La differenza vera è tra liberali e non liberali (a Lanfranco Vaccari)

Secondo la recente opinione del professor Cofrancesco, i partiti democratici e liberali (di destra o di sinistra)  in competizione sarebbero uniti dagli stessi principi e divisi solo dalle priorità e dalle strategie per metterli in opera. Di più. Il quadro di legittimità del sistema politico, in un contesto atlantico ed europeo, si articolerebbe nel discrimine tra destra liberale e sinistra liberale. Così, quasi quindici anni dopo, si torna alla tesi conservatrice della fine della storia. Siccome tutti sarebbero liberali, prevarrebbe il pensiero unico, con le differenze ridotte a tecnicismi.

Non corrispondeva alla realtà allora e non corrisponde oggi. La realtà è la vita di ciascuno con le sue esigenze, con le differenze e con i conflitti di convivenza, che nelle democrazie rifuggono gli aspetti più cruenti ma che restano rilevanti pur svolgendosi nelle regole.   L’idea politica più in sintonia con la realtà, come mostra l’esperienza, è il liberalismo. L’unico che innanzitutto punta a costruire e garantire la poliedrica libertà dei singoli e che lascia all’interrelazione tra cittadini lo sviluppo di una convivenza civile adeguata al luogo e al tempo.

Ciò  non significa che tutti siano liberali né il liberalismo lo pretende. Anzi, il modo d’essere liberale ha sempre messo in gran sospetto i fautori dell’indispensabilità di affidarsi a qualche esperto (il partito, il padrone, la classe, la razza, l’organizzazione religiosa, lo stato, la famiglia clientelare, il guru del marketing e via dicendo) che saprebbe cosa fare meglio dei cittadini. Un sospetto accentuato in Italia, ove la stragrande maggioranza non è liberale. Ma siccome è innegabile che il liberalismo funzioni meglio, tutti si dicono liberali a parole e poi praticamente nessuno fa una politica liberale.

Cofrancesco parla di destra liberale. Dove è ? Forse strumentalmente nelle affabulazioni elettorali, mai nei comportamenti (e se dirlo nel 1994 poteva apparire prematuro nonostante la mole d’indizi, affermarlo dopo cinque anni di governo è perfino banale). Cofrancesco parla di sinistra liberale. Dove è ? Non nelle formazioni politiche ( la sinistra antagonista e i verdi cristallizzatori del mondo, sono antiliberali;  i cultori del continuismo DS nell’utopia socialista, considerano il liberalismo un accessorio; la sinistra cattolica tiene segreto in Italia, vergognandosene, che in Europa milita in un partito aderente al gruppo liberale). E neppure nei comportamenti di governo (il decreto Bersani, innovativo rispetto al centrodestra, non tocca i privilegi degli gruppi sociali amici; il decreto Visco, nonostante le correzioni, fa trasparire inclinazioni stataliste; l’accordo sull’indulto  contraddice  il programma di governo includendo delitti economico finanziari che ostacolano il corretto funzionamento del mercato). Nè si tratta di pregiudizi visto che anche noi liberali siamo stati elettoralmente determinanti per la vittoria dell’Unione. Infine, dove è la sostanziale consonanza tra la supposta destra liberale e la supposta sinistra liberale sui temi politici generali? Sulla politica internazionale, sull’Europa, sulle radici cristiane, sulle grandi opere, sull’immigrazione e sulla cittadinanza, sulla ricerca, sulla fiscalità, sulla scuola ? Evidentemente non c’è  (e questo, in un’ottica liberale,  non fa scandalo).

La realtà è che la divisione del paese non è tra destra liberale e sinistra liberale, bensì tra  pochi liberali, e moltissimi non liberali e illiberali. L’Italia non soffre per un eccesso di liberalismo, soffre per un buco di liberalismo. Cofrancesco nega l’evidenza di questo problema e teorizza che il liberalismo è un attributo di qualcos’altro. Qui è il dissenso con chi (pochi in Italia ma tanti a livello internazionale ed europeo) ritiene che il liberalismo è un sostantivo politico autonomo imprescindibile per una politica di libertà. In Italia un’organica battaglia di liberalizzazione richiede innanzitutto un impegno per sviluppare una mentalità liberale dichiarata e riconoscibile quale soggetto politico. Le alleanze vengono dopo. Certo, è più comodo sollecitare l’appartenenza alla destra o alla sinistra presupponendo tutti liberali. Con questa dicotomia da burla si ottiene l’assenso bipartisan di chi comanda. Però è estranea allo spirito del maggioritario e ancor più al metodo critico liberale. Essere studioso di vaglia del liberalismo ma impegnarsi perché i liberali aderiscano, secondo le circostanze, ai popolar conservatori oppure ai socialisti , semplicemente non è comportarsi da liberale. Equivale ad autoesiliarsi dal liberalismo internazionale, senza bisogno che i liberali ( per Cofrancesco intransigenti) sentenzino l’ostracismo.

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