Comunicazioni e cultura della libertà

Intervento sul periodico LIBRO  APERTO

Quando si parla di mezzi per la comunicazione, di servizi telematici, di internet, di diritti di autore, si pensa di parlare solo di questioni tecnico scientifiche o legali o di letteratura o di spettacoli, il tutto con interessi economici connessi. Non viene in mente che viceversa si tratti di questioni attinenti la cultura politica e l’organizzazione della nostra società. Anzi, se qualcuno lo ricorda, provoca nell’interlocutore una smorfia di disgusto perché la politica riguarderebbe manovre di potere e non la vita dei cittadini, che più ne stanno lontano e meglio è. Solo chi è liberale sa per esperienza che questo ritrarsi dalla politica illudendosi che la politica sia solo una cosa di potere, è pernicioso per la convivenza libera e limita molto i rapporti reali tra gli individui. Ne sono una ulteriore riprova varie vicende degli ultimi mesi in questi settori  che si vorrebbero non politici.

Partiamo dalla questione oggi più attuale, il come utilizzare le frequenze radio che il Ministero della Difesa non adopera più. Il Ministro delle Comunicazioni ha impostato il problema pressoché esclusivamente in termini economici di cassa. Vale a dire l’esatto contrario di un’impostazione lungimirante, che avrebbe dovuto essere attenta ai risultati operativi di lungo periodo a vantaggio dei cittadini invece che al favorire oligopolisti privati e apparati pubblici.  L’assegnare le frequenze non è riducibile ad un problema tecnico-economico. E’ soprattutto un  problema di cultura politica e attiene al modo di strutturare la convivenza civile garantendo oppure no a tutti i cittadini l’accesso alle tecnologie di comunicazione avanzata. Il che fa  differenza sul nostro grado di libertà.

Oggi, in Italia, esiste una sorta di silenziosa barriera digitale che divide i cittadini in due categorie a seconda che risiedano in territori serviti o meno dalle reti ad alta velocità di trasmissione dati ( comunemente dette a banda larga). Se risiedono in territori serviti ( tutte le zone urbane e solo metà di quelle extraurbane) possono accedere ad Internet ed usufruire di servizi di comunicazione voce a costi drasticamente ridotti , altrimenti no ( in pratica il 25 % della popolazione complessiva).  E rischiano di restarlo a lungo. Sono esorbitanti i costi della posa in opera di chilometri di cavi per i luoghi decentrati ma talvolta perfino entro zone urbane periferiche o difficilmente connettibili ( da qui la rendita di posizione della Telecom che di per sé frena il mercato), il collegamento laser richiede ardui contatti diretti a vista e l’alternativa della connessione satellitare non è realistica. Tale situazione ha prodotto gravi costi civili per chi non è servito e anche costi economici per chi lo è e deve sopportare tariffe troppo alte rispetto al resto di Europa con qualità peggiore.

Il consistente pacchetto di frequenze liberatosi a dicembre 2006 consentirebbe di non abbandonare gruppi di cittadini ad un destino di isolamento o di oneri inutilmente più pesanti, utilizzando le attuali  tecnologie radio a lunga portata. La tecnologia radio di accesso chiamata WiMax è una tecnologia assai più evoluta del normale WiFi, che in queste settimane è stata inclusa dall’agenzia ONU per le telecomunicazioni nello standard mondiale delle comunicazioni mobili di terza generazione. Apre la strada allo sviluppo di una serie di servizi voce, dati e multimedia per i dispositivi fissi e mobili , è di facile applicazione, abbatte nettamente i costi nel settore telefonico e arriva a coprire un cerchio oltre i 40 km. di raggio,  moltiplicando l’area coperta senza fili nell’ordine di un milione di volte. Il WiMax potrebbe essere utilizzato con gestioni locali territorialmente diffuse e assicurare lo svincolo dell’accesso dagli attuali limiti infrastrutturali. Basterebbe un sistema di posizionamento regolamentato locale di antenne e ripetitori dedicati a poche frequenze. Usato in condominio da più operatori, questo sistema massimizza lo sfruttamento delle frequenze e degli impianti , suddivide  il traffico a valle sulla rete digitale e sviluppa velocemente una copertura funzionante. Insomma, con la tecnologia WiMax le frequenze disponibili non sono più una risorsa tanto scarsa ed il loro utilizzo non richiede stanziamenti enormi e grandi imprese organizzate. Anche senza ingenti capitali, si può fare concorrenza ai grandi. Pare una tecnologia fatta apposta per affrontare e risolvere la questione della barriera digitale e al contempo per rendere possibili servizi delicati di pubblica utilità locale anche in grandi comuni ( teleassistenza agli anziani , video sorveglianza, sportello imprese, sanità, servizi anagrafici, scuole) impraticabili con il semplice WiFi che, utilizzando frequenze residuali senza licenza e soggette a forti interferenze, si limita a coprire aree ristrette a poco oltre i 200 metri, quali zone urbane, parchi, complessi immobiliari.

