Democrazia e religione sono su piani distinti (a Gian Enrico Rusconi)

Egregio Professore,

quando ho letto l’incipit del Suo articolo di oggi sulla Stampa (“E’ patetico parlare o protestare contro «l’ingerenza dei vescovi») mi sono vivamente rallegrato per la sintesi efficace di un chiaro principio liberale. E lo stesso sentimento per la conclusione dell’articolo (“le regole hanno valore in sé, non possono essere costruite su misura per vincere”).

Nel corpo dell’articolo, come liberale sono invece restato interdetto per alcuni passaggi. Perché Lei pare stupirsi del fatto  che alla Chiesa la democrazia stia a cuore soltanto quando serve ai «valori»? Perché Lei biasima che i vertici della Conferenza Episcopale non si preoccupino  di orientamenti diversi nella stessa comunità ecclesiale e rendano difficile l’essenza della democrazia  ? Perché Lei è colpito dal fatto che il dialogo tra  laici e cattolici sia diventato una finzione da quando i cattolici si proclamano i «veri laici» e degradano a «laicisti» chi non la pensa come loro ? Perché Lei sembra amareggiato nel commentare che con questi presupposti non ha senso dialogare ? Perché Lei pare scandalizzato che nelle dichiarazioni della CEI non ci sia traccia della concezione della democrazia per cui i propri valori devono essere subordinati ai diritti fondamentali ?

Forse le risposte si possono trovare nel paragrafo in cui, dalla piena legittimità dei cattolici di comportarsi come tali pubblicamente, Lei fa discendere la legittimità di dar rilevanza politica alle loro esigenze identitarie. Una simile correlazione non è obbligata, o almeno non lo è per un liberale. Non lo è poiché le identità, già plurime in un individuo, ancor più lo sono nella convivenza tra diversi e tali devono sempre rimanere. Dunque la rilevanza politica ammissibile (non solo per i cattolici, ma anche per le altre confessioni religiose) è solo quella che in nessun caso pretende di fare di una fede la fonte legislativa . Non è questione di enfasi , è questione di mentalità, di approccio culturale, di esperienza storica. Ed è in questo senso che, per i liberali, la religione può ovviamente essere esibita e praticata in pubblico ma resta una questione privata e non  influenza le categorie della politica, dal dibattito alle scelte.

In questo quadro liberale (in quanto tale necessariamente legato alla laicità delle istituzioni), i meccanismi democratici  puntano a mantenere oliato il dialogo tra i cittadini e le loro plurime identità e devono rifuggire due tentazioni pericolose nei confronti delle gerarchie. Quella di riconoscere loro la rappresentanza civile dei rispettivi cittadini religiosi e quella di voler insegnare ad ognuna di loro come dovrebbero esercitare il magistero religioso. Intendendo così il ruolo della democrazia, i cinque interrogativi di cui sopra troverebbero soluzione coerente all’incipit e alla conclusione. Il dialogo, il confronto e le scelte politiche devono insomma restare tra i cittadini , non tra cittadini e gerarchie. La democrazia e la religione di chiesa sono due piani che si intersecano esclusivamente lungo la linea della libertà che la democrazia (ovviamente quella laica e liberale, non quella di altro genere) assicura alle diverse confessioni. Per il resto i due piani non si toccano, restano ben distinti. E in ogni caso il contraltare politico dei laici, credenti e non credenti, non sono le chiese ma solo quei cittadini, specie se impegnati in politica, che si propongono di intersecare potere e religione.

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