La FDL e le elezioni

Circolare inviata ai quadri della Federazione dei Liberali           

Cari amici,

sollecitato da alcuni di Voi, desidero fare il punto in vista del 9 aprile, restando all’essenziale.

In tutte le nostre riunioni degli ultimi mesi, 7° Congresso incluso, abbiamo ribadito che il problema italiano di fondo è il buco di liberalismo nella società, civile e politica, e che è assai improbabile avviarne davvero la soluzione se non cominciando a ricostituire un autonomo soggetto di riferimento che sia specificamente liberale, come accade in molte delle democrazie comparabili al nostro paese. I governi della passata legislatura hanno provato sperimentalmente  non solo che la CdL ha operato contro i principi e le logiche liberali, ma che è concettualmente ad esse contrapposta, diffondendo  un costume disgregatore del metodo e della mentalità liberali. Dunque, chiunque voglia essere politicamente liberale e mantenere la prospettiva del soggetto autonomo liberale non può che  darsi da fare in tutti  i modi di cui dispone  per  cercare di mettere fine al ciclo della maggioranza della CdL. Chi non si comporta così, non è il demonio ma semplicemente non è liberale. Lo dimostra l’assoluta presa di distanza di tutto il liberalismo internazionale dai tentativi italiani di sostenere che nella CdL ci sarebbero dei liberali.

Il manifesto  “La cultura liberale e democratica per l’Unione”, promosso da Critica Liberale nel quadro del Patto di Consultazione e Collaborazione con la FdL e sottoscritto da alcune decine di importanti intellettuali italiani, esprime, con la sua l’impostazione e con le quattro priorità indicate per il futuro governo, un riferimento per riaggregare tutti i liberali in quanto tali. Con il Manifesto e con la nostra più specifica attività, siamo riusciti negli ultimi mesi a far parlare del problema costituente o stati generali dei liberali  ma non, per ora, a far decollare l’iniziativa della conseguente  soggettualità. Ne riparleremo dopo il 9 aprile, comprese le nostre mancanze e carenze. Certo in queste settimane non possiamo deflettere dall’obiettivo più contingente, eppure chiave, di riuscire a chiudere il ciclo della CdL.

Sotto questo aspetto, possiamo in coscienza affermare di avere fatto e tentato di fare tutto quello che era possibile per far vedere che la coalizione di centro sinistra aveva anche una componente liberale, il che avrebbe avuto una valenza sia politica che elettorale. Purtroppo la coalizione Unione  non ha voluto affrontare il problema della vistosa mancanza della componente liberale e non ha voluto aiutarci nella battaglia contro il tentativo di Berlusconi di monopolizzare il liberalismo, oltretutto distorcendolo a suo uso e consumo. Anzi, proseguendo nell’atteggiamento seguito a partire dal  1996 all’epoca della fondazione del primo Ulivo, in pratica i massimi dirigenti dell’Unione lo hanno impedito (per esemplificare riporto in calce il testo di una lettera inviata, insieme ad Enzo Marzo,  a Fassino ed esponenti del suo gruppo operativo). Prima, la scorsa estate, hanno fatto blocco contro la possibilità di un candidato liberale alle primarie dell’Unione, passaggio propedeutico alla presenza liberale. Allora e in seguito, per mesi essi hanno pensato e detto che le elezioni erano già vinte e che dunque non occorreva l’apporto di un soggetto liberale, quantitativamente non determinante. E quando i meno statici di loro, allertati dai loro stessi sondaggisti, hanno cominciato a capire che le elezioni non sono mai vinte prima degli scrutini e hanno timidamente aperto all’idea del soggetto liberale che quanto meno contribuisse alla raccolta dei voti, alla fine è piombato il veto della Margherita contro i liberali . L’obiettivo primario della Margherita ( non per caso contraria anche alle liste civiche) è evitare ogni possibile concorrente per tenere  le proprie posizioni rispetto al 2001 e per comprimere le aree laiche contrarie alla propria  linea  sempre più filo clericale. Ciò anche a costo di aumentare i rischi dell’Unione spingendo all’astensione il mondo laico e i moderati. I DS non hanno  replicato. Così, mentre a tutti gli altri piccoli (vedi repubblicani europei, italia dei valori, psdi e poi anche codacons) è stato consentito il rispettivo simbolo (addirittura per alcuni con l’aggiunta di candidati di garanzia nella lista dell’Ulivo alla Camera e noi avevamo dato il nostro consenso alla candidatura Zanone nell’Ulivo in cambio di liste liberali ) , il simbolo liberale non è stato voluto, nonostante che fosse già stato segnalato come nel centro destra  una lista formalmente liberale ci sarebbe stata. Del resto, Rutelli in persona, a Matrix, ad un Berlusconi impegnato a definirsi liberale a capo di una coalizione comprensiva dei liberali, non ha contestato per niente questa vanteria ma si è limitato timidamente ad osservare che anche nel centro sinistra ci sono dei liberali, senza neppure precisare dove e come. Il che è stato appunto un avallo dello scippo berlusconiano del liberalismo e la conferma della ripulsa di fondo da parte della Margherita di un soggetto liberale nell’Unione.