Il problema è che il Ministro delle Comunicazioni, Gentiloni, non ha adottato questa prospettiva tipica di una cultura politica liberale. L’obiettivo del Ministro non è stata una distribuzione dello spettro delle frequenze la più ampia possibile tra gli utilizzatori che frapponga il minimo di strutture proprietarie, pubbliche o private. L’obiettivo è da una parte far cassa per lo Stato e dall’altro favorire strutture di comunicazione ripartite tra lobbies. Da qui la scelta di procedere alla assegnazione di tutte le frequenze mediante asta, come sette otto anni fa nel settore dei cellulari UMTS.  L’esperienza di allora ha mostrato che gli alti costi d’asta privilegiano le grandi aziende e istituiscono un vincolo di tipo lobbistico . Non è un caso che le stesse aziende che hanno pagato decine di milioni di euro per le frequenze UMTS, hanno oggi lavorato contro l’assegnazione di WiMax il più possibile libera. E con la pubblicazione del bando (ottobre 2007) si può affermare che l’hanno spuntata. Per gli oligopolisti l’asta è stata il minore dei mali perché consente di arginare l’ampia distribuzione che il ricorso al WiMax potrebbe profilare. I risultati concreti si valuteranno alla fine di gennaio 2008, quando si concluderà l’iter del bando (salvo gli effetti di un ricorso al TAR del Lazio contro il rischio della messa fuori gioco dei piccoli provider) e si conoscerà il quadro completo dei vincitori. Ma fin d’ora si può dire che l’oligopolio determinato dal sistema dell’asta di tutte le frequenze costituisce ancora una barriera all’ingresso, che oltretutto, con la sua logica proprietaria, incentiva negli assegnatari il prevalente interesse a sviluppare WiMax verso i servizi integrati e convergenti tra telefonia fissa-mobile ( che richiede notevoli dimensioni economiche ma che rafforza gli affari dei gruppi dominanti ) piuttosto che ad utilizzarla per sviluppare le gestioni diffuse e locali ( che  favorirebbero l’accesso dei cittadini ma avvierebbero una concorrenza al ribasso per gli affari degli attuali dominanti).

Sarebbe stato anche possibile assegnare una parte di frequenze con asta e destinarne un’altra al libero utilizzo senza licenza per garantire un accesso base dei cittadini ai servizi pubblici ( in questa direzione anche la proposta dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, di riservare alcune frequenze alla Pubblica Amministrazione). Il Ministro ha invece voluto adottare il sistema dell’asta in via totalitaria, emanando un bando per diritti di uso delle frequenze suddiviso in 35 licenze, di cui 14 da assegnarsi a due operatori per ognuna delle 7 macroaree (regioni accorpate) create apposta e 21 ad un concessionario per ogni regione. Nelle macroaree potranno partecipare tutte le aziende , anche quelle già operanti nel sistema UMTS ( Telecom, Vodafone, Wind e 3 Italia), nelle regioni avranno la priorità quelle nuove entranti nel settore. La durata di ogni licenza è di 15 anni rinnovabili. Un bando così elude il problema di evitare in partenza il rafforzarsi ulteriore delle aziende già titolari di altri tipi di reti telefoniche perché non le esclude dalla gara e non  vieta  i cumuli tra zone diverse (in linea teorica si potrebbero formare due soli network nazionali). Non si è posto il problema di introdurre la concorrenza separando la gestione delle frequenze dalla vendita dei servizi possibili. A livello regionale si favoriscono apparati già di notevole dimensione, specie le stesse Regioni, e comunque la tendenza ad un capofila aggregante. Il fine, esplicitamente dichiarato, è stato quello di accrescere il valore economico dell’assegnazione ( globalmente 45 milioni di euro più gli aumenti d’asta), anche a costo di favorire i grandi gruppi privati e i grandi apparati regionali, piuttosto che pensare ad abbattere in tempi rapidi le barriere digitali.

