglia umana di conoscere e di libertà di ricerca che tanto nel medio lungo periodo riesce a prevalere.

Boncinelli scrive che in campo bioetico esiste una polarizzazione delle posizioni, da una parte chi vorrebbe volentieri lasciare le decisioni ai singoli individui ( in sostanza la bioetica laica) , dall’altra chi si sente in diritto e in dovere di prescrivere dall’alto e in via definitiva norme comportamentali valide per tutti  ( in sostanza la bioetica di ispirazione religiosa ma non solo questa). Ma non dice se, dal punto di vista della conoscenza, è più coerente l’una o l’altra. E in seguito illustra, con meritorio intreccio di rigore e sinteticità, i quattro momenti dello sviluppo che gli scienziati hanno individuato come più probabile e persuasivo inizio della vita umana (il concepimento, la gastrulazione, la comparsa di un tracciato elettroencefalografico cerebrale EEG, la vera e propria nascita). Nel dettagliare ciascuno dei quattro momenti ripete con chiarezza la posizione scientifica su aspetti cruciali della disputa bioetica. Ad esempio, che prima del quattordicesimo giorno il concepito non è un individuo e chiamarlo embrione è fuorviante; che solo dal quattordicesimo giorno con la gastrulazione compare un abbozzo di embrione e si avvia l’individuazione di un essere umano seppur privo di qualsiasi forma umana; che intorno alla ventitreesima settimana il cervello del feto inizia a mostrare un tracciato EEG comparabile all’adulto e il feto, se pesantemente assistito da un punto di vista medico e con enormi difficoltà, può provare ad affrontare una vita fuori dell’utero (anche se nessuno sa se EEG e coscienza procedono di pari passo analogamente a quanto avviene invece alla fine della vita, quando la scomparsa del segnale EEG implica la scomparsa tra l’altro della coscienza). Tutte notazioni preziose. Boncinelli scrive anche che alla domanda “quando comincia la vita umana?” ognuno deve trovare la sua risposta personale e che “non è accettabile che chi crede di aver trovato una sua risposta pensi di averla trovata per tutti e voglia imporre a tutti le proprie convinzioni”.  Perfetto.

Non arriva però a sostenere la cosa essenziale al fine di creare  le condizioni per la ricerca libera nell’ottica di sempre nuove esperienze e conoscenze. Cioè che non può mai essere assunta come legge una norma che inibisce ogni possibilità di dare a questa domanda risposte diversificate e che in pratica blocca la ricerca fondata sulla responsabilità del ricercatore.  Non affermare qualcosa del genere, è fatto rilevante sul piano civile. O esprime un implicito favore per il sistema ipocrita della doppia morale per cui non si dichiara in palcoscenico quel che si fa dietro le quinte ( e non è il caso di Boncinelli) oppure manifesta un atteggiamento oggettivamente remissivo, si voglia o no, verso le pressioni delle lobbies impositive che vorrebbero rendere uniforme la società secondo i voleri di questa o quella classe dirigente.

Che le cose stiano in questi termini, trova puntuale conferma proprio nelle ultimissime pagine, sulle cellule staminali e sulla diagnosi preimpianto. Sono pagine che, in sé,  valgono da sole la lettura del libro, per la chiarezza nel descrivere e compenetrare fatti e prospettive di rilievo assoluto su cui in genere spadroneggia il pressapochismo dei massmedia . Ebbene Boncinelli sostiene posizioni del tutto conseguenti dal punto di vista scientifico. Descrive analiticamente le alternative (anche avveniristiche) nel procurarsi e nell’utilizzare le staminali. Specifica che la sola clonazione praticabile in orizzonti temporali visibili è quella terapeutica (“nessuno sano di mente pensa di produrre interi esseri umani clonati”). Esalta la metodica diagnostica che consente di effettuare una analisi genetica affidabile con una sola cellula delle otto che a quello stadio compongono il concepito in vitro così da poter poi decidere a ragion veduta sull’impiantare  le altre sette nell’utero materno. Ma tratta sempre di ricerche acquisite, non punta ad individuare le condizioni ambientali di ricerca che hanno consentito di acquisirle, in pratica fa come se il processo di ricerca conoscitiva fosse indifferente all’ambiente in cui si svolge.

Di questo atteggiamento oggettivamente remissivo rispetto alle condizioni ambientali di ricerca, si trovano tre esempi evidenti nelle stesse pagine . Nell’ordine. Boncinelli ripete che prima del quattordicesimo giorno un concepito non è un essere umano e tanto meno un essere umano senziente, eppure scrive che è giusto che ognuno abbia il suo sistema di opinioni . Giusto, purché le opinioni private non pretendano di trasformarsi in una legge pubblica che impedisca agli altri di avere le loro; ma se passa una legge, allora tutti devono accettare che il concepito è immediatamente un embrione ? Poi Boncinelli esprime il sentimento che la strada del futuro per procurarsi staminali possa essere quella di produrne a comando partendo da una cellula qualsiasi e inserendovi i cosiddetti geni architetti; precisa che è difficile dire se in pratica la cosa potrà avere  sviluppi ma sottolinea che, se ne avesse, si potrebbe lavorare  con le staminali senza remore di sorta. Allora questa (ancora del tutto futuribile) ricerca deve bloccare quelle più avanzate in altre direzioni solo perché rifiutate dai fautori della propria imposizione etica ?  Infine Boncinelli  ricorda, a proposito della diagnosi pre-impianto, che il nostro Paese si è pronunciato nel senso che il concepito allo stadio di otto cellule è già un essere umano e  annota che questa è una decisione fondamentalmente incoerente (riferendosi all’aborto terapeutico che un’altra legge permette fino al sesto mese). E qui, a parte la singolare piena accettazione della infondata tesi politico istituzionale dei cosiddetti movimenti per la vita ( in realtà il Paese non si è per nulla pronunciato in tal senso, semplicemente, nel dissennato referendum abrogativo della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita che fissa questo assunto, vi è stata la larga maggioranza a favore dell’abrogazione ma non non è stato raggiunto il quorum dei votanti), Boncinelli non affronta la questione civile dirimente, e cioè: l’imposizione della legge 40 è o no accettabile dal punto di vista della ricerca libera e della responsabilità dei ricercatori ? Insomma, in tutti e tre i casi , l’autore, così appassionatamente fautore della ricerca sulla vita e capace di sviscerarne i riposti meccanismi nel segno rigoroso della scienza, si limita a restare spettatore sul tema istituzionale di come si determinano le condizioni per effettuare la ricerca. Uno spettatore che al riguardo ha sue personali convinzioni coerenti con i criteri scientifici ma che non si impegna a modellare meccanismi adatti per sostenerle. Perché appunto pare affidarsi solo alla capacità esplosiva della voglia umana di conoscere e di libertà di ricerca.

Da liberale ritengo questo un comportamento civile insoddisfacente e contraddittorio. Non si deve rinunciare ad un impegno civile costante affinché le condizioni ambientali per il manifestarsi della libertà (la ricerca e la conoscenza ne sono aspetti tutt’altro che secondari) non si separino dall’esercizio della libertà individuale. Se per esercitare questa libertà ci si deve affidare  all’accortezza e al coraggio di singoli dalla volontà eroica, non va per niente bene. Nel migliore dei casi, ogni cosa matura peggio e più tardi. E troppi cittadini non ne potranno usufruire durante la loro singola vita.

 

 

 

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