La coscienza di avere fatto il possibile e che ciò nonostante il centro sinistra non comprende ancora una volta una formazione liberale, deve restare nella nostra memoria. Sarebbe però una reazione emotiva , contraddittoria e del tutto sbagliata, anche solo esitare rispetto all’obiettivo di migliorare le condizioni per dare avvio alla ricopertura del buco di liberalismo nel paese:  chiudere il ciclo della maggioranza CdL farebbe comunque fare un passo avanti. A mio parere dobbiamo dunque rifuggire da ogni tentazione di astenersi dal voto o nel voto.  Ambedue questi comportamenti costituirebbero un aiuto indiretto alla CdL e alle impostazioni non liberali poiché, da un punto di vista liberale, vale a dire non ideologico o pregiudiziale, è certo che un governo non all’altezza delle sue funzioni e dei bisogni di liberalizzazione del paese, deve essere mandato a casa. Occorre pertanto darsi da fare, con i nostri pochissimi mezzi, per contribuire a portare voti alla coalizione Unione, soprattutto alla Camera, dove il sistema attuale è, per le coalizioni,  un maggioritario a collegio unico nazionale e dunque si può perdere o vincere perfino per un solo voto ( al Senato la situazione varia da regione a regione, ma soprattutto per ragioni tecniche si profila un sostanziale pareggio).

Tutto ciò significa individuare quali delle liste della coalizione Unione può ricevere il voto dei liberali. Sulla base di quanto dicemmo al Congresso di Firenze e del resto per evidenti considerazioni politiche, pare necessario scegliere innanzitutto nell’area laica meno distante da noi liberali. Questo significa scegliere le liste della Rosa nel Pugno (nonostante si abbia in corso un contenzioso in tribunale per l’uso nel loro contrassegno del sostantivo “liberali”  dal 1994 nostro termine distintivo ) , le liste di Italia dei Valori e dei repubblicani europei (che comunque sia fanno parte del Partito dei Liberali Europei, ELDR) ed al limite del Codacons (che esprimendo una forte attenzione per i consumatori, può considerarsi affine al criterio liberale di stare dalla parte del cittadino).  Di certo, non dovremmo comunque appoggiare le liste che sono distanti dal liberalismo qui in Italia. Vale a dire quelle della sinistra più o meno antagonista, quelle  del socialismo dominato dai gruppi dirigenti di origine marxista e affetti dal continuismo, quelle dell’integralismo religioso che felpatamente assume la fede religiosa come fonte legislativa, quelle dei fautori del partito democratico, che, ad oggi indefinito quanto alla base culturale, agli obiettivi e ai progetti e dunque di fatto una promessa utopica,  favorisce oggettivamente i conservatori di questo paese. Agli amici lombardi che si interrogano sulla candidatura di Zanone nelle liste della Margherita al Senato, mi permetto di dire che è un falso problema. Non soltanto nel senso che da non breve tempo Zanone ha ritenuto impercorribile la prospettiva della soggettualità politica liberale (per questo si è allontanato dalla FdL) , non soltanto perché la lista ove si colloca è nell’Unione la più ostile  ad una concezione laica della politica e a lasciare qualsiasi spazio anche futuro ad un’inclinazione liberale, ma soprattutto perché la candidatura porterà sicuramente all’elezione, salvo il caso ( del tutto irrealistico) che la Margherita perda in Lombardia il sessanta per cento dei voti ottenuti nel 2001.  Dunque,  Zanone sarà di sicuro senatore e potrà con i comportamenti  provare la sua volontà di iniziativa politica liberale. Dopo quattro anni di prove nella Margherita e dopo aver infine imboccato la prospettiva del partito democratico, sarebbe una lietissima sorpresa se tornasse alle antiche amicizie politiche.

La necessità di non rinunciare all’idea di  colmare il buco di liberalismo che c’è in Italia, trova inoltre ulteriore fondamento nei più recenti sviluppi della situazione politica. A me pare che il noto fondo di Mieli sul Corriere di due settimane fa sia stato una deontologicamente corretta, e dal nostro punto di vista politicamente opportuna, dichiarazione di voto a favore del centro sinistra. Questo nella prima delle due colonne dell’articolo. Nella seconda si parla del 9 aprile pensando al dopo. In trasparenza è emerso – pur non esplicitamente – un sostanziale giudizio negativo anche sugli attuali equilibri dell’Unione e la propensione per un riassetto politico fondato su una visione più condivisa e meno contrapposta ( quasi neo concertata) dei rapporti con un centro destra passato nelle mani di Casini e di Fini. Non basta. Pochi giorni dopo,  Mieli ha avanzato la candidatura a Presidente della Repubblica di Amato, in una logica analoga, cioè come compromesso tra esigenze e interessi che in altri paesi occidentali sarebbero visti come inconciliabili. Si è così delineato un nuovo progetto che per il dopo Berlusconi sembra puntare a far evolvere verso un dopo Prodi. Il nuovo pernio della politica dovrebbe slittare verso il mondo di relazioni e legami tra importanti ambienti privati, anche strutturati, alternativi sì alla vecchia rete dell’ex Governatore della Banca d’Italia per quanto concerne le persone ma non sul continuare ad attribuire alle logiche di potere la prevalenza su una politica dinamica e rigorosa di apertura civile, economica e sociale che emerga dalle scelte dibattute tra i cittadini. Nessun conflitto tra ipotesi e programmi differenti sul come ristrutturare l’ormai visibilmente insostenibile modello italiano, bensì un “tranquillo” accordo tra le molte organizzazioni associative e corporative per ridistribuirsi il controllo morbido ma asfissiante sulla vita quotidiana dei cittadini. Di nuovo, insomma, una strada distante dal liberalismo. Non potrebbe essere altrimenti. Senza un soggetto liberale, sarà impossibile arrivare a governi liberali  almeno quanto basta. E senza governi di questo tipo arriveremo troppo tardi, se non mai, alle  politiche più liberali di cui la società italiana non può fare a meno se vuol proseguire il suo sviluppo nel mondo.

 

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