Con questo sistema, è chiaro che, una volta avvenuta l’assegnazione, quanti – i privati di più piccole dimensioni, le comunità locali comunque organizzate e anche le istituzioni pubbliche territoriali –  vorranno costruire reti con il sistema WiMax dovranno per forza acquisire le frequenze necessarie tramite accordo con gli operatori che si sono aggiudicati le licenze nel rispettiva zona. E l’acquisizione sarà a caro prezzo perché i pochissimi venditori non avranno interesse ad abbassare il prezzo rispetto a quello altissimo delle tecnologie a banda larga senza fili fin qui sul mercato (Umts e Hsdpa). Insomma, con il bando si sono create delle inutili rendite di posizione destinate a durare a lungo. Nel campo di queste tecnologie, 15 anni per di più rinnovabili sono una durata enorme (basti riflettere sui cambiamenti dal 1992, quando in Italia internet era in pratica inesistente e i cellulari erano voluminosi, con ridotta copertura, con scarse funzioni e carissimi , perché costavano trenta volte i prezzi nominali di oggi, senza contare il diverso potere d’acquisto); se si fosse davvero voluto dinamicizzare la crescita delle infrastrutture WiMax,  la durata delle licenze, secondo gli esperti, avrebbe dovuto essere di 5 anni. Il bando non garantisce  lo sviluppo reale dell’utilizzo del sistema WiMax neppure sotto un altro aspetto. Infatti, gli operatori già titolari delle licenze di altra tecnologia come l’UMTS, non hanno alcun interesse a far decollare il WiMax . Prima di investire sul WiMax, tenderanno intanto ad attendere che scatti l’obbligo di avviare la negoziazione commerciale con i terzi che intendano accedere alle stesse frequenze. Ma nel  bando questo obbligo scatta dopo  30 mesi  di inutilizzo continuato. Due anni e mezzo perduti.

La vicenda dell’assegnazione delle frequenze per il WiMax mostra dunque la sua vera natura di scelta politica. Privilegiare gli interessi di breve periodo dell’erario e quelli di gruppi forti pubblici e privati, comprimere in generale i diritti dei cittadini utenti e in diversi casi trascurarli in pieno.  Esistono tutte le premesse perché anche nel settore WiMax riviva il quadro monopolistico già presente nella banda larga, con quote Telecom ad un livello senza uguali in Europa.   E’ stata una scelta caratteristica di uno Stato incapace di lungimiranza, che presta ascolto alla società dei rapporti amicali oligopolistici, invece che alle esigenze delle comunità locali, anche istituzionali, e tanto meno della società aperta del cittadino. Eppure esperti, tecnici ed internetnauti si sono battuti tutti contro questa impostazione. Ma la disattenzione dell’opinione pubblica alle conseguenze civili del nuovo assetto, è stata pressoché completa. Gioco facile per lobbies e fautori dello statalismo dissimulato.

Oltre la vicenda delle frequenze per il WiMax, vi sono altri svariati casi in cui la valenza soprattutto politica è cancellata dall’abitudine di classificarli come aspetti tecnici del settore della comunicazione.  Uno di questi è il modo in cui sono configurate le reti informatiche della Pubblica Amministrazione. La Pubblica Amministrazione utilizza pressoché esclusivamente programmi proprietari ( Microsoft), che non può modificare , che originano dati chiusi su cui il fornitore del programma esercita inaccettabili prerogative di gestione e di accesso (specie per i riflessi sulla privacy dei singoli cittadini o dei singoli utilizzatori dei terminali) e che la imprigionano in un rapporto monopolistico con un unico fornitore trasformato in solo dominus “ricattatorio” del rapporto contrattuale. Questo fa sì che gli archivi dei dati della Pubblica Amministrazione non siano in formati aperti così come stabilito dall’Unione Europea. Il che implica gravi conseguenze per i cittadini, che non possono utilizzare buona parte dei contenuti dei dati pubblici a meno di non acquistare anche loro prodotti Microsoft ( ulteriore alimento al circuito monopolistico) capaci di una gestione piena degli archivi. Questo nodo si potrebbe sciogliere seguendo le indicazioni della Commissione Ministeriale (De Meo), insediata anni fa dal governo di centro destra, che aveva consigliato la necessità di far funzionare le reti informatiche della Pubblica Amministrazione con programmi liberi, i cosiddetti Open Source.

