Friedman e Keynes, due culture politiche differenti

 

 Sul quindicinale Emporion, ripreso dal Pungolo del 10 gennaio, è apparso un chiaro e argomentato articolo del prof. Michele Bagella in cui si pongono a confronto le teorie economiche di Milton Friedman e John Maynard Keynes. Credo che l’articolo solleciti una precisazione dal punto di vista della cultura politica, soprattutto per quanto si profila  nell’ultimo capoverso. Qui sorge il dubbio che non si tenga abbastanza conto del fatto che mentre è analoga l’altissima professionalità economica dei due Premi Nobel, la loro cultura politica non è per niente la stessa.  E prescindendo dalla cultura politica concreta, divengono fuorvianti le conclusioni che si traggono sull’ispirarsi ai principi di libertà .

Keynes era un liberale in politica al punto di sedere tra i liberali alla Camera dei Lords. Perciò non è un caso che si sia impegnato a costruire un modo per superare, nelle date condizioni storiche, la sottoutilizzazione dei fattori produttivi e in particolare del lavoro non occupato.  Un liberale pensa di continuo a politiche che rendano ogni cittadino più libero sulla base dei suoi diritti legali ma anche che lo mettano in grado di usufruire di questa libertà. Non sarebbe libero – comunque non lo sarebbe del tutto o non lo sarebbero tutti – se non vi fossero le  condizioni di vita più adeguate in relazione al tempo e al luogo. E tale requisito non è rispettato se sono sottoutilizzati i fattori produttivi o la domanda di lavoro.

Friedman, trenta anni dopo, era un conservatore in politica al punto di divenire il faro dei governi conservatori di Reagan e della Tatcher. Un conservatore di tipo individualista, certo non di tipo teocon, ma pur sempre conservatore. Perciò non è un caso che si sia impegnato a focalizzare il funzionamento della economia sullo stretto legame tra la nquantità di moneta e il livello generale dei prezzi. Un conservatore si preoccupa stabilmente di individuare i comportamenti “giusti” e i modi “semplici” cui conformare l’agire interpersonale e su cui basare un ordine che nell’insieme dia più certezze e mantenga l’esistente. E questo ordine non ci sarebbe se non si imbrigliassero le aspettative di inflazione del cittadino rispetto alle decisioni di politica economica.

Dal punto di vista della cultura politica, però, questo richiamo conservatore all’ordine “giusto” e “semplice”  ha una sua logica ed una certa efficacia solo se applicato per contrastare gestioni pubbliche dissennate foriere di inflazione , o a causa dell’elefantiasi ideologica dello stato o a causa della proliferazione parassita dei gestori e delle razze padrone. Non le ha se viene utilizzato come strumento essenziale per arrivare ad un mercato fuori dello Stato e per rendere più liberi i cittadini. Se si adotta il richiamo conservatore, l’esito finisce per essere, come mostra anche l’esperienza americana, quanto meno un abnorme allargarsi delle differenze tra i cittadini, che è il contrario di un esito liberale. Il libero mercato ( anche se i conservatori individualisti hanno difficoltà ad accettare l’idea) non esiste davvero al di fuori di regole pubbliche (quelle per la concorrenza incentrata sulla capacità del cittadino di esprimersi e di intraprendere liberamente) e al di fuori di accorte azioni istituzionali (quelle tese ad evitare il formarsi nella realtà di ostacoli, distorsioni e strozzature limitativi della concorrenza). Senza contare poi l’esistenza di altre decisive funzioni che il mercato da solo non è in grado di soddisfare, come l’istruzione opportunamente richiamata dal prof. Bagella.

Insomma, il libero mercato non è uno stato di natura bensì una complessa costruzione della libertà umana e della convivenza responsabile, che richiede continue cure perché è instabile in sé. E l’illusione di chi spera di essere individualmente più libero se sciolto dal vincolo pubblico di organizzare la convivenza e più sicuro se al riparo dai cambiamenti, è appunto solo una illusione, per di più velenosa, che nella storia ha avuto conseguenze tragiche a danno della libertà dei cittadini.

Ecco perché Keynes con la sua teoria economica ha corrisposto anche ad un’aspirazione politica per costruire una società di tipo liberale. Mentre Friedman con la sua teoria economica ha corrisposto ad un’aspirazione politica dell’individualismo conservatore al “giusto” e al “semplice”, distante dallo Stato, più rigida e disattenta al ruolo regolatore delle istituzioni libere e alla complessa vitalità del conflitto democratico.

 

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