I programmi liberi – il  cui capostipite è Linux, dal nome di battesimo del suo inventore nel 1991, lo studente finlandese Linus Torvalds – hanno vantaggi strutturali. Non imprigionano nelle loro spire né l’Amministrazione né i cittadini perché sono modificabili come si vuole e distribuibili al di fuori del sistema dei diritti proprietari. La filosofia dei programmi liberi si può riassumere nel fatto che la loro struttura portante è sempre accessibile  liberamente perché messa gratuitamente a disposizione dai precedenti sviluppatori del programma. Poi ciascuno li può personalizzare come gli serve (e questo costerà qualcosa, magari le proprie energie  e capacità), le nuove architetture arricchiranno il corpo del programma e così via. Questo è un approccio molto innovativo nella  direzione di una società più aperta e dinamica, proprio perché i programmi  liberi sono l’opposto dell’utopica società ove non esiste più il commercio siccome ognuno ha secondo i suoi bisogni. Chi partecipa all’avventura dei programmi liberi ha capito ( e messo in pratica ) che la capacità e l’esperienza acquisite producendo i programmi liberi stessi può essere retribuita in modi professionali diversi dalla retribuzione diretta di quei programmi. In sostanza, la retribuzione viene spalmata indirettamente su un numero di persone enormemente più grande e dunque si abbassa in modo vertiginoso dal punto di vista dell’utenza singola , tanto che in diversi settori spunta la gratuità di fatto. Di conseguenza, l’adozione del sistema dei programmi liberi nella Pubblica Amministrazione, oltre a liberare il rapporto istituzioni-cittadino dai vincoli dei prodotti rigidi e monopolistici,  accrescerebbe la competitività del sistema paese. Trasformerebbe le spese per licenze a vantaggio di imprese non europee in compensi a formatori e consulenti italiani per lo sviluppo dei programmi liberi. Tuttavia gli anni sono passati, al centro destra è subentrato il centro sinistra, poi sono passati altri diciotto mesi, ma la situazione è quella di prima. La burocrazia fa resistenza ai programmi liberi e i governi non riescono a superarla. E così restano i lacci che assoggettano il cittadino alle strutture pubbliche e alle fisime di una burocrazia pigra più del sopportabile.

A partire da metà ottobre 2007 , vi è poi stata un’altra vicenda emblematica del modo di avvicinarsi alle questioni di internet senza tener conto né della sua natura tecnica né, soprattutto, della necessità di organizzare la convivenza secondo il principio di libertà. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge per disciplinare l’editoria quotidiana, periodica e libraria,  appellandosi al principio costituzionale dell’art. 21, tutela e promozione del pluralismo dell’informazione inteso come libertà di informare e diritto ad essere informati. Solo che, con un salto di logica e di cultura politica, ha poi definito l’editoria confondendola con la libera espressione individuale e quindi ha posto l’obbligo per qualsiasi attività sul web di registrarsi nel Registro Unico degli Operatori di Comunicazione (ROC). Qualsiasi attività editoriale, anche in forma non imprenditoriale per finalità non di lucro. E  l’iscrizione al ROC vale “anche ai fini delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa” (che sono sanzionati più pesantemente della normale diffamazione). Contro questo disegno di legge c’è una stata una immediata sollevazione nel mondo internet . Seppure con i suoi tipici toni esasperati, questo mondo ha colto il punto e ha denunciato l’intento di mettere la museruola, attraverso registrazioni, balzelli burocratici e pene aggravate, a chi vuol far sentire la propria voce con i blog (i diari sul web, che sono una modalità di informazione molto diffusa e rapida ) e strumenti similari. La contestazione si è incentrata sulla equiparazione di ogni attività di comunicazione all’attività editoriale, il che comporta l’assurdo, ad esempio, di rendere possibile pretendere un direttore responsabile per ciascun blog. Ironizzando, è stato scritto che questo disegno di legge  riuscirebbe in qualcosa non riuscito nemmeno al governo cinese, cancellare i blog senza dichiararli illegali ma solo rendendone insostenibili i costi.

Il sottosegretario competente per l’Editoria, Ricardo Levi, è corso ai ripari annaspando. Prima sostenendo che non spetta al governo ma all’Autorità per le Comunicazioni ( attribuzione discutibile visto che nel caso sarebbero in gioco diritti costituzionali garantiti dall’art.21) regolamentare soggetti e imprese tenuti alla registrazione ( dimenticando che per l’art. 7 del D.Lgs. 70/2003,  la registrazione della testata editoriale telematica è obbligatoria esclusivamente per chi si avvale delle provvidenze pubbliche). E poi dichiarando che il governo non intendeva in alcun modo “tappare la bocca a internet” bensì “creare le condizioni di un mercato libero, aperto e organizzato” pensando “a chi con internet diviene un autentico operatore del mercato dell’editoria” ( il che contrasta con la sopra citata definizione amplissima di editoria che include l’attività dai ragazzi ai centenari). Ovviamente, questa traballante linea difensiva ha retto pochi giorni all’insurrezione della rete e alle bordate di diversi parlamentari compresi perfino alcuni Ministri (pentitisi di aver votato il ddl). Così lo stesso Ministro Gentiloni ha poco dopo fatto sapere che il progetto aveva bisogno di approfondita revisione. Ad oggi ne è ignoto il destino.

Di nuovo il punto più grave non è la pur comprovata approssimazione sotto il profilo tecnico e quello giuridico. E’ la completa disattenzione alle ragioni dei cittadini che utilizzano tecnologie per dialogare con gli altri e per accedere alle notizie da tutto il mondo. In una parola, disattenzione alle ragioni della autonomia e della libertà individuale e del suo dinamismo, per privilegiare al loro posto la tessitura di un ordine più rigido, conforme a canoni prestabiliti e controllabile dai burocrati di turno.

Una filosofia pubblica del medesimo tipo si ritrova inoltre negli annunci fatti , dall’inizio estate 2007 fino a questi giorni di novembre, dal Commissario europeo delegato a Giustizia, Libertà e Sicurezza, Frattini. Per combattere il terrorismo a livello di Unione Europea, l’uomo politico italiano ha messo in cantiere una proposta articolata su quattro indirizzi: far divenire reato il predisporre risorse internet utilizzabili dai terroristi ( come in Cina) e così  ingabbiare i siti appositi, far collaborare provider locali privati ed enti pubblici alla ricerca di siti da zittire, creare un database dei passeggeri dei voli aerei (  Passenger Name Records come sui voli negli USA e verso gli USA ) comprendente vari dati personali ( di 19 tipi diversi,  salvo razza, etnia, opinioni politiche e religiose, salute, inclinazioni sessuali, conservati per una quindicina di anni), inviare agli stati membri un questionario sul “come lavorano sull’educazione religiosa” “per prevenire il radicalismo” e agevolare un “Islam Europeo”.

Anche qui si affrontano problemi reali solo drogandosi con l’aumento di proibizioni e dei controlli indiscriminati sul cittadino comune. A livello interno europeo opera sì il trattato di Schengen che lascia libertà di circolazione e pone limiti a provvedimenti troppo invadenti dei singoli stati membri ( e di fatti in queste ore il Ministro dell’Interno Amato propone di rivederla in senso restrittivo di quella libertà). Ma ciò non significa affatto che i singoli stati non dispongano di leggi per intervenire, purché lo vogliano fare dotando le rispettive polizie di risorse necessarie per indagare davvero sul crimine, risorse che non sono la limitazione di massa delle libertà di ciascuno. Per contrastare le grandi reti di contrabbando e di criminalità all’interno dell’Unione, le leggi ci sono già . Per contrastarle all’entrata in Europa da paesi non aderenti a Schengen  di persone e di cose, ci sono già altre norme molto più cogenti di quelle per i cittadini europei. L’esperienza mostra che infierire sui cittadini normali non da maggiori possibilità di bloccare la grande deliquenza internazionale e i terroristi. Ridurre gli scambi e ostacolare la convivenza tra diversi, risponde solo ad un’illusoria sindrome conservatrice. Per non dire inoltre (qui non è la sede) che adoperarsi per tornare a mischiare Dio e Cesare equivale a promuovere una grande campagna per diffondere il conformismo sociale a danno della libera diversità.

Per di più, l’assunto di Frattini è sconcertante sotto il profilo della strumentazione reale. Per lui, siccome “Internet supporta non solo gli affari e i cittadini, ma anche i terroristi e il crimine organizzato, i furti di identità, e gli abusi sui minori”, allora occorre un’attiva collaborazione di tutti per trovare il modo di vietare certi utilizzi del web. Sembra di tornare a settanta anni fa, all’epoca del premio di regime per gli studi sul moto perpetuo. Pura assurdità. Almeno sotto due aspetti.

Uno è che censurare internet è praticamente inutile per una sua strutturale asimmetria nella riservatezza. Mentre è molto facile nascondere informazioni in qualche file dall’apparenza innocua e indistinguibile, poi solo chi già conosce le procedure giuste riesce (e con facilità disarmante) a ritrovare questi files e le informazioni contenute al loro interno; gli altri restano tagliati fuori. Di conseguenza, nonostante tutte le limitazioni, divieti, blocchi e trappole escogitabili, le reti dei terroristi o dei pedofili continueranno a funzionare trasmettendosi informazioni in dettaglio sul come costruire bombe atomiche oppure lanciandosi messaggi per incitare ad attentati o ad orge, mentre in compenso i singoli normali cittadini e i professionisti pagheranno il prezzo di una pesante riduzione della loro libertà di utilizzare appieno la rete, con ulteriore danno per l’intera società civile. Il secondo aspetto attiene la stessa natura libera della rete internet, che sfugge alla volontà di Frattini di “utilizzare la tecnologia per impedire che la gente utilizzi o ricerchi termini pericolosi come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo”. E’ come voler ripristinare l’indice dei libri di cui vietare la lettura. Si rinuncia all’impostazione liberale fondata sul rendere il cittadino consapevole, informato e responsabile nell’ambito del conflitto democratico e viceversa si preferisce introdurre un Grande Fratello legislativo che indichi ciò che è bene e ciò che è male per migliorare il mondo. Il bilanciamento dei diritti del cittadino con la durezza nei confronti delle minacce terroristiche e criminali non si può ottenere inibendo i modi di funzionamento di internet. Perché internet per natura non è un blocco indifferenziato, è un reticolo multiforme e in continua evoluzione di una miriade di persone vive. Come ha detto Benjamin Franklin, chi vuol barattare la libertà con la sicurezza, finisce per perdere l’una e l’altra.

Passo ora ad un ulteriore esempio di come la questione della cultura politica della libertà sia la parte essenziale delle scelte nel settore comunicazioni, erroneamente supposto solo tecnico e giuridico.  Prendiamo il problema della proprietà intellettuale, comunemente detta diritto di autore. La questione è oggetto di furibondi dibattiti a livello internazionale, europeo e italiano, che vede contrapposti i fautori del rispetto rigido della Legge con la L maiuscola (utile per difendere gli interessi di editori e distributori soprattutto in campo musicale ma non solo) a quelli dell’accesso ecumenico e gratuito alla cultura (anche attraverso forme di scarico da internet e di scambio amichevole dei relativi files praticate sempre di più sul web da giovani e meno giovani). Quasi tutti pensano a difendere i loro presunti diritti più che a costruire le regole per una società aperta di cittadini liberi.

Alla fine dell’inverno scorso, il Vice Presidente del Consiglio, Rutelli, nella risposta ad una interrogazione parlamentare, ha addirittura interpretato la condivisione di files come reato anche quando non si tratta di commercio. Il che è davvero eccessivo e sintomo di una concezione chiusa perfino rispetto alla pur deludente proposta di direttiva approvata il 25 aprile dal Parlamento Europeo dopo forti contrasti, la cosiddetta seconda direttiva sulla proprietà intellettuale ( IPRED2 con acronimo del nome inglese), che punta a creare un riferimento in materia di misure penali contro le pratiche di cosiddetta pirateria e di contraffazione.

Impostando la questione in chiave proibizionista, invece di cogliere le opportunità tecnologiche di diffondere il sapere a costi irrisori,  la IPRED2 finisce per ledere gli interessi degli editori minori, degli autori e dei cittadini a favore delle grandi corporazioni intermediarie fornitrici dei servizi. L’introduzione ( seppure in termini non del tutto chiari) del principio che le violazioni devono intendersi a scala commerciale non è sufficiente a compensare le storture e le incertezze che costituiscono l’ossatura del provvedimento. I principali difetti sono tre. Uno, l’obbligo all’azione penale senza querela di parte nonostante si tratti di interessi privati, per di più contraddittoriamente congiunto al riconoscere a privati, come i detentori dei diritti, la possibilità di cooperare direttamente alle indagini e ad altri privati, come gli  Internet Service Provider, il compito di praticare controlli sul traffico dei loro network. Due, la commistione tra varie tipologie di diritti da tutelare che porta da un lato a complicare la vera lotta ai veri criminali e dall’altro ad intaccare la tutela della privacy dei consumatori in deroga alla Convenzione Europea dei Diritti Umani e alla normativa europea sui dati personali. Tre, la scelta di seguire la via delle sanzioni penali senza prendere atto delle esperienze negative di una simile logica ( fatte proprio in Italia dopo l’introduzione del penale nell’anno 2000) che avrebbero consigliato l’altra via, cioè l’aprirsi alle modifiche di cui si avverte chiara la necessità sul reale mercato  quotidiano.

Le propensioni del mercato reale emergono dalla ricerca scientifica condotta nel 2006 da Libercom-Osservatorio su Libertà e Comunicazione della Fondazione Einaudi di Roma e sono state presentate ad un Convegno al Senato i primi di maggio 2007.  Il Rapporto di ricerca ( ” I comportamenti di consumo di contenuti digitali in Italia; il caso del file sharing”) è stato redatto dal Direttore della Ricerca, prof. Bennato dell’Università La Sapienza, coadiuvato da un Comitato Scientifico di altri sei docenti universitari di vari atenei italiani e da un gruppo di consulenti professionisti, sulla base di interviste telefoniche ad un campione nazionale di 1600 utenti internet italiani. Questo campione rappresentativo è stato intervistato su un questionario strutturato in 44 variabili di rilevazione. Come si è rimarcato nel Convegno, dal Rapporto di ricerca emerge da un lato che rispetto allo scaricare contenuti da internet il campione si suddivide in tre gruppi  ( i due terzi non ne scarica, e del terzo che scarica, il 7% li scarica prevalentemente a pagamento e il 25% pratica prevalentemente lo scambio gratuito dei files), e dall’altro che il profilo di consumo non è un blocco monolitico, che la comodità  di ricorrere allo scarico e allo scambio da casa incide quasi come la possibilità di risparmiare e che nel complesso non si realizzano affatto le previsioni apocalittiche di fuga dai consumi “fisici” avanzate da alcune associazioni dell’industria musicale o di raccolta dei diritti di proprietà.

Perfino il rappresentante della Federazione dell’Industria Musicale , in genere la più dura nelle rivendicazioni  legali anche sul versante penale , ha ammesso che lo scambio di files è in sé un ottimo sistema distributivo, che anzi è troppo arretrata la ricerca di soluzioni per uno scambio nel rispetto della legge e che in ogni caso nel primo trimestre 2007 gli scarichi “legali” (cioè a pagamento) sono cresciuti tre volte di più di quelli “illegali” (cioè gratuiti) e dunque non inficiano la sopravvivenza imprenditoriale. Altri interventi sono stati ancora più espliciti. Il rappresentante di Fastweb ha ricordato i seminari itineranti fatti in comune con hacker professionali per meglio approfondire la logica di utilizzo e le potenzialità della tecnologia informatica, e il Presidente Anica, l’Associazione Nazionale delle Industrie Audiovisive e Multimediali, ha apertamente sostenuto che anche la cosiddetta pirateria è un fattore di innovazione per chi deve produrre, perché  spinge a capire le esigenze reali dei consumatori.

Alla luce del Rapporto di Ricerca Libercom e del convegno della Fondazione Einaudi, si inquadrano meglio le successive posizioni più morbide sia del Ministero della Cultura, che in estate ha dato vita a commissioni di studio sul diritto di proprietà intellettuale  coinvolgendo  associazioni espressione diretta del mondo internet, sia dell’apertura della Società Italiana degli Autori ed Editori che ha avviato – in collaborazione con la Fondazione per il Free Hardware e con i consulenti dello sportello Liberius – un progetto in più fasi per il riconoscimento di nuovi tipi di licenze  che riescano ad allargare le possibilità di conoscenza liberamente condivisa  (ad esempio, il Creative Commons che consente agli autori una gestione dei propri diritti secondo modalità articolabili a loro scelta).

Tuttavia simili ammorbidimenti continuano a restare lontani dalla radice del problema politico culturale. Temi del genere andrebbero affrontati non in termini di trattativa sindacale tra  parti prestabilite bensì creando delle cornici legislative mirate a consentire il maggior livello di libertà in un conflitto democratico tra soggetti continuamente variabili. Il vero nodo da sciogliere sta qui.  Concepire le leggi come un totem immutabile da adorare, oppure chiedersi, nel momento in cui se ne esige il rispetto, se in quel momento si sono mantenute adeguate alla convivenza. Per i liberali la proprietà è un concetto centrale, da collocare peraltro, al pari di tutte le idee liberali,  nella cornice dei tempi e degli individui. E per l’appunto le leggi sul diritto di autore sono state concepite in un’altra epoca storica e sui ritmi di quell’epoca. La durata e la misura dei diritti per assicurare il dovuto compenso all’autore e agli intermediari ( editore e distributore ) erano parametrati alla presumibile velocità di vendita e al presumibile volume di vendita. Le nuove tecnologie accrescono molto la velocità e i volumi di vendita e danno una maggior rilevanza alla figura dell’autore rispetto agli intermediari. Dunque è naturale che implichino una riduzione della durata nella protezione del diritto e della quota riservata agli intermediari. Non si possono creare rendite di posizione che , per i liberali,  non hanno mai vera ragion d’essere perché frenano lo sviluppo e la diffusione della cultura nelle sue diverse forme, quasi fossero lasciti ereditari non tassati.

Non è possibile regolare cose vive con norme rigide. Da questa consapevolezza tipicamente liberale non si può prescindere. Occorrono impegno e fantasia per aggiornare le norme in modi sempre adeguati ai tempi e alle necessità del cambiamento. Il che oggi significa star lontani dalle rendite di posizione così come dalle obsolete utopie di proprietà collettive negatrici dell’inventiva individuale. Nel campo della proprietà intellettuale la revisione delle norme è urgente ma non per ripercorrere le strade livellatrici tipo equo compenso, il balzello antisviluppo inviso ai consumatori e all’industria tecnologica applicato indiscriminatamente ai supporti e dispositivi hi-tech a vantaggio dei produttori di contenuti e delle società di raccolta dei diritti di autore, che così si spartiscono cifre colossali ( in tutto, il 5% del venduto dell’elettronica di consumo nella UE). Nel settore scambi su internet, per agevolare la libera condivisione delle opere si devono remunerare i titolari dei diritti riducendo drasticamente i costi a carico del singolo utente e farlo senza riprodurre il sistema dell’equo compenso, che è necessariamente rigido, uniforme e costoso. La via potrebbe essere usare le grandissime possibilità offerte dall’informatica per risolvere due aspetti: il primo, rilevare le scelte materialmente effettuate dai consumatori rendendo così possibile l’esatta redistribuzione del loro ricavato tra gli aventi effettivo diritto , e il secondo, costruire offerte a tariffe differenziate e davvero molto, molto basse per soddisfare le variegate propensioni di ciascun consumatore.

Man mano che ci si addentra nel fitto intreccio degli aspetti tecnico giuridici, spunta tuttavia ancora una volta robusta l’esigenza di mantenere viva  l’attenzione alle questioni di cultura politica. Infatti, le medesime tecniche che permettono le due soluzioni appena indicate, possono innescare un diverso problema che tocca da vicino la libertà del consumatore e dunque l’organizzazione della società. E’ il problema di evitare la degenerazione delle tecnologie in mezzo di controllo del consumatore da parte del produttore dello strumento o del gestore della rete. Può divenire possibile (ad esempio con le tecniche Trusted Computing )  individuare ogni dispositivo collegato ad Internet e regolare le relative singole possibilità di movimento addirittura secondo una logica di accesso modulata in partenza. Il diffondersi di tecniche del genere minerebbe alla radice la libertà e la neutralità della rete, facendone un veicolo evoluto di controllo sociale. E già i sistemi di Digital Rights Management-DRM consentono ai titolari di diritti di autore e connessi di mettere in commercio supporti o applicazioni già predisposti in modo da controllare e comprimere le scelte dell’utente.

Anche queste problematiche non possono venir relegate in un angolo tecnico. Hanno bisogno di essere affrontate con gli strumenti della cultura politica, ma la cultura politica della libertà, non quella del dirigismo. Come una volta era assurdo  pensare di risolvere i problemi della convivenza attraverso la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, oggi sarebbe assurdo voler definire a tavolino imperativamente come ci si deve comportare e cosa le aziende possono produrre. Le problematiche del rapporto tra tecnologie e controllo sociale possono essere risolte solo attraverso un impegno per rendere i cittadini consapevoli dei molteplici aspetti delle questioni in gioco  e per indurli all’uso del loro senso critico e della forza delle loro ragioni. In altre parole, mettendo la libertà del cittadino davanti ad ogni altra cosa. Che non per caso è l’approccio coerente con gli obiettivi di libera convivenza da raggiungere.

 

Insomma, per quanto si voglia cacciarla dalla porta, la cultura politica della libertà rientra sempre dalla finestra. Solo che per questa via più tortuosa e indiretta, ci vogliono più tempo ed energie. Sarebbe l’ora che i sostenitori della libertà si adoperassero per favorirne le condizioni istituzionali.

 

 

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